“I negoziati vanno avanti a ritmo serrato rispetto a richieste che sono state giudicate talvolta irricevibili, talvolta negoziabili. Il contratto tra governo e Mittal verrà prorogato, in alcune parti ci saranno delle modifiche rese necessarie dalle nuove circostanze, ma l’impianto è quello“. La conferma di quello che già si sapeva da tempo, è arrivata anche dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, dopo aver incontrato oggi a Genova una delegazione di sindacalisti dello stabilimento ex Ilva di Cornigliano.
“La salita di Invitalia al 60% – ha aggiunto il ministro ai cronisti al termine dell’incontro – è una delle questioni che abbiamo giudicato irrinunciabili. Naturalmente bisogna definire il quadro sia in termini ambientali che giuridici e su questo, per la nota separazione dei poteri, non ci può fare nulla lo Stato“. “Ho spiegato ai sindacati in una discussione molto cordiale – ha sottolineato Giorgetti – quello che stiamo facendo senza fare strombazzate inutili. Credo che già la prossima settimana possano essere definite le modalità con cui prosegue l’attività di Acciaierie d’Italia. Il governo italiano ritiene strategica la siderurgia nazionale per cui servono investimenti e serve aumentare la produzione dell’acciaio in Italia”.
“Sugli impianti di Taranto – ha concluso il ministro – purtroppo c’è una situazione giudiziaria assai complessa, per cui la magistratura ha decretato la confisca. Si attendono ancora le motivazioni di questo provvedimento, per cui qualsiasi socio privato prima di investire vuole capire se investe in realtà che poi vengono confiscate dallo Stato“.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/24/acquisto-ex-ilva-laccordo-slitta-al-2023/)
Le parole odierne del ministro Giorgetti fanno il paio con quanto dichiarato martedì 24 maggio dai Commissari straordinari di Ilva in Amministrazione StraordinariaAntonio Lupo, Francesco Ardito e Alessandro Danovi, durante l’audzione nele Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive, presso l’Aula della Commissione Attività produttive, in merito alle attività di bonifica del sito ex Ilva. E con quanto anticipato negli ultimi mesi dall’amministratore delegato di Acciaierie d’Italia Lucia Morselli e del presidente della società Franco Bernabè.
Gli incontri tra le parti si susseguono da diverse settimane oramai: la proroga del contratto inizialmente ipotizzata al 2023, potrebbe anche slittare sino al 2024 (ma non si esclude anche al 2025), a fronte del fatto che non si sono realizzate le condizioni previste per la conclusione dell’accordo (siglato a dicembre 2020 e poi rinnovato nel marzo del 2021), prima tra tutte il mancato dissequestro degli impianti dell’area a caldo. Ad agosto 2023 in cui è prevista la scadenza dell’attuazione di tutte le prescrizioni del Piano Ambientale 2017 (che attualmente viaggia sul 90% dei lavori effettuati), con la possibilità, dopo tutte le verifiche del caso da parte dell’ISPRA, di ottenere il dissequestro degli impianti dell’area a caldo. Eventualità che potrebbe far decadere la confisca decisa dalla Corte d’Assise di Taranto nella sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto‘ (di cui a distanza di un anno si attendono ancora le motivazioni), che diventerebbe effettiva soltanto dopo il pronunciamento della Cassazione nell’ultimo grado di giudizio.
A conferma dell’importanza del dissequestro degli impianti dell’area a caldo, ricordiamo che attualmente vi è lo stato di sospensione della governance aziendale posto che Arcelor ha ceduto il 50% dei diritti di voto a Invitalia (che detiene una quota azionaria del 40%): questo perché per esercitare pienamente il proprio diritto di voto Invitalia ritiene necessario che si realizzino una serie di condizioni sospensive, tra cui, in primis, il dissequestro degli impianti, perchè si rischierebbe, in mancanza, il danno erariale. Questi aspetti sono fondamentali ai fini dell’accesso al sistema bancario e finanziario in termini continuativi nel tempo e quindi ai fini della continuità aziendale di Acciaierie d’Italia e hanno inevitabilmente un impatto significativo anche sulle aziende dell’indotto.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/16/ex-ilva-la-procura-nega-il-dissequestro-1/)
Le parti in causa, ovvero ArcelorMittal Italia, socio privato di Acciaierie d’Italia, quello pubblico Invitalia e i Commissari straordinari di Ilva in AS (che sono ancora oggi i proprietari del siderurgico) stanno lavorando ad un accordo che sia il più equilibrato possibile.
Per quanto attiene la struttura commissariale, la posizione è rimasta quella che riportammo ad inizio maggio: indipendentemente da quelle che saranno le richieste di Acciaierie d’Italia, i Commissari sono per il mantenimento della coerenza della proroga del contratto con l’attuale rapporto contrattuale, salvo che per la modifica della data del closing e per il regolamento di alcune questioni non significative sul piano economico, qualche precisazione e altre regolamentazioni resesi necessarie per questioni tecniche.
Difficilmente dunque l’azienda lo sconto di 200 milioni di euro sul prezzo finale d’acquisto, forse potrebbe strappare un taglio sul canone d’affitto, ma inferiore al 25% inzialmente richiesto. Richieste a cui i Commissari avrebbero già opposto un netto rifiuto, essendo questioni sin troppo delicate da inserire in un nuovo accordo. In particolare la prima, sulla quale è ancora in corso un arbitrato.
Come si ricorderà ArcelorMittal Italia, nell’intesa del marzo 2021, ottenne già uno sconto sul 50% del canone totale di 180 milioni che scese a 90 milioni, con pagamento differito all’atto dell’acquisto. Il cui acquisto nel 2017 venne valutato in 1,8 miliardi di euro, a cui l’azienda ha chiesto di sottrarne 200 in virtù del fatto che nel 2018, l’anno in cui subentro come affittuaria, il valore di mercato e patrimoniale dell’azienda non fosse quello dell’anno precedente. La struttura commissariale però, è bene sempre ricordarlo, di quelle risorse economiche ha bisogno, visto che per pagare gli interessi (pari all’11% su decisione dell’Unione Europea e che attualmente sono nell’ordine di 400 milioni solo per la prima tranche del finanziamento che si ottenne in tre interventi diversi da parte dello Stato) sui finanziamenti avuti dallo Stato dopo il 2015 che in totale ammontano a 1 miliardo di euro.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/04/ex-ilva-trattativa-su-proroga-del-contratto/)
Ricordiamo che l’intesa iniziale prevedeva un primo aumento di capitale di AmInvest Co. Italy Spa (la società in cui Arcelor Mittal ha investito 1,8 miliardi di euro e che è affittuaria dei rami di azienda di Ilva in Amministrazione Straordinaria) per 400 milioni di euro avvenuto nell’aprile 2021, che ha concesso ad Invitalia il 50% dei diritti di voto della società.
A maggio del 2022, ovvero di quest’anno, era stato poi programmato un secondo aumento di capitale, che prevede una sottoscrizione fino a 680 milioni di euro da parte di Invitalia e fino a 70 milioni di parte di Arcelor Mittal. Questi 680 milioni di euro sono quelli che Invitalia deve versare ad Ilva in Amministrazione Straordinaria per acquistare gli impianti appartenenti al gruppo siderurgico. Al termine di questa seconda operazione, Invitalia diventerà l’azionista di maggioranza con il 60% del capitale della società, avendo Arcelor Mittal il 40%, nonché proprietaria degli impianti. Ma questa seconda parte dell’accordo, come detto, non sarà per ora rispettato.
Vedremo la prossima settimana quali saranno i termini del nuovo accordo.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/10/ex-ilva-la-vera-svolta-puo-attendere-1/)
Questo Giorgietto dove vive ,di cosa si occupa ? Di fallimenti? Ma non crede ai sindacati quando dicono che gli impianti sono a pezzi e altamente inquinanti ,ecco il perché .. se dovessero dissequestrarli regaleremmo l’ambiente più che svenderlo . Pensate a rendere questo posto più civile ,basta vedere il guardrail rosso rame ,l’acquedotto del Triglio (genio dell’arte romana ) finita in mano ai poveri sciagurati tarantini (adesso ridotto ad una latrina )sembra fatto di mattone refrattario ,non sapevo che i romani lo adoperassero ,all’esterno a parte la zona del tubificio illuminato a giorno ,il resto sembra peggio del San Brunone buio e la spazzatura ovunque non ci sono neanche i cassonetti ,rotatorie buie e pericolose ,segnaletica assente o presa di “ponte” come si usa dire nel nostro gergo e tanta tanta mineral,si vergogni ministrello da strapazzo. È vero che trattare con i tarantini è più facile di imbrogliare un bambino ,ma la smetta di dire eresie e si dimetta dal ruolo che non le compete probabilmente . Ci sono tante persone che stanno puzzando dalla fame che non gli arriva lo stipendio ,tanti che ormai vedono Taranto come una disgrazia ,adesso i Riva in Belgio richiamano i loro vecchi operai e li fanno sentire prestigiosi ,cosa che qui non avverrà mai . Comunque è rimasta solo Taranto in tutta Europa a produrre acciaio ,in cambio di che di morti di tumore ,di incertezze e mancate possibilità di crescita o di alternative alla teoria che in questa città ci sia solo l’ Ilva e basta e dopo Taranto rimane e rimarrà l’ultima ruota del carro,è così palesemente evidente ,poveri a noi ,volete lo stabilimento curatelo altrimenti fatelo da un’altra parte così Taranto perde sempre punti ,è veramente imbarazzante girare per le strade e vedere lo scempio creatosi in tutti questi anni e il presidentello Emilio fa finta di niente e si permette di dire che ha una predilezione per questa città “stica” annamo bene ,proprio bene . Taranto era la città della coltura un tempo ,almeno , adesso si accenna alla cultura si ma quale ,sti buzzurri menefreghisti che si lamentano e poi lasciano lo scettro al primo scellerato di turno ,vergogna ,stiamo seminando il cambiamento ,si stica state facendo ,la città e i vari contorni sono ai piedi di Cristo ,siamo onesti ogni tanto però ,non possiamo difendere ciò che è alla vista di chiunque ..diciamo dovrebbe essere bellissima la nostra città ,ma ahimè per lo stato in cui si trova saremo sempre gli ultimi e quelli beffeggiati da tutti .