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Non sarà il 2022 l’anno della svolta per l’ex Ilva. La conferma di quanto abbiamo scritto la scorsa settimana, si è materializzata quest’oggi nella sede di Confindustria a Roma, dove si è svolto l’incontro preliminare tra i sindacati metalmeccanici e Acciaierie d’Italia sulla cassa integrazione straordinaria. Presenti alla riunione, oltre ai segretari generali di Fim, Roberto Benaglia, Fiom, Francesca Re David, e Uilm, Rocco Palombella (accompagnati dai responsabili siderurgia di ogni sigla sindacale e dai delegati di fabbrica), l’UGL Metalmeccanici e l’USB, per Acciaierie d’Italia erano presenti l’amministratore delegato Lucia Morselli e Pierangelo Albini per Confindustria. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/01/ex-ilva-il-futuro-non-e-adesso/)

L’ad Morselli ha fatto chiaramente intendere che il closing dell’accordo di investimento tra Arcelor Mittal Holding Srl, Arcelor Mittal Sa e Invitalia in merito al gruppo siderurgico ex Ilva, firmato il 10 dicembre 2020 dai rispettivi amministratori delegati, difficilmente si concluderà entro il 31 maggio prossimo come inizialmente previsto.

L’intesa prevedeva un primo aumento di capitale di AmInvest Co. Italy Spa (la società in cui Arcelor Mittal ha investito 1,8 miliardi di euro e che è affittuaria dei rami di azienda di Ilva in Amministrazione Straordinaria) per 400 milioni di euro avvenuto nell’aprile 2021, che ha concesso ad Invitalia il 50% dei diritti di voto della società.

A maggio del 2022, ovvero di quest’anno, era stato poi programmato un secondo aumento di capitale, che prevede una sottoscrizione fino a 680 milioni di euro da parte di Invitalia e fino a 70 milioni di parte di Arcelor Mittal. Questi 680 milioni di euro sono quelli che Invitalia deve versare ad Ilva in Amministrazione Straordinaria per acquistare gli impianti appartenenti al gruppo siderurgico. Al termine di questa seconda operazione, Invitalia diventerà l’azionista di maggioranza con il 60% del capitale della società, avendo Arcelor Mittal il 40%, nonché la proprietaria degli impianti. Ma questa seconda parte dell’accordo, come detto, non sarà per ora rispettato. Per una serie di ragioni.

La prima, la più importante, è che come tutti sanno quell’accordo era subordinato all’attuazione di determinate condizioni sospensive. La modifica del piano ambientale in vigore per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto; l’assenza di misure restrittive, nell’ambito dei procedimenti penali in cui Ilva è imputata nei confronti di Acciaierie d’Italia Holding o di sue società controllate. In caso contrario, Acciaierie d’Italia non sarebbe obbligata a perfezionare l’acquisto dei rami d’azienda di Ilva e il capitale in essi investito verrebbe restituito.

Lo scoglio più grande, del resto, è sempre lo stesso: ovvero il sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, tutt’ora vigente, sui quali pende dal maggio scorso, complice la sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto‘, anche la richiesta di confisca da parte della Corte d’Assise di Taranto. A chiedere il dissequestro degli impianti dovrà essere la struttura commissariale, i commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria che ancora oggi sono, è bene ricordarlo, i proprietari di tutti gli impianti dei vari siti italiani del gruppo siderurgico. Ed è molto probabile, anzi è logicamente certo, che tale richiesta sarà inoltrata alla Procura di Taranto non prima del completamento delle prescrizioni previste dal Piano Ambientale del settembre 2017, la cui scadenza è prevista tra giugno ed agosto 2023. Attualmente le prescrizioni attuate coprono l’88% di quelle previste (il monitoraggio avviene tramite le ispezioni trimestrali di ISPRA e sono controllate dall’Osservatorio Ilva). Sino ad allora, inevitabilmente, si procederà a tentoni, visto che Invitalia non può comprare un sito industriale sottoposto a sequestro e a confisca. Per questo l’attuazione dell’accordo del dicembre 2020 slitterà (o i termini saranno posticipati oppure sarà ridiscusso un nuovo accordo): come questo si declinerà nei rapporti tra tra Invitalia ed ArcelorMittal lo si vedrà nelle prossime settimane.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/12/08/ex-ilva-storia-infinita-e-un-futuro-al-buio/)

Il quadro è questo ed è oramai chiaro a tutti. Inoltre, l’azienda oggi ha confermato la richiesta di cassa integrazione straordinaria per 3000 lavoratori (di cui 2500 a Taranto) sino al 2023, che sicuramente sarà poi estesa anche al 2024 e 2025. Per l’azienda però questi numeri non sono da considerarsi come esuberi strutturali, ma come sospensioni temporanee. Perché l’intento è quello di tornare a produrre con tre altiforni in marcia già da quest’anno (a giorni, terminati i lavori al crogiolo, entrerà in preriscaldo, per la ripartenza, l’altoforno 4) per passare dalle 4.4 milioni di tonnellate di acciaio del 2021, a 5,7 nel 2022, a 6 milioni nel 2023.

L’obiettivo finale, il punto di equilibrio produttivo-finanzario, che ad oggi pare soltanto un miraggio, è centrare gli 8 milioni nel 2025. A decarbonizzazione avvenuta e piano ambientale attuato permettendo.

Certo è che l’accordo sindacale, che andrà trovato in ben altra sede, ovvero quella del ministero del Lavoro che la prossima settimana dovrebbe convocare le parti insieme al ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, al momento non sembra essere così certo. Anche perché ormai i sindacati hanno capito da tempo quel che ancora né l’azienda, né all’epoca il governo Conte II e quello attuale, né Invitalia hanno avuto il coraggio di dire chiaramente: ovvero che nell’accordo d’investimento del dicembre 2020 è stato messo nero su bianco (le nostre fonti ce lo hanno più volte confermato) che i 1500 lavoratori migrati in Ilva in AS non rientreranno in Acciaierie d’Italia come invece previsto originariamente dall’accordo sindacale del 2018. Che prevedeva il rientro di quest’ultimi una volta attuato il piano industriale da parte di ArcelorMittal. I sindacati quindi temono che proprio in sede di accordo per la prossima CIGS possa essere messo sul tavolo della trattativa un problema di non poco conto, visto che ad oggi non vi sono proposte concrete per il futuro di questi lavoratori. Se non quello di restare confinati in Ilva in AS, in cassa integrazione, svolgendo mansioni minime di base, peraltro a rotazione, per quanto concerne le attività di bonifica in capo ai commissari straordinari di Ilva in AS. Senza dimenticare che questo significa, nei fatti, una violazione dell’accordo sindacale del 2018 che quindi dovrebbe portare ad una nuova intesa che però potrà esserci solo a fronte di un chiaro piano industriale che a tutt’oggi non c’è.

Anche se nella riunione odierna qualcosa in più l’azienda l’ha detta. Ovvero l’intenzione di investire quattrocento milioni all’anno di investimenti per due anni, 800 milioni in tutto di cui su Genova e Novi ligure 72 milioni in due anni. Acciaierie d’Italia ha dichiarato che investirà quest’anno 400 milioni nell’ammodernamento degli impianti e nella verticalizzazione della produzione in tutto il gruppo. Altri 400 milioni saranno investiti l’anno prossimo. Che riguardano il rifacimento dell’altoforno 5, la messa a regime della produzione dell’altoforno 4, la costruzione di un forno elettrico ed il consolidamento degli impianti a valle della fusione (acciaierie, treni nastri e laminazione).

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/02/16/bonifiche-ex-ilva-a-che-punto-siamo/)

Le reazioni dei sindacati

“L’accordo del settembre del 2018 con il Governo e con l’azienda era molto complesso ed aveva al centro il tema della piena occupazione. La risalita produttiva e le prospettive strategiche del gruppo, a partire dallo stabilimento di Taranto, dovevano accompagnarsi con una progressiva fuoriuscita dalla cassa integrazione e la rioccupazione dei lavoratori in amministrazione straordinaria. Questi principi per noi non sono in discussione, qualsiasi strumento transitorio legato all’incertezza degli assetti societari e delle prospettive a regime della produzione e dell’occupazione non può prevedere il riconoscimento di esuberi strutturali. L’azienda ha affermato che non intende dichiarare esuberi nel momento in cui conferma importanti investimenti per Taranto che riguardano il rifacimento dell’altoforno 5, la messa a regime della produzione dell’altoforno 4, la costruzione di un forno elettrico ed il consolidamento degli impianti a valle della fusione (acciaierie, treni nastri e laminazione). Tutto ciò dovrà essere verificato insieme al piano industriale, agli investimenti, e alle missioni produttive e ai livelli occupazionali per ogni stabilimento con il coinvolgimento dei due Ministeri interessati: per queste ragioni restano molti nodi irrisolti” hanno dichiarato Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil e Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom- Cgil e responsabile siderurgia.

“Gli impegni presi oggi dall’ex Ilva devono tradursi n zero esuberi e maggiore produzione per il 2022“. Lo dichiarazione il segretario generale Fim Cisl, Roberto Benaglia, e il segretario nazionale Fim Cisl, Valerio D’Alò, in una nota, al termine dell’incontro. Nell’incontro l’azienda “ha confermato una serie di investimenti previsti a partire dal rifacimento dell’altoforno cinque, il miglioramento degli impianti di acciaieria e produttivi e confermato, nonostante le difficoltà generali nei costi di energia e materie prime, un aumento delle tonnellate prodotte programmando per il 2022, arrivando a 5 milioni e mezzo complessivi”, spiegano i sindacalisti. Come Fim Cisl, affermano Benaglia e D’Alò, “abbiamo chiesto che quanto dichiarato oggi al tavolo, sia confermato in maniera puntuale per ogni singolo sito del Gruppo ma soprattutto abbiamo affermato che questo questo orizzonte deve portare ad una riduzione percepibile dell’uso della cassa integrazione, che già da tanto tempo peso sulle spalle dei lavoratori. L’azienda da parte sua ci ha garantito che la cassa richiesta non porterà esuberi”. “Per noi questa è una dichiarazione importante ma per essere tale, deve tradursi in un accordo che non smentisca quello del 2018 e che faccia da transizione verso il futuro”, sottolineano i sindacalisti. “Un futuro nel quale dovremmo fare un nuovo accordo complessivo sui piani industriali; questi dovranno essere meglio definiti, insieme all’ingresso dello Stato in quota maggioritaria e dove il governo dovrà avere un ruolo importante. Per noi è imprescindibile oggi ottenere un risultato che faccia sì che gli ammortizzatori non portino a esuberi occupazionali e non lascino le persone in sofferenza, abbiamo chiesto un sforzo straordinario all’azienda che deve essere capace di dimostrare come l’aumento della produzione di acciaio su tutti i siti e non solo su Taranto porti ad un aumento dell’occupazione e della produzione”, spiegano Benaglia e D’Alò. “Il 2022 per essere veramente un anno di rilancio deve portare con se soluzioni occupazionali forti e tutele per ogni lavoratore, compresi quelli in Ilva as”, concludono i sindacalisti.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/01/07/ex-ilva-un-nodo-difficile-da-sciogliere/)

“La mia organizzazione non può sottoscrivere un avvio di cassa integrazione straordinaria che di fatto prefigura il licenziamento dei 1.700 lavoratori in Ilva AS a cui si aggiungerebbero altri 3mila lavoratori. Per quanto ci riguarda l’accordo del 6 settembre 2018 è l’unico sottoscritto dalle organizzazioni sindacali e approvato dai lavoratori per mezzo del referendum”. Così Rocco Palombella, segretario generale Uilm, all’incontro in Confindustria con l’ad di Accierie d’Italia, Lucia Morselli. “Nel 2018 – aggiunge Palombella – si arrivò a quel piano industriale dopo la realizzazione di un piano ambientale a cui diede l’ok la Commissione europea, dopo sei mesi di attenta valutazione, e dopo diversi addendum atti a soddisfare le richieste della Regione Puglia e del Comune di Taranto. Sempre nel 2018 siamo partiti da 14.200 persone per arrivare a 10.700 stabilendo un parametro: su 6 milioni di tonnellate di produzione dovevano lavorare a Taranto 8.200 lavoratori. Inoltre, i circa 2mila in Ilva AS sarebbero dovuti rientrare a lavoro con la risalita produttiva e comunque entro la fine di realizzazione del piano”. “Quell’accordo – dice il leader Uilm – è ancora oggi in essere, pertanto restano validi il piano ambientale e tutte le garanzie occupazionali. Dovete quindi sapere che un accordo di cassa straordinaria di un anno che ‘presumibilmente’, così come avete scritto, traguarda il 2025 noi non siamo nelle condizioni di poterlo firmare. A credere ancora nello stabilimento di Taranto sono in pochi. Per recuperare un consenso in quella realtà occorre che i lavoratori stessi difendano lo stabilimento, ma se voi li trattate in questo modo l’ex Ilva non avrà alcun futuro“, conclude Palombella.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/12/21/riconversione-ex-ilva-una-partita-dai-tanti-interessi/)

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