Trovare buone notizie non è mai semplice. Farsi largo nel flusso di informazioni per scovarne una che rivesta un carattere non banale di positività, soprattutto negli ultimi due anni, era già diventato un esercizio complicato. Ma stimolante.
Già si auspicava, intravedendo timidi segnali di primavera e di rinascite, l’arrivo di argomenti “leggeri”. Niente da fare. Nemmeno in tempo ad uscire dall’emergenza Covid siamo entrati nel dramma Guerra. “Il nemico invisibile” si è materializzato in un nemico a volto scoperto, concretizzato nella paura di un conflitto dal potenziale distruttivo elevatissimo. Si combatte alle porte dell’Europa, nella quale l’Ucraina è stata aggredita dalla Russia. Mai si era andati così oltre, nemmeno negli anni più critici della “guerra fredda”. Ed è solo l’inizio dell’escalation.

I racconti di guerra sono fatti principalmente di immagini. Di questa resteranno impresse le mamme e i papà ucraini che “segnano” il gruppo sanguigno dei figli sui vestiti, prima di andare a scuola, nel caso rimangano feriti. Una dolorosa premura che stride con una quotidianità nella quale il dilemma, prima di lasciare i bimbi davanti ai cancelli, resta: “mascherina chirurgica” o “ffp2”?
Meglio distrarsi da questi pensieri. Serve la mente sgombra. Mi viene in soccorso l’esempio di Primo Levi. Nell’inferno e nella confusione bestiale del campo di concentramento cerca di “elevarsi” da quel contesto cercando di ricordare il XXVI Canto dell’Inferno di Dante, il canto di Ulisse. Lo ricorderà “a frammenti”, in “Se questo è un uomo”, pentendosi di non averlo studiato abbastanza a scuola. Anche quelle terzine spezzettate, e quel pentimento, gli salveranno la vita, nell’idea di restare aggrappato a qualcosa di “alto”.
Un elemento di distrazione in questa settimana scellerata viene da una notizia dal mondo della scuola. Con l’annuncio del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che riammette lo studio del Latino nelle scuole medie. Una possibilità didattica, non un obbligo previsto in tutte le scuole, che nasce da un’interrogazione presentata dai senatori di Forza Italia Antonio Barboni, Anna Maria Bernini, Nazario Pagano, Urania Papatheu e Fulvia Caligiuri.

Non una rivoluzione strutturale. Ma comunque l’idea di una scuola più seria che si sta provando a costruire, considerando anche i possibili finanziamenti (17,59 miliardi di euro) che potrebbero arrivare con il Piano di ripresa e resilienza che, tra le molte infrastrutture previste, progetta anche un impegno su una nuova didattica. Proprio il Latino, paradossalmente, potrebbe tornare a essere, nella visione del ministro, una “nuova didattica“.
La “vecchia didattica” (che faceva della nostra scuola una delle migliori del mondo) la barattammo con una riforma del 1977 che aprì le porte alla composizione delle classi miste, ma anche all’abolizione del latino nelle scuole medie, indispensabile fino ad allora per l’accesso ai licei, ma non agli istituti tecnici e professionali. Un passo avanti per farne tre indietro.
Oggi già si parla di una reintroduzione quasi dovuta – “non solo alla luce delle sollecitazioni di diversi studiosi”- chiedono i parlamentari proponenti, ma soprattutto riconoscendo “il grande valore formativo di questa disciplina, funzionale al perfezionamento della comunicazione nella Lingua italiana e alle competenze interpersonali, sociali e di cittadinanza, fondamentali per il percorso di crescita dei nostri studenti”.
Qui è riposta la crucialità dell’intento. L’abolizione della lingua latina, che in un certo senso rappresentava uno “scoglio”, ha portato a una rinuncia della complessità nel senso più ampio, fino a diventare perdita di attenzione nei confronti di tradizioni, prima linguistiche, poi culturali.
Lo studio del Latino, non solo da un punto di vista metodologico, non è soltanto una lingua antica. E’ un esercizio di pensiero paragonabile alla matematica, al gioco degli scacchi. Impone un metodo costruito sull’ordine, costanza, logica.
Riportarlo tra i banchi delle medie vuol dire difendere (anche) l’Italiano. E con esso, l’allenamento del senso critico degli studenti, minato da un approccio eccessivamente semplificato dell’insegnamento e dal piattume dei test a risposta multipla.
Anche il ministro Bianchi, nell’interrogazione, ha riconosciuto “il valore formativo delle lingue classiche essenziali per comprendere il presente e sviluppare i saperi fondamentali che conducono alla riflessione e alla più ampia conoscenza del mondo e della società moderni, allo spirito critico e al ragionamento necessari per l’emancipazione delle alunne e degli alunni, per la cittadinanza europea e per la difesa dei valori comuni”.
Torneranno le “versioni”. E i ragazzi ricominceranno a parlare di traduzioni. Di quanto è “facile” Cesare e di com’è complesso Tacito.
E se coglieranno quest’opportunità, avranno uno strumento in più per decifrare ciò che accomuna il presente e il passato, comprendendo “con le parole” cambiamenti avvenuti nel corso di secoli. Perché la lingua e la parola raccontano anche la storia di una civiltà, dell’evoluzione umana e della cultura di un popolo.
La lingua aiuta a non dimenticare. “Litterarum radices amarae, fructus dulces”. Le radici del sapere sono amare, ma i frutti sono dolci.