Sta arrivando. La “moda” di cercare, scoprire e acquistare telefonini anni Novanta sta cominciando a dilagare. E non perché lo dicono i TG, lo dice il mercato. Quindi è una cosa seria. Basta dare un’occhiata ai principali siti di compravendita online. Quelli a “conchiglia” sono i più ricercati, ma anche i vecchi (e indistruttibili) Nokia vanno via come se fossero stati messi in commercio una settimana fa.

E visto che tutto ciò che è moda diventa cultura, sulla base di questa inversione di tendenza possiamo iniziare a coltivare una speranza: disabituarci all’uso ossessivo dello smartphone. Non ci salverà, ma ci aiuterà.

Non diremo definitivamente addio al (non)luogo nel quale passiamo in media circa tre ore e quindici minuti al giorno, ovvero, il nostro smartphone. Ma quello che sta accadendo potrà contrastare le “cattive abitudini” conseguite all’uso poco accorto, fino a diventare patologico in certi casi, del potente “mezzo” di comunicazione.

E’ l’inizio dell’era della “digital detox”, ovvero disintossicazione digitale, termine che fa riferimento a un periodo in cui una persona decide in di astenersi dall’uso di smartphone, tablet, pc e, conseguentemente, da Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok e decine di altri (sempre meno) social.

L’ultima frontiera per approcciarsi in modo morbido alla digital detox è acquistare cellulari anni Novanta. Un modo per non rimanere completamente tagliati fuori, potendo accedere a telefonate e messaggi(ni) e allo stesso tempo, per riscoprire una parte di quel mondo meno ansiogeno, fatto di squilli (volevano dire a seconda dei casi: “ti sto pensando”, “vienimi a prendere”, “non ho credito, chiamami”….) e SMS senza faccine.

Falciati dalla “Fomo” (fear of missing out), cioè dalla “paura di essere tagliati fuori”, non vogliono essere più vittime di quella necessità di avere lo smartphone sempre a portata di mano, provando ansia se non possono consultare il loro telefono, per paura di non avere tutto sotto controllo e di perdersi un aggiornamento o un messaggio.

E non vogliono più essere “Phubbing”, neologismo che unisce le parole phone (telefono) e snubbing (snobbare), cioè concentrarsi sul proprio smartphone e ignorare chi ci sta intorno. Un segnale di chiusura, perché in quel momento stiamo dicendo alla persona con cui ci troviamo che non ci interessa parlare, e che, al contrario, ci interessa di più quello che succede online rispetto a quello che sta accadendo dal vivo. Quante volte ci è capitato?

Quante volte ci siamo sentiti in colpa per aver dato priorità a chi era online rispetto a chi avevamo di fronte? Amici, partner, figli. Paradossale, come il timore di sentirsi esclusi, isolandosi, mentre si ignora chi ci sta accanto, escludendoli.

Questo ci ha fatto perdere il controllo. Questo ci ha fatto “ammalare” di malattie delle quali ancora non sappiamo di essere contagiati. Come la “Nomofobia” termine che nasce dall’unione dell’inglese “no mobile” e dalla parola “fobia” e che sta ad indicare la paura di non riuscire a connettersi al cellulare o di non essere rintracciabili anche per breve tempo. Questo è l’identikit del soggetto-tipo: porta sempre con sé lo smartphone, anche quando dorme, lo controlla incessantemente cercando messaggi, risposte, news. Si allarma se non riceve nulla e si eccita se arriva una notifica. Lo riconoscete?

Comprare telefoni anni Novanta per riappropriarsi del proprio tempo da trascorrere meglio con gli altri, per sfuggire alla scarsa capacità di vivere il presente e la realtà, può essere una soluzione.

I nativi digitali, i bambini e gli adolescenti torneranno a giocare a Snake, gli adulti si scambieranno un’altra volta Christmas Card e, se accadrà – insieme – usciremo dal “ritiro psichico” autoimposto, ormai saturi di quel simbolismo intenso, fragile e profondo quanto una tazzina da caffè, nel quale stiamo affogando.

😉

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