La superficie di Taranto si estende per circa 250 km2, i suoi quartieri sono morfologicamente decentrati dal borgo umbertino e talvolta questa distanza non è solo fisica. Abbiamo voluto interfacciarci con gli attori del territorio e le persone che ci vivono e lavorano, per far emergere risorse e criticità di ciascuna periferia. Auspichiamo che chi amministrerà la città, ne usufruisca per trarre interessanti spunti di riflessione che possano tramutare in azioni politiche concrete.
(Abbiamo già scritto di San Vito, Lama, Talsano-Tramontone e Salinella-TA2).
Il Parco Archeologico Belvedere dei Tamburi
Il presidente Giuseppe Roberto, del Comitato Di Quartiere Tamburi, si è detto sfiduciato dalla politica tanto da non riversare alcuna aspettativa nella futura amministrazione. Per lo meno, ha specificato, dal punto di vista ambientale però si augura che le problematiche del quartiere vengano risolte. A tal proposito si dichiara non soddisfatto della raccolta differenziata avviata ai Tamburi perché, a suo dire, sono più le volte che percepisce nell’aria una sensazione olfattiva sgradevole proveniente dai cassonetti di plastica surriscaldati. Gli stessi non vengono svuotati tante volte quanto necessiterebbero, specialmente il comparto “dell’umido”.
Foto salvate dalla pagina facebook “Progetto Parco Archeologico del Belvedere”
«Non è giusto, è riduttivo dire che ci sentiamo – le parole di Roberto – cittadini di serie B. Non si può respirare a pieni polmoni nel quartiere e quindi chiudono tutte le strutture sportive all’aperto. Ai Tamburi però abbiamo anche gli scavi del ‘Parco archeologico del Belvedere’ in zona Croce ma invece di valorizzarlo lo hanno chiuso e non si capisce cosa vogliono farci. Il sito in questione è a ridosso dell’industria e ovviamente qui si salvaguardia la raffineria, l’ex-Ilva e non la salute della gente e l’economia del quartiere perché non interessa alle istituzioni. La verità è questa».
Tra paradossi e arte
Lucia Lo Martire, del gruppo Tamburi Combattenti: «Nel quartiere non abbiamo aree gioco, aree verdi e il motivo è che non c’è concesso far giocare i bambini nei giardinetti. Partiamo da questo! La zona, per via della vicinanza all’ex-Ilva, non è praticabili e quindi non si pensa minimamente ad un’area verde. Qualsiasi altra iniziativa non decollerebbe per l’imponente presenza della grande industria».
Ha parlato di aree verdi ma cosa n’è stato del progetto finanziato dal cantante Niccolò Fabi per realizzare il “Parco di Lulù”?

«Il progetto esiste ed è stato approvato però non parte per diversi problemi riscontrati con l’ex amministrazione ma noi dei Tamburi Combattenti abbiamo combattuto affinché non si realizzasse. Se a due passi da dove sorgerebbe il Parco è vietato andare a correre e non si dà il permesso per organizzare, come quando ero bambina, i giochi della gioventù perché l’area non è praticabile, allora perché si concede di costruire un giardinetto per i bambini? Ci hanno risposto che comunque i bambini giocano per strada. Certo ma la responsabilità è dei genitori invece se si realizza appositamente un’area aperta per loro, sarebbe un controsenso rispetto ai divieti imposti».
Il bilancio rinominato “Fatto 100” annovera un certo “CAMPO ATLETI AZZURRI D’ITALIA” come impianto sportivo che sarà uno degli assi di rigenerazione più importanti nel quartiere. Le risulta che sia stato avviato qualche cantiere?
«No, è stato solo annunciato. Noi avevamo il “Campo Jonica”, vicino al cimitero San Brunone, in cui si allenavano le squadrette di calcio, i bambini organizzavano partite e c’erano dei privati che lo gestivano ma è stato chiuso da qualche mese. Ai più piccoli non è più concesso giocare a calcio, come si può essere orgogliosi di qualcosa se non c’è più niente, ai Tamburi, per esserlo? Sono nata qui e sono legata a questa zona ma da piccolina vivevamo benissimo, avevamo ogni tipo ti negozio, i servizi funzionavano e per un periodo avevamo persino un distaccamento della scuola superiore “Nitti”.
Si stava bene invece adesso c’è la desolazione più totale, per ritrovarci ci sono solo i circoli ricreativi dove vendono la birra ma per i ragazzi e le ragazze, oltre la chiesa, non c’è niente. Non si può fare più niente e sento, con amarezza, anche parecchie insegnanti che rifiutano il posto ai Tamburi per paura. Altre l’affrontano e poi si ricredono ma di base c’è l’idea che ci siano tante famiglie difficili ma quando ero bambina l’ambiente era completamente diverso perché qui vivevano classi sociali medio-alte, ora non più».
Da cittadina residente ai Tamburi, ritieni che la raccolta differenziata stia funzionando?
«Assolutamente no! Proprio l’altro ieri una ragazza, su un gruppo WhatsApp, raccontava che davanti casa sua stavano raccogliendo tutti i bidoni della differenziata in un unico furgone, tutto insieme. Purtroppo se ci lamentiamo ci sentiamo dire che siamo noi a differenziare male».
L’auditorium TaTÀ rappresenta invece uno spiraglio di luce per il quartiere?
«Il teatro è una di quelle realtà che funziona, molte scuole e associazione organizzano diversi eventi al suo interno però si regge sulle forze dei gestori. Per esempio, intorno al TaTÀ è tutta campagna e di sera diventa impraticabile, non c’è luce e la gente ha paura ad andarci ed è un vero peccato».
La chiesa che cura – anche – i corpi

Padre Nicola Preziuoso, parroco e superiore della chiesa Gesù Divin Lavoratore dei Tamburi, è presidente della fondazione ONLUS – “Centro Educativo Murialdo” (CEM). Il Centro – dalle sue parole – è di orientamento alla vita e al lavoro.
Padre, da circa quattro anni, in parrocchia c’è uno studio medico. Com’è nata l’idea?
«Più che un’idea è avvenuto un fatto! Uno dei miei migliori collaboratori del Centro, “Claudio Cito”, ha manifestato gravi problemi ai polmoni. Io sono originario di San Severo in provincia di Foggia e conosco molti medici che lavorano all’ospedale di San Giovanni Rotondo quindi gli chiesi se voleva venire a farsi una visita di controllo.
Uno di questi medici, dopo aver visto la sua situazione, “ironicamente” ci disse: “Voi di Taranto ci avete riempito un ospedale ma perché non apri uno studio medico nella tua parrocchia?”. Questa frase mi sorprese e lì pensai che Gesù di Nazareth non curava solo le anime ma anche i corpi e gli risposi: “Volentieri!”. Ritornai a Taranto e ne parlai con l’arcivescovo che fu entusiasta e riservai delle stanze per poter aprire questo studio».
In quanto tempo siete riusciti a realizzare lo studio medico?
«Dopo un anno di preparazione, di permessi dell’ASL e dopo aver firmato un protocollo d’intesa tra la parrocchia e San Giovanni Rotondo, abbiamo avviato questa ricerca. Quest’ultima consiste nell’effettuare la spirometria e l’ecografia, con macchinari portati da San Giovanni Rotondo ai Tamburi, per poter individuare eventuali microlesioni alla pleura polmonare. Loro ci hanno dato questi macchinari e ne assicurano la manutenzione. Si è creato un pool di medici che volontariamente, a proprie spese, cinque volte al mese, viene nella nostra parrocchia per fare queste indagini preventive. L’obiettivo è quello di andare ad individuare per tempo le microlesioni alla pleura polmonare, che è un po’ quello che si fa nello screening al seno. Compatibilmente ai loro impegni di lavoro e considerando la lunga pausa per la pandemia, adesso abbiamo ripreso e fino ad oggi hanno effettuato 780 visite e il 33% del totale ha manifestato microlesioni alla pleura polmonare.
Il che vuol dire che l’ospedale di San Giovanni Rotondo dedica mezza giornata al mese, per quelli che hanno riscontrato queste microlesioni, per fare la tac e a fronte della tac, chi manifesta effettivamente la presenza di tumori allo stato nascente, viene invitato immediatamente a ricoverarsi e ad operarsi».
Quali sono le condizioni per poter prenotare una visita in parrocchia?
«Le condizioni sono tre:
1.Avere un’età compresa tra i 45 e i 65 anni perché è l’età più a rischio secondo gli esperti;
2.Abitare a Taranto da non meno di 10 anni;
3.Ritenere di star bene perché se una persona è già in cura, non può venire.
Prima del covid-19 erano 10 i pazienti che potevano prenotarsi nei giorni di visita ma adesso, per motivi di precauzione legati al distanziamento fisico, sono 5».
Come ci si iscrive?
«Si manda un messaggio WhatsApp al numero della mia segreteria che provvederà a stilare un elenco in base all’ordine di prenotazione. Quando questi medici volontari ci indicano i loro giorni disponibili, solitamente avviene all’inizio del mese quando ricevono i turni, richiamiamo chi ci ha contattato per chiedere se sono disponibili.
Questo studio medico, per noi, è un gesto concreto e qui apriamo un’altra parentesi perché abbiamo tanti problemi nel quartiere, e in città, che vanno denunciati ed evidenziati però qui il punto è che bisogna cominciare a dare delle risposte. Fermarsi alle analisi non è più sufficiente».
Criticità
Padre, ha parlato di problemi, a cosa si riferisce?
«Per quanto riguarda le criticità del quartiere parlerei come presidente del Centro Educativo Murialdo. 28 anni fa con uomini e donne volontari che hanno il privilegio, come me, di avere un posto di lavoro, ci siamo posti il problema di chi non ce l’ha quindi è una lotta alla disoccupazione.

L’intuizione di fondo che ci ha guidato e ci guida da 28 anni è il fatto di individuare questa questione: prima di cercare lavoro, ci siamo convinti che è molto importante cercare la propria vocazione. Ciò significa che prima di cercare lavoro bisogna cercare sé stessi quindi chiedersi per cosa si è portati e qual è la propria vocazione. Quest’idea si è concretizzata con la creazione di “spazi” che volutamente non abbiamo chiamato “laboratori”, per non dare l’idea della scuola professionale. Chiunque può approdare alla nostra spiaggia, non ci interessa da dove arriva ma noi chiediamo se si è disponibili, prima di cercare il lavoro, di cercare qual è la propria vocazione, le qualità e le proprie tendenze istintive e naturali. Se ci rispondono positivamente, noi proponiamo di fare 100 ore di pasticceria nello spazio apposito; 100 ore di sartoria; di cake design; 100 ore di arte terapia; 100 ore di saldatura, di vetrofusione ecc. Chiediamo quindi se si è disposti a fare la “girandola degli spazi”. Ogni spazio ha il proprio direttore volontario che vedendo operare, valuta se si ha la vocazione e io porto il mio esempio. Al liceo eravamo 40 giovani che volevamo consacrarci e diventare sacerdoti di Giuseppino Murialdo ma tra questi solo in 8 lo siamo diventati. Un conto è la teoria e un conto è la pratica».
Quanto costa frequentare la “girandola degli spazi”?
«È tutto gratuito e noi abbiamo diversi vantaggi con questa strategia: in primis il giovane è con noi per due, tre o quattro mesi, in base al soggetto che ci arriva. Secondo, quando questo percorso ha il suo sviluppo, alla fine noi andiamo ad individuare se all’atto pratico, effettivamente, questa persona ha una propensione naturale quindi è un Centro di Orientamento alla Vita e al Lavoro».
Ma le problematiche quali sarebbero?
«28 anni fa, quest’attività, non potevamo farla e adesso arrivo alle criticità perché come dice un proverbio svizzero “parlare è bello ma le galline fanno le uova”. Qua facciamo tanti bei discorsi ma all’atto pratico…
La parrocchia in cui mi sono trovato come soldato semplice per 42 anni e come direttore parroco in questi ultimi 8 anni per volere del vescovo, ha dei compiti particolari perché deve fare la catechesi, preparare il matrimonio ecc. Per poter fare e realizzare concretamente questa “girandola degli spazi”, sempre 28 anni fa, abbiamo individuato, a circa 1500 metri dalla parrocchia, sulla via che va verso Lido Azzurro, una “Casa Cantoniera” abbandonata e vandalizzata. A quel punto ho chiesto all’ANAS l’utilizzo che ha accettato e ci siamo stati per 20 anni.
In questi decenni l’abbiamo trasformata nella più bella casa cantoniera della Puglia – a dire dell’ANAS regionale che ci faceva i complimenti – perché da uno stato d’abbandono, abbiamo rifatto il tetto, ripitturato con il rosso ANAS per ben tre volte e abbiamo fatto gli impianti idraulici, elettrici, abbiamo costruito un forno e messo a posto il giardino. Un lavoro meraviglioso e lì sono nati tutti questi spazi fisici perché erano quasi 180 m2 e avevamo anche una cappellina».
Parla al passato, perché?
«Dopo 20 anni, nel pieno della nostra attività, l’ANAS nazionale ci ha cacciati via. Perché? Lo sanno loro e abbiamo avuto la lettera di sfratto. Le abbiamo fatto presente che la casa era un rudere, l’abbiamo ristrutturata e andando via sarebbe diventata nuovamente un rudere ma non è servito a nulla».
Non vi hanno spiegato i motivi dello sfratto?
«Sì, il motivo è che le case cantoniere devono perseguire i fini per cui sono state create e cioè la cura delle strade quindi il nostro orientamento alla vita e al lavoro non c’entrava niente. Siamo stati costretti ad andar via. L’abbiamo lasciata 10 anni fa, basta passarci davanti per vedere com’è ridotta. Ecco le criticità!».
Avete cercato altri spazi?
«Nel momento in cui è successo questo sfratto, ci siamo guardati intorno e abbiamo trovato un posto a Parco Cimino dove c’è la centrale elettrica della Marina Militare che alimenta tutta la flotta che si trova a Mar Piccolo quindi è una centrale gigantesca. Lì c’è uno spazio di 4 ettari e mezzo e noi, dieci anni fa, facemmo una rete di sostegno con il vescovo dell’epoca, il sindaco dell’epoca, il Presidente della Provincia, il sindacato ecc. per chiedere quest’area per costruire la nuova sede del Centro Educativo Murialdo. La Marina Militare acconsentì, trasferì la proprietà all’agenzia del demanio che la diede a noi per 6 anni, in vista di una concessione definitiva. In questi anni dovevamo fare l’accatastamento di tutte le strutture fatiscenti che stanno lì e poi il progetto, struttura per struttura».

Vi siete affidati a qualche esperto in materia?
La risposta sarà presente sul prossimo articolo dedicato alla periferia Tamburi.
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