La società Acciaierie d’Italia ha comunicato oggi alle organizzazioni sindacali e a Confindustria l’intenzione di ricorrere, dal 28 giugno e per un periodo presumibile di 12 settimane, alla Cassa integrazione ordinaria (Cigo) per un massimo di circa 4mila dipendenti (distinti tra quadri, impiegati e operai) dello stabilimento siderurgico di Taranto.
L’azienda spiega, in una nota a firma del dirigente Arturo Ferrucci, che gli effetti dell’emergenza epidemiologica “continuano ad avere riflessi in termini di consolidamento degli ordinativi e stabilità dei volumi produttivi. Nonostante nel generale contesto di mercato siano oggi percepibili segnali ottimistici nella crescente e maggiormente stabile domanda di acciaio, la società non è nelle condizioni di assicurare la totale e immediata ripresa in esercizio di tutti gli impianti di produzione e di completo assorbimento della forza lavoro”. In tutti questi mesi l’azienda ha fatto ricorso alla cassa integrazione con causale Covid chiesta per un numero massimo di oltre 8100 dipendenti (l’intera forza lavoro ad eccezione della struttura dirigenziale), ma in media non ha raramente superato le 3mila unità.
Presso il sito di Taranto si è proceduto “alla fermata non programmata dell’Altoforno 2 che ha comportato la riduzione della capacità produttiva di ghisa di circa 5.000 tonnellate giorno. Il perdurare di tale blocco produttivo per un periodo di poco inferiore ad un intero anno, ha inevitabilmente condizionato e limitato la possibilità di esercire a pieno regime gli impianti di laminazione e rilavorazione a valle del ciclo produttivo sia per lo stabilimento di Taranto ma anche per i centri di lavorazione e laminazione a freddo del Nord Italia (a titolo esemplificativo Genova, Novi Ligure, Racconigi)” si legge nella nota aziendale.
In tal senso, è stata rilevante per l’azienda “l’incidenza della mancata produzione di acciaio derivante dalla fermata di Altoforno 2 che ha inoltre indotto la società a riformulare i piani di intervento manutentivo sull’impianto Altoforno 4, rinviati a causa della fermata di Altoforno 2 e non ulteriormente differibili per ragioni tecniche, tanto da prevedere l’esecuzione durante un periodo di fermata dello stesso Altoforno 4 di circa 60 giorni nel periodo aprile-giugno 2021, con ulteriore “mancata produzione” di circa 5.000 tonnellate giorno di ghisa. Per detta situazione, nel sito di Taranto, la Società sarà interessata ad una sospensione e/o riduzione delle attività lavorative per il cui effetto richiede l’intervento della CIG Ordinaria e delle relative provvidenze che, a decorrere dal giorno 28 giugno 2021 e per un periodo presumibile di 12 settimane, potrà interessare fino ad un massimo di circa di 4.000 dipendenti, distinti tra quadri, impiegati ed operai”.
La società precisa che, nell’individuazione del personale da porre in sospensione, si atterrà a “criteri oggettivi derivanti dalle professionalità dei lavoratori coniugate alla quantità ed alla qualità delle lavorazioni di volta in volta da eseguire”.
La riduzione delle unità da porre in cig poggia sul fatto che la Presidenza del Consiglio dei Ministri con le ultime disposizioni normative di cui al DL n. 73 (Sostegni bis) del 25 maggio 2021 ha di fatto inteso non prorogare gli ammortizzatori sociali con causale Covid, ma ha fornito indicazioni sull’opportunità che le aziende interessate dal perdurare della flessione di parte delle attività produttive, che si trovano nella condizione di dover procedere ad una riduzione della propria attività lavorativa, possano ricorrere alla disponibilità del proprio contatore di ammortizzatori ordinari.
Il governo non ha infatti inteso prorogare la Cassa Integrazione COVID per le aziende che nel primo semestre dell’anno 2021 hanno subito un calo del fatturato del 50 per cento rispetto al primo semestre dell’anno 2019. Infatti, nell’incontro odierno l’azienda ha dichiarato che la perdita di fatturato registrata nel periodo di riferimento oscillerebbe tra il 25% ed il 30% e pertanto la stessa si vedrà costretta ad intraprendere la via della Cassa Integrazione Ordinaria in deroga.