L’obiettivo primario resta inevitabilmente quello di mettere in sicurezza il futuro prossimo degli ultimi 45 lavoratori ex Cementir (all’inizio della vertenza erano oltre 70, negli ultimi mesi in 3 hanno optato per il trasferimento nei siti Italcementi del nord, altri invece si sono licenziati provando altre strade, senza dimenticare la possibilità per i lavoratori di accettare l’incentivo all’esodo che però potrebbe venir meno qualora dovesse andare in porto un progetto di riconversione industriale). E’ il perno attorno al quale ha ruotato l’odierna riunione della task force regionale per l’occupazione, alla quale hanno partecipato anche l’azienda proprietaria del sito, la Italcementi e i sindacati di categoria FILCA Cisl, FILLEA Cgil e FENEAL Uil.
A settembre scadranno infatti i 12 mesi di cassa integrazione straordinaria, ma c’è la possibilità di ottenere un’ulteriore proroga di 12 mesi. L’azienda infatti potrà avanzare richiesta, anche se un sì definitivo da parte della stessa non è stato ancora pronunciato, per accedere al nuovo istituto dell’accordo di transizione occupazionale. Strumento previsto dall’articolo 62 della Manovra finanziaria 2022, che aggiunge il nuovo articolo 22-ter al D.Lgs. n. 148 del 2015, rubricato “Accordo di transizione occupazionale”. L’art. 22-ter prevede che all’esito dell’intervento straordinario di integrazione salariale per le causali di cui all’articolo 21, comma 1, lettere a) e b) (i.e. riorganizzazione e crisi aziendale) ai datori di lavoro che occupano più di 15 dipendenti possa essere concesso un ulteriore intervento di integrazione salariale straordinaria, finalizzato al recupero occupazionale dei lavoratori a rischio esubero e al fine di sostenere le transizioni occupazionali. La Cigs in parola, concessa in deroga ai limiti di durata di cui gli articoli 4 e 22, è riconosciuta per un massimo di 12 mesi complessivi non ulteriormente prorogabili.
Come detto il gruppo Italcementi non ha ancora sciolto la riserva per accedere a questo strumento, visto che il ricorso al meccanismo di transizione comunque comporta un onere per l’azienda, il versamento del 9 per cento dei contributi previdenziali all’Inps.
Motivo per il quale le parti hanno deciso di aggiornarsi a fine luglio, quando mancheranno due mesi alla scadenza della Cigs. I rappresentanti dell’azienda hanno però voluto chiarire ancora una volta la loro posizione sul futuro dell’ex cementificio, a prescindere dall’ottenimento degli ulteriori 12 mesi di ammortizzatori sociali: la Cemitaly non tornerà a produrre cemento e il sito produttivo di Taranto resta in vendita.
Un lasso di tempo assolutamente necessario, durante il quale provare a portare a compimento, almeno da un punto di vista burocratico-amministrativo, la proposta lanciata a metà marzo dalla Fillea Cgil di Taranto e dal suo segretario Francesco Bardinella, ovvero quella di riconvertire l’ex Cementir di Taranto (oggi denominata Cemitaly) in un impianto di produzione di idrogeno verde. Di cui si è discusso a lungo anche nella riunione odierna.
L’idea della Fillea Cgil è quella di di candidare il sito ex Cementir di Taranto al bando per la riqualificazione aree industriali dismesse per la produzione di idrogeno verde. Il bando è nazionale, l’ha promosso il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rientra nel PNRR e l’adesione al bando dovrà essere portata avanti dalla Regione Puglia, che proprio nelle scorse settimane si è candidata come territorio per ospitare la localizzazione del “Centro Nazionale di Alta Tecnologia per l’Idrogeno” (Hydrogen Valley), come previsto dal Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (PNRR). Indicando Taranto tra le province che potranno ospitare impianti per la produzione di idrogeno. Di cui si è discusso anche nei giorni scorsi a Roma, in un incontro tra il premier Mario Draghi e i governatori delle varie Regioni, tra cui il governatore pugliese Michele Emiliano.
Al massimo entro la fine dell’estate dovrebbe arrivare la valutazione del ministero della Transizione ecologica (MiTE) sulle proposte presentate per l’idrogeno. Dopodiché la Regione Puglia potrà lanciare il bando rivolto alle aziende e alle pubbliche amministrazioni proprietarie delle aree che ricadono nel perimetro del Sito di interesse nazionale di Taranto (SIN), affinché quest’ultime indichino i luoghi possibili per fare l’investimento.
E’ chiaro però che i tempi non coincidano con l’urgenza di mettere in sicurezza i lavoratori. Ma è chiaro che avere un sito che produce idrogeno verde adiacente all’ex Ilva, in vista anche del progetto di decarbonizzazione del siderurgico, sia una proposta intelligente e lungimirante. E sempre a proposito di lavoratori, esiste anche la possibilità di inserire gli ex Cementir nel bando per la riqualificazione professionale, ai fini del reinserimento lavorativo, dei circa 1.600 dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria, attualmente in cassa integrazione. Verrebbero coinvolti nei corsi di formazione e percepirebbero un’indennità di frequenza di 6 euro l’ora per un massimo di 210 ore.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/04/13/ex-cementir-il-futuro-sara-allidrogeno3/)
Le nostre conclusioni
Lo abbiamo detto e scritto decine volte: la vicenda ex Cementir è un piccolo esempio, un piccolo laboratorio, che ci parla di di crisi di politica industriale, di crisi sociale, crisi di alternative economiche reali e realistiche.
La storia dell’ex Cementir è un pò un emblema di una parte della storia industriale di questa città. Di certo più piccola e meno impattante della vicine Eni ed ex Ilva, ha certamente fatto parte di quel triangolo produttivo dell’industria ionica dai primi anni sessanta del secolo scorso. Che ha avuto un ruolo determinante nel boom economico della città ed anche nei suoi indubitabili e innegabili risvolti negativi in campo ambientale e sanitario.
Una storia che però, di fatto, non ha interessato quasi nessuno. Se non fosse per i sindacati di categoria Feneal UIL, Filca CISL e Fillea CGIL e lo Slai cobas, ed ai nostro lavoro giornalistico sin dai tempi del TarantoOggi e poi del corriereditaranto.it, il disinteresse è stato pressoché totale. In particolar modo da parte delle istituzioni locali e nazionali (a parte qualche piccola dichiarazione d’intenti positivi anni addietro da parte di Comune e Provincia persasi nel tempo, il silenzio della Regione e dei vari parlmentari e senatori tarantini e l’inevitabile interesse della task force regionale per l’occupazione) e della così detta presunta società civile.
Se non per qualche timido risveglio delle ultime settimane, ovviamente quando dramma si è già abbondantemente compiuto. E, come il più banale dei classici, durante la campagna elettorale. Pensiamo alla discesa dello scorso 18 maggio a Taranto della viceministra al Ministero dello Sviluppo Economico e VicePresidente del MoVimento 5 Stelle, Alessandra Todde. Che incontrò appena due lavoratori in piazza Immacolata alle 14 del pomeriggio, al termine del quale dichiarò: “Ho incontrato a Taranto anche una delegazione di lavoratori ex Cementir. L’obiettivo principale è quello di prorogare la cig per poi riqualificare i lavoratori nelle operazioni di bonifica e scongiurare l’ennesima vertenza ambientale su un territorio già fortemente colpito”. Le solite favole, ma nulla di concreto. Oltre all’ingresso nella vertenza da parte dell’Usb di Taranto, che da anni è legato al Movimento 5 Stelle di Taranto (l’avvocato Francesco Nevoli, braccio destro del senatore Mario Turco a Taranto, è da anni uno dei legali che segue molto da vicino le vicende giudiziarie del sindacato di base).
Del resto l’ex Cementir non garantisce quel ritorno di immagine e notorietà (che in molti continuano a scambiare per credibilità) che l’ex Ilva ha letteralmente regalato a decine e decine di personaggi locali e nazionali. Nessuno ne parla, non vi è il ritorno d’immagine di tv e giornali nazionali, non c’è alcun processo penale (e politico) in corso da trasformare in una via di mezzo tra uno psicodramma collettivo e uno show mediatico. Il progetto di bonifica della falda e il relativo inquinamento riscontrato non era di primario interesse per chi dell’inquinamento ambientale in terra ionica ha fatto una sorta di ‘ragione di vita‘. Una banchina del porto di fatto ostaggio di un gruppo industriale che non ha mai effettuato i lavori a cui era obbligato, poteva restare lì abbandonata a se stessa senza che nessuno ne richiedesse la restituzione alla collettività, come invede si cerca di fare con quelle in concessione all’ex Ilva. I lavoratori coinvolti sono ‘appena‘ qualche decina e quindi possono tranquillamente ‘morire’ prima di cassa integrazione e poi di chi ‘si salvi chi può’ vita natural durante.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/09/03/ex-cementir-la-storia-e-finita-nel-silenzio-generale/)
Prima della proposta avanzata dalla Fillea CGIL di Taranto, che condividiamo e appoggiamo completamente, così scrivevamo: “Nessuno chiede che la rincoversione economica e industriale dell’ex Cementir, né l‘utilizzo dei fondi del Recovery per riconvertire un sito industriale che rischia di restare una cattedrale nel deserto per chissà quanti anni. Semplicemente perché è troppo faticoso. Perché non è chic. Perché non fa moda. Perché in cambio non si ottiene nulla. E perché la serietà e la competenza sono, ancora oggi, qualità per pochi. Perché conoscere e studiare richiede troppo impegno e fatica“.
Noi continueremo a seguire anche questa vicenda, nonostante i nostri limiti. Ma non perché siamo migliori degli altri, assolutamente. Ma semplicemente perché, come ripetiamo da sempre, lo sguardo sulla realtà deve essere sempre complessivo. Perché i lavoratori, per noi, sono tutti uguali. Perché il futuro economico e produttivo di un territorio, e la sua eventuale e futura riconversione e salvaguardia ambientale, lo ribadiamo ancora una volta, deve riguardare ed includere tutti. Nessuno escluso. Ad maiora.
(leggi tutti gli articoli sulla Cemitaly https://www.corriereditaranto.it/page/2/?s=cemitaly&submit=Go)