L’acquazzone annunciato dal meteo non c’è stato, avendo anticipato la sua “opera” alle prime ore del giorno. Al suo posto, un timido solicello e un po’ di vento, bastevole a far agitare appena la bandiera italiana sul Castello Aragonese. Ben altri tempi, però, da quando “De San Catàvete jesse ‘u fridde e avène ‘u càvete”, primi bagni compresi. Ma accontentiamoci! San Cataldo nella sua “casa” appariva quasi ansioso di ritornare nell’abbraccio del suo popolo, dopo la lunga parentesi della pandemia. E dal canto loro i tarantini, dai loro volti, sprizzavano contentezza dal poter riavere il Santo Patrono fra di loro. Lo stesso dicasi per il nostro mare, che per la circostanza pareva aver lustrato i suoi già splendidi colori. Anzi, tutta la natura pareva ansiosa, nella sua rinnovata bellezza, di poter tributare il suo omaggio al santo, tornato a ridare coraggio alla sua comunità.
Si respirava grande attesa in Città vecchia per l’inizio delle celebrazioni patronali con l’accensione anticipata già da sabato delle belle e variopinte luminarie. E quando per via Duomo sono risuonate le note delle bande, che accompagnavano il corteo delle autorità municipali, la gente è uscita in strada (molti i turisti) per assaporare questo inizio di festa, prologo alla cerimonia in basilica de “’u pregge”, cioè la consegna del simulacro del santo patrono alle autorità civili. “Vòle ‘u pregge cumm’a San Catàvete”, si dice di una persona che pretende di essere ossequiato profondamente per un suo intervento. Ma San Cataldo, per chi ne conosce la storia, è stato uomo di azione concreta e tempestiva, come avvenuto al suo arrivo, quando aiutò Taranto, alquanto decaduta nei suoi costumi, a risollevarsi. E la sua intercessione, ne siamo sicuri, non mancherà anche in questi momenti difficili, ma toccherà a ognuno fare la sua parte, come ha spesso ribadito mons. Filippo Santoro.
All’arrivo del corteo nel Cappellone, il commissario prefettizio Vincenzo Cardellicchio, in segno di affidamento, ha posto le chiavi della città al braccio dell’argenteo simulacro. Quindi, il discorso dell’arcivescovo Santoro e la firma dell’atto di consegna con la solenne benedizione. Al canto dell’”Inno a San Cataldo” il simulacro è uscito dalla chiesa. “San Catàvete mije, facìteme ‘u meràcole!”, sussurrava un devoto all’apparire del santo. Nel suo ondeggiare, portato a spalla dai confratelli in mozzetta rossa, il nostro Patrono pareva assentire a questa invocazione, fra il festoso garrire delle rondini, il “Mosè” intonato dalla banda musicale (senza il quale, dalle nostre parti, nessun santo osa uscire dalla chiesa) e soprattutto l’applauso della gente, tanta, ad affollare piazza Duomo!
Dopo lenta ”nazzecata”, verso le ore 20 il santo ha raggiunto largo arcivescovado per essere posto sul carro infiorato e dirigersi processionalmente al molo turistico “Sant’Eligio” per l‘imbarco sulla motonave Cheradi. Tanta gente fuori dai cancelli del porticciolo ad attendere l’arrivo del Santo, sperando anche, ma invano, in qualche invito dell’ultima ora per salire sull’imbarcazione e poi rassegnandosi ad accalcarsi dalla “ringhiera” per salutare San Cataldo.
A serata inoltrata la processione a mare ha raggiunto il canale navigabile per essere salutata dall’applauso scrosciante e dalla cascata di argentei fuochi pirotecnici scesa dal castello aragonese. Dopo il giro in Mar Piccolo, lo sbarco, accolto da gran folla, è avvenuto ben oltre le ore 22 alla discesa Vasto per il rientro in basilica.