La dipendenza da videogiochi è oggetto di studio da oltre 20 anni, da quando i videogames sono esplosi, diventando il fenomeno di massa che è oggi e con il quale abbiamo imparato a fare i conti.
Ogni giorno vengono spese più di 4 ore al giorno sullo schermo e questa realtà è scaturita, amplificata e per certi versi, degenerata, purtroppo, in seguito alla pandemia
Secondo la classe, l’isolamento e le restrizioni causate dal Covid hanno portato ad un aumento del tempo trascorso sui social, e al tempo stesso ad un isolamento condizionato, forzato, autoimposto proprio perché è stato “l’unico” mezzo di comunicazione col mondo esterno e, di conseguenza, l’uso dei dispositivi mobili è aumentato soprattutto tra i ragazzi.
Tutto questo ha creato anche una sorta di dipendenza dai videogiochi ed una conseguente sottrazione di tempo ad altre attività: sport, lettura, gioco, relazioni sociali, studio.
Nel corso di questi venti anni centinaia di studi si sono concentrati su quello che sembra essere uno degli aspetti più controversi per i videogiocatori. Nonostante ciò, non è ancora chiaro se questa situazione possa essere descritta come una patologia a se stante o se necessiti di trattamenti differenziati rispetto ad altre dipendenze.
L’uso precoce dello smartphone e dei social, abbiamo appreso consultando molti articoli, è un fenomeno che si manifesta già tra i 10 e gli 11 anni. E non sarà un caso che le situazioni di cyberbullismo aumentano mentre diminuisce la scarsa propensione alla lettura e allo sport. Un ragazzo su quattro, poi, non fa alcuna attività sportiva.
E a questo si aggiunge una emergenza sonno: gli adolescenti vanno a letto tardi, dormono poco, e restano “connessi” anche di notte. Una situazione ben descritta nell’indagine “Adolescenti e Stili di Vita”.
La tecnologia, emerge, ha di fatto creato una realtà condivisa contemporanea, che fa leva sulla componente infantile della mente, e che condiziona la vita, la spia, la rivela, la controlla.
Come abbiamo potuto rilevare all’interno della nostra classe la maggior parte dei ragazzi tende a non leggere più di sei libri all’anno, mentre per quello che riguarda lo sport sono sempre più presenti casi dove i ragazzi rinunciano alle attività fisiche, pur di rimanere sempre connessi con i videogiochi e smartphone.
Elisa – tornando in 3 F – sostiene che in app come Instagram e Tik Tok molti degli utenti cercano modi per mettersi in mostra pubblicando frequentemente foto e video creando(si) una vera e propria dipendenza.
Nel caso di Francesco, 12 anni, l’uso dello smartphone e la visione dei video su Tik Tok è pressoché ininterrotto e lo accompagna fino al momento della buonanotte.
Assistiamo all’assenza, alla mancanza delle relazioni, poiché è più facile fare amicizia online che dal vivo, e anche quando si è insieme, ognuno è nel suo mondo con il proprio telefono.
Cosa si può fare? Offrire buoni esempi. Queste azioni iniziano prima di tutto a casa, già da quando i figli sono bambini. E la soluzione forse risiede proprio nei genitori che dovrebbero conoscere meglio il mondo virtuale nel quale ci hanno accompagnato, dimenticando, forse, di venirci a riprendere.


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