“Doveroso ascoltare la voce degli studenti, che cercano di esprimere esigenze volte a superare squilibri e contraddizioni. Le disuguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita, sono piuttosto il freno alla crescita.

Dignità è azzerare le morti sul lavoro che feriscono la società. La sicurezza del lavoro riguarda il valore che attribuiamo alla vita. Mai più tragedie come quella della morte del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto di scuola-lavoro”.

Le parole di un Presidente della Repubblica non sono mai casuali. Men che meno se le pronuncia il giorno del suo (secondo) insediamento. Sergio Mattarella, ha ricordato, non a caso, in quella solenne occasione, che “quasi ogni giorno veniamo richiamati drammaticamente a questo primario dovere della nostra società”.

 

sergio mattarella
Sergio Mattarella

Lo ha fatto dopo il passaggio di decine di manifestazioni in tante città italiane in risposta alla morte dello studente Lorenzo Parrelli durante un tirocinio in fabbrica.

I cortei hanno denunciato le morti su lavoro, le responsabilità della politica, hanno chiesto l’abolizione del sistema di alternanza scuola-lavoro. Discorsi e flash mob davanti a tante scuole di tutta Italia. Roma, Napoli, Cagliari, Mantova, Potenza, Genova, Padova, Viterbo, Verona, Vicenza, Treviso, Martina Franca, Latina e altre ancora.

Eppure non era stato l’ultimo studente, Parelli, principale attore di un percorso professionalizzante a restare coinvolto in un incidente. In 7 anni di “Buona Scuola” c’erano stati altri sei feriti gravi. E considerato che nel 2021 in Italia i morti per infortunio sul lavoro sono stati 1404 (4 al giorno) basterebbe questo per capire che quello della sicurezza non è un tema risolto, e nemmeno affrontato.

Questo raccontano i cortei studenteschi di questi giorni. Sostenendo l’idea che sullo studente-oggetto (quindi “strumento” di lavoro) si “individualizzano” le condizioni di sfruttamento, fino a diventare esso stesso un fattore di concorrenza (al ribasso) sui livelli salariali e sulle tutele nei luoghi di lavoro.

E questo dovranno spiegare gli inquirenti che indagano sulla morte di Lorenzo Parelli. Oltre al datore di lavoro è indagato anche un operaio, tra i primi o forse il primo a soccorrere il ragazzo in quel capannone. Perché sembra che il tutor assegnato fosse assente giustificato per malattia, ed è probabile che Parelli non abbia avuto dall’azienda le attenzioni che meritava in quanto persona esterna e senza esperienza professionale.

Nessun giallo, nessuna fatalità. E nessuno stupore sul fatto che pur trattandosi di una morte nel sistema di istruzione e nel luogo di lavoro, nessun ministero si sia sentito chiamato in causa e nessun sindacato abbia convocato uno sciopero.

E, verrebbe da dire, nessuno stupore sul fatto che le forze dell’ordine abbiano caricato gli studenti nelle manifestazioni di Torino, Napoli e Milano.

Bene che la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese abbia chiesto ai prefetti “intelligenza ed elasticità” (un pò come invitare Achille Lauro ad essere sobrio e morigerato la notte di San Silvestro), male che a Roma una dirigente scolastica abbia fatto intervenire le forze dell’ordine e che il direttore dell’ufficio scolastico regionale del Lazio, Rocco Pinneri, venuto a conoscenza delle espressioni di dissenso in altri istituti, abbia subito scritto una circolare per invitare i dirigenti a denunciare i ragazzi, in larga parte minorenni.

Bene che questa preziosa riserva di orgoglio, coscienza collettiva e solidale, abbia risvegliato gli studenti dall’estenuante torpore (anche mentale) di due anni di didattica a distanza. Lo è molto meno che vedano come un ostacolo l’affacciarsi della prove scritte contro le quali stanno, anche per questo, legittimamente ma poco comprensibilmente, protestando.

lorenzo parelli
Lorenzo Parelli

La scuola, quella vera, è sempre stata ad “ostacoli”. Per questo ci “preparava” alla vita al di fuori della scuola. Che è fatta di prove, ansie, difficoltà quotidiane. Il “tema”, la “traccia scritta” imponevano di sapere e ingegnarsi, trovare soluzioni, sperimentare, aprirsi alla meraviglia della parola. E della “conoscenza”.

Davvero un peccato l’idea sottrarsi a questa “prova”, rinunciare alla paura della “pagina bianca”. Scrivere bene – scrisse Thomas Mann ne “La montagna incantata” – significa quasi pensare bene, e di qui ci vuole poco per arrivare ad agire bene.

Ed è tremendamente vero. Chi si priva di questa possibilità sta rinunciando all’analisi, alla codifica dei fatti, alla selezione delle informazioni, alla razionalizzazione del presente. A saper fare le scelte giuste.

Chi vuole sottrarsi alle prove, non lo sa, sta rinunciando anche ad ascoltarsi. Oltreché a farsi comprendere.

E dovrebbe. Anche a nome di Lorenzo. Che tutto questo non potrà farlo più.

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