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“Jerusalema” in divisa. Ed è polemica

Se le polemiche, soprattutto quelle pretestuose e sterili, influissero sul Pil di un Paese, l’Italia sarebbe lì, in testa alla classifica, a giocarsela con Usa e Cina. Ma così non è. Ciononostante ne siamo fra i maggiori produttori-consumatori del pianeta. Complice la politica, ci si divide sempre su tutto. Che si discuta di temi etici (fine vita), religiosi (crocifisso nelle scuole), sociali (integrazione-immigrazione) o scientifici (vaccino sì, vaccino no), la polemica va sempre a braccetto con la notizia, fino a quando diventa essa stessa notizia.

Probabilmente sarà così anche per quella scaturita qualche giorno in seguito alla pubblicazione di un video postato su Facebook. Questa è la scena che immortala.
Ci troviamo a Taranto all’interno delle Scuole sottufficiali di San Vito. Da poco si è conclusa la cerimonia di giuramento, svolta a porte chiuse per le regole anti-Covid, quando con la compagnia di militari in divisa e ancora schierati, entra sul piazzale un giovane ufficiale donna, con fascia azzurra sulla divisa e sciabola di ordinanza – il comandante della compagnia – e dagli altoparlanti del piazzale parte subito la musica del brano “Jerusalema”, balletto diventato virale grazie all’app TikTok e da qualche settimana tra i tormentoni più suonati dell’estate.

La musica viene alzata e i marinai iniziano a ballare. Qualcuno esita, altri conoscono bene i movimenti. Alla fine, scatta comunque l’applauso.
Il video, peraltro ancora visibile su Youtube, girato dall’interno della caserma, quindi presumibilmente da un militare, arriva al sindacalista (militare) Luca Marco Comellini che lo posta sulla pagina del sindacato chiedendo polemicamente al capo di stato maggiore della Marina Militare, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, se “non abbiano di meglio da fare”. E scoppia la polemica, una volta tanto però, sensata.

L’effetto-social fa il suo (deflagrante) dovere. Piovono migliaia di visualizzazioni, commenti e condivisioni dai toni opposti e diversi. Alcuni si interrogano sul fatto che non si tratti di una spontanea forma di aggregazione per rompere la tensione, ma una attività “comandata”, con il tenente di vascello donna che mostra come muovere i piedi e come andare a tempo. Ma ciò che fa più discutere, e non si tratta di un “dettaglio” è che i militari siano ancora in tenuta da cerimonia, con le armi addosso.
Si, perché “Jerusalema” è un brano gospel, afro-house del produttore e musicista africano Master KG, (nella foto d’apertura) cantato in lingua venda che poco ha a che fare col contesto di una caserma e di un giuramento militare. Ecco il testo della canzone: “Gerusalemme è la mia casa/Guidami/Portami con te/Non lasciarmi qui/Gerusalemme è la mia casa/Guidami/Portami con te/Non lasciarmi qui. Il mio posto non è qui/Il mio regno non è qui/Guidami/Portami con te/Il mio posto non è qui/Il mio regno non è qui/Guidami/Portami con te. Guidami/Guidami/Guidami/Non lasciarmi qui/Guidami/Guidami/Guidami/Non lasciarmi qui”.

Il titolo – “Jerusalema” – è una citazione della città santa di Gerusalemme, un omaggio esplicito al luogo di culto che mal si accompagna al momento solenne di un giuramento militare. E’ ovvia l’intenzione bonaria di non offendere nessuno. Ma l’immagine che restituiscono è dissonante. E’ un po’ come se una fabbrica di armi scegliesse come jingle pubblicitario un frammento del brano Imagine di John Lennon.
Che la pratica dei balletti di festeggiamento si stia diffondendo in tutto il mondo è cosa nota, ciò che fa la differenza è però il contesto, il momento, l’opportunità.
Mentre si scrive fonti della Marina Militare italiana confermano che si è trattato di un momento di svago che non ha niente a che vedere con il cerimoniale ufficiale del giuramento anche se, ma è abbastanza scontato, la Marina aprirà un’indagine interna in merito.
Toccherà quindi agli ufficiali che condurranno l’inchiesta, valutare comportamenti e responsabilità, anche se l’episodio non ha aspetti di particolare gravità. Per il momento la versione ufficiale è che si è trattato di “una goliardata”, che, per il contesto e il luogo in cui si è svolto, non doveva accadere.

La vecchia regola che valeva per la spada, calza perfettamente anche per questo caso. “Chi di social ferisce…..” è destinato a cadere con la stessa arma. Per colpa (o merito) di quel telefono sempre acceso, che esalta e uccide, scagiona o inchioda e come in questo caso, tradisce, ma non mente.

 

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