Ciò che avviene nel cuore dell’Europa ci dice che nulla, negli equilibri geopolitici e nella politica energetica, sarà più come prima. La guerra in Ucraina potrebbe di fatto accelerare da Bruxelles la scelta “green”, destinando più investimenti in rinnovabili e l’idrogeno.
Punto nodale della questione: modificare l’asset delle forniture di gas naturale (il combustibile di “transizione” al posto di carbone e nucleare) per attenuare il rapporto di assoluta dipendenza con la Russia.
Problema comune è la mancanza di punti di riferimento. In sostanza, parlando di mercato del gas, tutto quello che si era consolidato anche in termini di rapporti con gli stati europei, non vale più.
Rubinetti chiusi
Dopo il calo negli ultimi giorni, i flussi di gas russo attraverso il gasdotto Yamal-Europa verso la Germania attraverso la Polonia sono stati fermati. Yamal è uno dei tre gasdotti che la società russa monopolista Gazprom (controllata direttamente dal Cremlino) utilizza per far arrivare il gas naturale verso l’Europa. Una chiusura che i mercati hanno avvertito in maniera non trascurabile.
A Bruxelles, nel frattempo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha diffuso un timido decalogo per ridurre la dipendenza dell’Ue dal gas russo, chiedendo il sacrificio di ridurre di 1 grado la temperatura dei riscaldamenti domestici e di autorizzare tasse temporanee sugli extraprofitti degli operatori dell’energia. Anche l’Italia ha già iniziato a smarcarsi dalla Russia, che secondo i dati Snam, già nei primi due mesi dell’anno è stata sorpassata dall’Algeria.
A febbraio, infatti, il gas algerino ha raggiunto quota 1,78 miliardi di metri cubi e quello russo 1,34 miliardi. In totale Algeri ha fornito 3,7 miliardi di metri cubi di gas e Mosca 2,95 nel bimestre. Sono 5 i valichi italiani che connettono la rete nazionale agli altri Paesi: Passo Gries (Verbania), collegato con il Nord Europa, Tarvisio (Udine) per il gas russo, Melendugno (Lecce) per quello proveniente dall’Azerbaijan, Trapani per l’Algeria e Gela (Caltanissetta) collegata alla Libia.
Le alternative
Per fronteggiare la crisi il presidente del consiglio, Mario Draghi, è tornato a parlare di un possibile raddoppio della capacità del gasdotto Tap. Il Gasdotto Trans-Adriatico, entrato in funzione a fine 2020, oggetto di forti proteste da parte di gruppi di cittadini e amministratori pubblici per motivi legati all’impatto ambientale dell’opera.
Il Tap (Trans adriatic pipeline) è un gasdotto che permette all’Europa di importare il gas naturale estratto in Azerbaijan. Lungo 878 chilometri attraversa il nord della Grecia, l’Albania e il Mare Adriatico prima di approdare nel sud Italia, in Puglia, dove si connette alla rete di distribuzione italiana del gas. L’attuale capacità operativa è pari a 10 miliardi di metri cubi l’anno, ma con l’aggiunta di due stazioni di compressione e modifiche alle unità esistenti si arriverà a 20 miliardi di metri cubi l’anno.
La Commissione, il Parlamento e il Consiglio europeo hanno assegnato a Tap lo status di “Progetto di Interesse Comune”, il gasdotto è considerato funzionale all’apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei 12 cosiddetti corridoi energetici, reputati prioritari dall’Unione europea per conseguire gli obiettivi di politica energetica.
Non la pensa così Marco Potì, sindaco di Melendugno, che in un’intervista di qualche giorno fa a Panorama conferma senza fraintendimenti tutti i suoi dubbi sull’utilità del Tap. “Sono sempre più convinto di quello che abbiamo fatto in questi anni, e alla luce di quello che sta avvenendo in queste ore in Ucraina confermo l’inutilità e la pericolosità del Tap per l’Italia e l’Europa”. Pericoloso, ma anche “inutile”. “Per il raddoppio ci vogliono almeno 4 anni. (…) Manca il pezzo di gasdotto che lo connette dal Salento al resto d’Italia, cioè il completamento del tronco da Brindisi a Massafra che secondo Snam non sarà pronto prima del 2028”.
Ridurre la “dipendenza”
Fino a che punto si spingerà la politica di autonomia di Bruxelles? Fino a che punto si userà l’arma del ricatto energetico? Bisognerà fare un scelta politica tenendo ben presente che, ci piaccia o meno, abbiamo una dipendenza dal gas e dal petrolio russo che bisogna ridurre prima possibile.
Rinnovabili e idrogeno, ma anche una politica di acquisti e di infrastrutture comuni. Bruxelles ha già accolto l’idea di un sistema di stoccaggi da gestire tramite un consorzio di operatori (di cui l’italiana Snam sarà uno dei perni nel suo ruolo di leader europeo del trasporto gas). Ex giacimenti esauriti trasformati in depositi per immagazzinare materia prima da utilizzare in caso di emergenza climatica ma anche per impedire speculazioni sui prezzi.
Per il momento, ripartiremo dall’Algeria, con soluzioni anticipate da Mario Draghi. “Le opzioni al vaglio, perfettamente compatibili con i nostri obiettivi climatici, riguardano prima di tutto l’incremento di importazioni di gas da altri fornitori, come l’Algeria o l’Azerbaijan; un maggiore utilizzo dei terminali di gas naturale liquido a disposizione; eventuali incrementi temporanei nella produzione termoelettrica a carbone o petrolio. Se necessario – ha aggiunto – sarà opportuno adottare una maggiore flessibilità sui consumi di gas, in particolare nel settore industriale e quello termoelettrico”.
C’est la (nouvelle) guerre.
mo dobbiamo stare a sentire pure il sindaco di melendugno riguardo le strategie energetiche nazionali… ma per cortesia…