Una delle fasce di popolazione più delicate è quella della prima infanzia. Per gli approcci iniziali al mondo educativo e sociale sono necessarie strutture specifiche. I comuni hanno un ruolo importante nella gestione delle infrastrutture dedicate ai bambini e nel supporto economico alle loro famiglie.

I servizi connessi possono essere distinti in tre tipologie: gli asili nido e i micronidi che mirano alla crescita pedagogica e sociale dei bambini tra i 3 mesi e i 3 anni di età; le sezioni primavera, classi di scuole per l’infanzia rivolte ai bambini più piccoli; i servizi integrativi tra i quali figurano gli spazi gioco, i centri bambini-famiglie e gli interventi in abito domiciliare.

Secondo Istat, nell’anno educativo 2018/2019 sono stati registrati 13.335 servizi per la prima infanzia, considerando sia le strutture pubbliche che private. Si tratta per la maggior parte di asili nido tradizionali (81%). Sezioni primavera e servizi integrativi compongono il 10% e il 9% dell’offerta complessiva.

La disponibilità a livello regionale è caratterizzata da un forte divario dell’offerta del mezzogiorno rispetto al centro-nord. La regione in cui ci sono più posti per i servizi per la prima infanzia è la Valle d’Aosta (45,7 posti ogni 100 bambini) seguita da Umbria (42,7) ed Emilia-Romagna (39,2). Calabria (11), Sicilia (10) e Campania (9,4) riportano i valori più bassi. La Puglia è messa un po’ meglio con 16,8 ogni 100 bambini.

La gestione degli asili nido a titolarità pubblica rappresenta una delle materie di competenza dei comuni più impattanti sulle comunità. Rientra all’interno di una serie di servizi che le amministrazioni predispongono per le famiglie con i minori a carico.

All’interno del bilancio d’esercizio dei comuni, c’è una missione di spesa dedicata alle politiche sociali. Comprende tutte le voci dedicate alle fasce di popolazioni più fragili. Una di queste è dedicata agli interventi per l’infanzia e i minori.

Sono comprese le uscite per la costruzione delle strutture e la gestione dei servizi per bambini in età prescolare. Si parla di asili nido, orfanotrofi, centri ricreativi e interventi domiciliari. Si considerano inoltre le indennità per la maternità, gli assegni familiari, il sostegno a famiglie mono genitoriali o con figli con disabilità. Infine, sono incluse le spese per contrastare il disagio minorile e per le comunità educative.

Sul versante delle spese per i comuni con più di 200mila abitanti si presentano delle forti diversità su base geografica. Le città che spendono di più per questa voce di bilancio sono quattro grandi comuni del centro-nord: Trieste (197,63 euro pro capite), Bologna (130,43), Firenze (112,84) e Milano (108,47). Al contrario, le uscite minori sono registrate da quattro amministrazioni del sud: Bari (58,82 euro pro capite), Palermo (41,32), Napoli (33,35) e Messina (3,86).

Taranto con 34,35 euro pro capite si piazza agli ultimi posti di questa graduatoria ma su base regionale viene solo dopo Bari e Lecce. Se poi  consideriamo tutti i quasi 8mila comuni del paese, le uscite medie di un comune si assestano a 14,14 euro pro capite per la voce considerata e dunque il capoluogo jonico è sopra la media nazionale.

 

Considerando la provincia di Taranto, da considerare l’exploit del comune di Faggiano che ha speso 176,66 euro pro capite per abitante.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat  (rielaborazione grafica Marco Panico).

 

 

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