| --° Taranto

Vent’anni sono tanti. Sono un lasso di tempo sufficiente nel quale può la cambiare la storia di un Paese o di un territorio. In vent’anni può cambiare una società, cambiano le abitudini di milioni di persone, i modi di pensare e di agire. Ma non è detto che tutto ciò accada. La sociologia, l’inchiesta sociale, insegnano che la Storia non è una scienza esatta, anzi. Che troppo spesso è stata tutt’altro che maestra di vita. E che ciò che dovrebbe cambiare in meglio rischia sovente di peggiorare. O di non subire alcun cambiamento chiudendo la realtà in un limbo, in una bolla dove la condanna è l’eterno ritorno dell’uguale. 

Vent’anni sono passati da quel 25 giugno 2001. Vent’anni in cui la vita di tanti di noi è radicalmente cambiata. Vent’anni durante i quali siamo diventati uomini e donne, troppo spesso formatisi in un altrove lontano da questa terra. Vent’anni in cui in tanti, troppi, ci hanno lasciato troppo presto. Acuendo un sottile dolore latente e silente.

Vent’anni in cui ben poco è cambiato in quel lembo di macchia mediterranea. Dove però, almeno la Natura, che da sempre risponde a delle leggi interne per fortuna sconosciute al genere umano, si è lentamente ripresa ciò che un devastante incendio ridusse in cenere. Sono tornati i pini, il verde, anche i semplici arbusti, lì dove vent’anni fa non restava altro che una landa desolata di erbacce e ruderi.

Un’area che per troppi anni è rimasta preda del menefreghismo, dell’arroganza, del disinteresse interessato di tanti. Recintata a malapena, trasformata in un parcheggio abusivo, con personaggi ‘sconosciuti’ ai più che arbitrariamente aprivano e chiudevano cancelli, governavano lì dove un tempo a dominare erano quelle che ancora oggi migliaia di persone ricordano come le estati più belle della loro vita. 

A 17 anni di distanza da quell’infermo di fuoco e fiamme, la IV sezione penale della Corte di Cassazione scrisse la parola fine sulla vicenda giudiziaria. Confermando la condanna – con sospensione condizionale della pena – ad un anno e sei mesi che era stata inflitta dalla Corte d’Appello di Potenza a Vincenzo Polini, titolare della tenuta agricola ‘Il Barco’. A Polini venne riconosciuta in via definitiva “la responsabilità di non aver adottato le norme di prudenza”, come la mancata realizzazione delle precese e di fasce taglia fuoco intorno al terreno della tenuta agricola dove si sprigionò l’incendio. In Appello fu confermata la decisione del tribunale di Potenza che in primo grado scagionò i responsabili civili: l’Amministrazione provinciale di Taranto e la stessa società Chemipul, società che era al lavoro in quella zona il giorno dell’incendio. Il giudice dispose inoltre il risarcimento danni per le parti civili e il pagamento di provvisionali di 40mila euro e 50mila euro per alcuni proprietari delle abitazioni danneggiate dall’incendio e di 100.000 euro per i 175 condomini del villaggio ‘Fatamorgana’.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/20/camping-lido-silvana-il-terreno-alla-italcave-spa/)

Ma la verità vera su cosa accadde realmente quel giorno di giugno di vent’anni fa, non la sapremo mai. Del perché accadde quel che accadde, e di
come fu possibile un disastro simile

Abbiamo dovuto attendere sempre 17 anni prima che il terreno “Compendio immobiliare composto da fondi rustici separati da strada e comunicanti da sottopasso pedonale, situato a Pulsano (TA) in località Lido Silvana” (oltre 40 ettari dove sorgevano ben 13mila alberi), venisse assegnato all’asta ad un prezzo irrisorio pari a 427.000 euro, dopo sei lunghi anni di aste andate deserte. Prezzo d’asta iniziale € 3.944.200,00. Ad accaparrarselo, come si ricorderà, la Italcave S.p.A. appartenente alla famiglia Caramia, già proprietaria da moltissimi anni dello stabilimento balneare di Fata Morgana (Marina di Pulsano), gestito con alterne fortune e investito anche da un sequestro giudiziario quattro anni fa e che proprio quest’estate ha riaperto i battenti, nonché proprietria dell’omonima e ‘famosa’ discarica sulla strada per Statte. 

Ma a tre anni di distanza da quell’assegnazione, non è dato sapere cosa ne sarà dell’area dell’ex camping di Lido Silvana. Né è dato sapere perché sia stata acquistata un’area così grande e per farne cosa. Ad oggi non ci risulta che sia stato presentato alcun progetto dalla società, né che siano in corso studi di fattibilità per un’eventuale valorizzazione paesaggistica o del turismo del luogo. Abbiamo più volte in questi anni contattato la società per porre alcuni quesiti, ma la promessa di essere richiamati non è stata ancora oggi mantenuta. Abbiamo cercato di saperne di più attraverso le nostri fonti sul posto, in quel di Pulsano e nella sua marina, ma al momento tutto tace. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/20/a-marina-di-pulsano-sorgera-un-mega-centro-turistico-alberghiero/)

Al di là di una nuova recinzione che espone il simbolo della società Italcave, di non meglio precisati lavori in quel di campo Nord, non abbiamo altre notizie. Anzi, una ce l’abbiamo. E riguarda quanto accaduto nel tardo pomeriggio di ieri, durante il quale si è celebrata una messa in memoria dell’incendio di vent’anni fa. Questo ci ha fatto scoprire l’avvenuta ristrutturazione della piccola chiesetta presente all’interno del camping (dove alcuni di noi piccolissimi furono battezzati), celebrata niente di meno che da monsignor Santoro in persona, arcivescovo di Taranto. Celebrazione religiosa, curioso a dirsi, chiusa al pubblico, alla quale sono state invitate le istituzioni (comune di Pulsano e Provincia di Taranto) e celebrata in forma privata.

Crediamo che qualsivoglia altro commento sia superfluo. 

Come sempre però, non tutto è da buttare. Anzi. Perché oltre ai cittadini che si sono costituiti parte civile nel processo per rivendicare i loro giusti diritti, altrettanti si sono riuniti nel corso di questi anni in diverse associazioni che hanno continuato a battersi per salvaguardare quel lembo di litoranea con molte iniziative.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/02/08/incendio-lido-silvana-nulla-e-cabiato-in-ventanni2/)

Tanti altri hanno deciso di difendere quel luogo continuando a frequentarlo come facevano da bambini. Tanti altri ancora fotografando il mare, i tramonti, qualunque cosa che potesse riportarli indietro nel tempo (come l’amico e bravissimo Luca Tocci di cui pubblichiamo alcune foto in questo articolo, che quel camping conosceva molto bene), per non dimenticare e non perdere la memoria con il passare degli anni.

L’assegnazione del terreno del Camping di Lido Silvana, non può e non deve essere un risarcimento consolatorio per chi è convinto che conservare la memoria storica sia la base di una società civile. Parte tutto da lì. Perché senza di essa non ci può essere vera resistenza al vuoto presente che viviamo. Perché il passato non può essere cancellato. E non va dimenticato. Mai.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2016/06/25/camping-lido-silvana-15-anni-rogo-infernale-la-storia-non-si-cancella/)

Vent’anni dopo sono, siamo ancora qui. Per dire a tutti quelli che ancora oggi fanno finta di niente; a quelli che volutamente hanno ignorato per anni; a quelli che hanno voluto dimenticare o hanno dimenticato; a quelli che si credono padroni di terre ancora oggi abbandonate, che c’è chi non si è mai rassegnato. Che continua a ricordare e a conservare la memoria. Che con i suoi piccoli mezzi ha continuato a resistere e a combattere. E non si è mai arreso. E mai si arrenderà. Perché una nuova Storia si può sempre riscrivere.

Perché quel tratto della litoranea tarantina, forse il tratto più bello, merita di rinascere e tornare fruibile ad un’intera comunità e ad ospitare turisti da ogni parte del mondo. Non può e non deve restare confinata e chiusa da centinaia di metri di un’anonima rete metallica.

In memoria dei tempi andati, ripropongo un qualcosa che scrissi tanti anni fa. E che ho riproposto spesso negli articoli su questa lunga e triste vicenda.

“E il tempo continua a passare. E con esso le nostre esistenze. La natura, però, non si è fermata a quel lontano 25 giugno del 2001. Il verde è tornato lentamente a farsi spazio. Non ci sono più i pini altissimi, ma tanti piccoli esemplari che pian piano si elevano da terra. E’ rimasto quello splendido strapiombo, con i suoi scogli che continuano a fungere da barriera insuperabile per il mare che si perde sconfinato all’orizzonte. Un mare che ancora oggi fa invidia anche ai Caraibi, e che è rimasto lì, imperturbabile e sconfinato come sempre. Anche il campetto è ancora lì, o quantomeno lo è il suo scheletro. Quei ragazzi che un tempo sognavano liberi e spensierati, oggi sono uomini e donne. Ma non hanno dimenticato tutto ciò che è stato. Ognuno di essi conserva nel suo cuore un pezzo di quel camping. Un giorno, chissà quanto lontano, tutto tornerà come un tempo. Torneranno gli alberi, i ragazzi, i sogni: tornerà la vita. Un giorno, gli esseri umani riusciranno a convivere tra di essi rispettando la natura e l’ambiente. Non importa quanto tempo ci vorrà. Intanto, oggi la storia s’inchina a noi, a quel gruppo di ragazzi che un tempo eravamo. E ci rende omaggio. E noi, fieri ed orgogliosi come sempre, nonostante tutto, non possiamo far altro che sorriderle di rimando. Ad maiora”.

A Federico.

Una risposta

  1. In una città governata dalla massoneria neanche la magistratura (anzi probabilmente la meno indicata per vari motivi) è riuscita a chiarire nulla. Di indagare sui contributi UE che furono incassati dalle gestioni precedenti a Polini per fare determinate opere e che non furono realizzate quasi per niente non se ne è mai parlato proprio.

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