A una settimana dal voto che ha riconsegnato Palazzo di Città a Rinaldo Melucci, le analisi si dipanano per strada, sui social e fors’anche nei salotti della politica. Tutte volte a scoprire perchè abbia vinto Melucci in tal misura e sbaragliando gli avversari. Ma anche e soprattutto a capire il perchè dell’ennesima disfatta del Centrodestra, che ormai da anni non ne azzecca una che sia una in Regione così come a Taranto.
Già, il Centrodestra che è stato schiacciato dalla corazzata melucciana. Eppure, nutriva ottimismo sul nome di Walter Musillo e sull’esito finale: cosa è accaduto veramente tanto da subire una batosta del genere? Prendete i numeri. La coalizione guidata da Melucci ha raccolto qualcosa come 49.807 voti, mentre quella di Musillo praticamente la metà: 24.514.
Troppo forte Melucci o troppo debole Musillo? Un po’ l’una, un po’ l’altra. Intanto, giusto dare atto al neo sindaco di un successo forse oltre le aspettative, per quanto atteso. Melucci vuol ripartire subito, è scattato da giorni il toto-assessori e già qualcuno parla di mugugni: crediamo, invece, sia corretto in questa fase lasciar lavorare il sindaco nella scelta della squadra, auspicando sia la migliore possibile per il bene della città.
Nel Centrodestra, va detto a chiare lettere, qualcuno o più di qualcuno dovrà riflettere sul proprio operato, tanto all’interno della coalizione e dei partiti che l’hanno composta quanto nel rispetto di tutti i cittadini che hanno avuto fiducia in essi e in quelli che non hanno invece accettato la candidatura di un ex segretario del Partito democratico.
La crisi del Centrodestra a Taranto, però, prende le mosse anche in riferimento alla Regione. Fateci caso: in Consiglio regionale non c’è un esponente della città da anni (l’ultimo fu Arnaldo Sala, nella IX Legislatura, con il Popolo delle Libertà) ma ora solo espressioni della provincia (Vito De Palma di Forza Italia, Renato Perrini di Fratelli d’Italia, Antonio Scalera de La Puglia Domani, Giacomo Conserva della Lega). Nessun campanilismo, per carità, ma questa è una carenza senza alcun dubbio.
Ma non solo. Per vedere un Centrodestra vincente a Taranto – dopo l’era Cito – bisogna risalire al 2005, quando Rossana Di Bello s’impose al primo turno (Ludovico Vico l’avversario più accreditato) con il 57,88% e ben 76mila voti. Dopo quella vittoria, la parabola discendente. In parte dovuta al dissesto finanziario del Comune nel 2006, certo: ma può essere ancora la giustificazione?
In questi giorni sui social – ma non solo – molti simpatizzanti e attivisti del Centrodestra individuano nella scelta del candidato l’errore più grave. Per certi versi, al di là della persona, è uno dei motivi: Walter Musillo proviene dall’altra parte della barricata, è stato persino segretario del Pd. Come potevano i fedelissimi, soprattutto quelli più a destra, sostenerlo? Non l’ha fatto neppure Giorgia Meloni, che in campagna elettorale ha preferito ‘banchettare’ con Vespa ed Emiliano a Manduria, piuttosto che arringare la piazza a Taranto. Tanto che qualche lingua velenosa (o ironica, fate voi) parla di una volontà nascosta di sconfitta per quanto enorme e intricata sia la matassa-Taranto…
A parte queste considerazioni, ecco che in riva allo Ionio il Centrodestra dovrà fare i conti con se stesso, magari liberandosi di catene tutte interne per restituire un ruolo da protagonista della città che si rifà a certi valori. Magari anche con scelte conflittuali ma necessarie. I consiglieri comunali eletti anti-Melucci ‘più a destra’ sono 4 (Giampaolo Vietri e Tiziana Toscano per Fratelli d’Italia, Massimiliano Di Cuia per Forza Italia, Francesco Battista per Prima l’Italia) e, oltre ad espletare il loro mandato, sarebbe opportuno con coraggio offrissero il loro peso anche all’interno dei partiti, chiamando a raccolta quanti credono ancora nel Centrodestra e magari sono oggi delusi.
Ricostruire è la mission. Altrimenti, l’erosione di consensi (e voti) non si arresterà. E, in fondo, il depauperamento di un’area politica è una anomalia per il corretto funzionamento della democrazia: Taranto non ne ha bisogno, anzi.