| --° Taranto

Le ricorrenze non sono quasi mai segno di buon auspicio. Vitali ed essenziali per tener sempre viva la memoria storica, che è l’essenza su cui si basa una società degna di questo nome, portano spesso con sé il rimpianto di ciò che poteva essere e non è stato. Ecco perché quando ci si cimenta nella ricostruzione storica di un evento qualsiasi, bisognerebbe avere non solo conoscenza e competenza dell’argomento in questione, ma anche e soprattutto un’onestà intellettuale scevra da preconcetti, pregiudizi e verità precostituite. Cosa più unica che rara, specie in Italia e al Sud la cui vera Storia, ancora oggi, conoscono in troppo pochi.

A tal proposito, oggi ricorre il decennale del 26 luglio del 2012, data che resterà scolpita per sempre negli annali della città di Taranto. Più per l’evento in sé, il sequestro degli impianti dell’area a caldo senza facoltà d’uso e l’arresto di 8 tra esponenti di spicco del siderurgico ex Ilva e della proprietà degli stessi rispondente alla famiglia Riva, che per tutto quello che poi è seguito successivamente. O che in molti, ingenuamente, speravano potesse accadere.

Chi scrive all’epoca c’era e seguiva dalla colonne del TarantoOggi le vicende ambientali di Taranto già da molti anni (e prima del sottoscritto, sin dalla
nascita del giornale nel 2004, altri colleghi come Alessandra Congedo), sotto la direzione dell’attuale direttore del corriereditaranto.it, Marcello Di Noi. Servirebbe un libro di migliaia di pagine per raccontare quegli anni ante 2012. Non lo abbiamo mai scritto per umiltà e perché intendiamo il giornalismo alla vecchia maniera ma oggi, dopo tanti anni, forse possiamo dire di aver commesso un grave, gravissimo errore.

A quel famoso giorno la città arrivò completamente impreparata. Per tanti motivi diversi. E’ vero, l’inchiesta da parte della Procura di Taranto era partita nel 2009 (così come le prime due storiche manifestazioni negll’autunno 2008 e in quello 2009 avevano portato migliaia di cittadini e studenti per strada, più perché trascinati dall’iniziativa che consapevoli di quel che c’era realmente in ballo), nel giugno 2011 (dopo settimane in cui i carabinieri del NOE ripresero h24 le attività dell’ex Ilva e due mesi prima della concessione della prima Autorizzazione Integrata Ambientale del 4 agosto) il gip Todisco nominò i periti di parte che avrebbero poi redatto le perizie chimiche ed epidemiologiche che tanto rumore avrebbero fatto nel gennaio e nel febbraio del 2012 alla loro deposizione. Poco dopo si tenne l’incidente probatorio, che attestò da parte dell’accusa l’inquinamento di aria, acqua e suolo e i suoi risvolti sulla salute di lavoratori e cittadini: il clima si surriscaldava con il passare delle settimane, perché era chiaro che qualcosa di grosso sarebbe successo di lì a breve.

(leggi tutti gli articoli sulla qualità dell’aria https://www.corriereditaranto.it/?s=qualità+aria&submit=Go)

Ma la realtà in cui tutto ciò accadeva, all’epoca, era ben altra. Tranne un gruppo di associazioni ambientaliste (peraltro già da anni litigiose e in contrasto tra loro tanto da determinare la loro estinzione o quasi nel corso degli anni come dimostra la più stretta attualità) che almeno sin dal 2005 aveva rappresentato le prime denunce pubbliche e in Procura, la città non c’era. Com’era normale che fosse visti i decenni da cui si arrivava.

C’era una politica locale ancora troppo piccola, in tutti i sensi, rispetto all’enormità del problema ambientale e sociale legato al siderurgico. C’era, in parte, quella regionale, grazie anche e soprattutto all’esistenza ed al lavoro di ARPA Puglia (all’epoca guidata da un uomo esperto come il dott. Giorgio Assennato), che portò alla prima legge regionale così detta ‘anti-diossina’ che ben poco poteva rispetto alla normativa nazionale. C’erano i sindacati, che erano abituati ad un’interlocuzione tutta loro con la proprietà e nella gestione interna della fabbrica, che però si chiudevano a riccio appena si accennava al problema dell’inquinamento ambientale ed alla malattie ad esso connesse anche e soprattutto tra i lavoratori, perché ben sapevano cosa avrebbe comportato scoperchiare quel vaso. C’era gran parte della stampa locale (quella nazionale era pressoché assente tranne lodevoli, rarissime eccezioni comparse nel corso dei decenni precedenti) letteralmente ammanigliata ad un sistema di potere clientelare con la famiglia Riva e non solo (vedi politica, sindacati e imprenditoria). C’era una classe imprenditoriale quasi totalmente monocommittente rispetto al siderurgico, che non aveva alcun interesse a diversificare le proprie attività e che quindi strenuamente difendeva l’esistente da qualsivoglia discussione.

C’erano un capoluogo e la sua provincia che avevano oramai strutturalmente inglobato nella propria storia la presenza del siderurgico, com’è giusto che fosse: chi ancora oggi vuol raccontare la storia di Taranto sostenendo che di quel siderurgico non ci fosse bisogno, afferma una menzogna storica abnorme, non si sa se frutto di ignoranza o perché vuol recitare la parte stereotipata dello storico progressista che parla sempre dopo gli eventi, rileggendoli a suo uso e consumo dopo che si sono verificati.

(leggi tutti gli articoli sull’Osservatorio Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=osservatorio+ilva&submit=Go)

Chi scrive ha condotto in totale solitudine, giornalisticamente parlando, una feroce battaglia contro il siderurgico. Perché sino a quel 26 luglio 2012, la battaglia da portare avanti era quella di denunciare quotidianamente un inquinamento che quasi tutti negavano. Abbiamo scritto e documentato il tutto con decine, centinaia di articoli. In cui sostenevamo che quella fabbrica, così com’era, andasse chiusa senza se e senza ma. Lo sostenevamo prima dell’inchiesta e prima di quelle perizie, figuriamoci dopo. Allo stesso tempo però, abbiamo sempre sostenuto la tesi secondo la quale senza reali alternative economiche, che andavano coltivate da subito (parliamo dei primi anni duemila) come il porto, la logistica retroportuale, un utilizzo soprattutto commerciale dell’aeroporto di Grottaglie, la valorizzazione della filiera agroalimentare ionica, la tutela culturale della Città Vecchia e la sua rinascita sociale con chi li abita da sempre, il riemergere di gioielli come il MarTA e il castello Aragonese, un’idea di turismo seria e concreta costruita su misura sulla città, senza tutto questo anche solo pensare di chiudere una parte del siderurgico sarebbe stato pressoché impossibile (a prescindere dalla sua strategicità per l’acciaio italiano che ben conoscevamo). Ecco perché dal 2013 in poi, è cambiato anche il nostro approccio al problema. Se siderurgico deve essere, che almeno lo sia rispettando tutti i parametri di legge ed attuando tutte le prescrizioni del Piano Ambientale (l’AIA dell’ottobre del 2012 che ha riesaminato l’AIA del 2011, il Piano Ambientale che ha rivisto quella del 2012, e il Piano del 2017 che ha rivisto tutti i precedenti). Sappiamo che questo è il minimo che si possa pretendere, ma che almeno ciò avvenga, visto che prima del 2012, la maggioranza di quei parametri non era rispettato. Sembrerà poco ma per noi non lo è.

(leggi tutti gli articoli sul processo Ambiente SVenduto https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)

In questi dieci anni in cui si sono succeduti governi, decreti legge, autorizzazioni alla facoltà d’uso degli impianti, incidenti mortali, un referendum popolare consultivo, un commissariamento, un’amministrazione straordinaria, la cessione in affitto ad un privato, il ritorno dello Stato, nuove inchieste e processi, nuove denunce, progetti di futura decarbonizzazione, è questo quello che è realmente mancato. Una proposta seria e credibile di futuro, realizzabile e praticabile nel corso di un ventennio. Ed è mancata perché si è preferito rincorrere il proprio ego e personalismi; idolatrare la magistratura, come se la giustizia potesse sostituire la politica dimostrando una natura e un’idea fortemente antidemocratica dello Stato; rincorrere il sensazionalismo a tutti i costi, il dramma, la tragedia, senza avere una minima idea di cosa fare. Si è preferito sostenere tesi economiche assurde, riportare per anni sempre gli stessi dati sanitari, rincorrere esempi di riconversione industriale che con Taranto non hanno e non potranno mai avere nulla a che fare. Si è volutamente ignorato l’inquinamento prodotto dalla Marina Militare nel Mar Piccolo, o quello della raffineria dell’Eni o del cementificio Cementir, così come quello delle discariche. Si è preferito credere agli asini che volano, rincorrendo promesse politiche fantasmagoriche, dalla chiusura del siderurgico in poche settimane all’utilizzo degli operai nelle bonifiche per i prossimi 50 anni. Oltre che a livello locale e regionale, abbiamo regalato un posto alla Camera e al Senato a perfetti sconosciuti che su questo tema non hanno prodotto assolutamente nulla. Ci si è imbevuti di demagogia fino all’osso, descrivendo Taranto come la città più inquinata del mondo abitata da morti viventi, chè era impossibile ottenere un risultato diverso.

(leggi tutti gli articoli sul CIS Taranto https://www.corriereditaranto.it/?s=CIS&submit=Go)

Per questo dieci anni sono passati invano. Ed altri ne passeranno ancora. Abbiamo una classe politica che definire non all’altezza è dire poco. Di fatto, tra Comune, Provincia, Regione e organismi romani, sono pochissimi quelli che realmente hanno le conoscenze e le competenze per parlare e poter decidere. Abbiamo una società civile che si è sfarinata negli anni in mille rivoli e che di fatto oggi non esiste più. Non è la politica, né la magistratura o qualche sedicente esperto da avanspettacolo, a dover dire se il siderurgico inquina e quanto e se è compatibile o meno con l’ambiente e salute e se e quanto deve produrre ogni anno. Non un sindaco, o un governatore, o un magistrato o un avvocato può ergersi al di sopra di quelli che sono i suoi compiti e i suoi ambiti. Oggi come ieri sono e saranno gli organi scientifici a doverlo dire. Sarà la Valutazione del Danno Sanitario post operam a documentare se il Piano Ambientale completamente attuato entro l’estate del 2023, rispetta il rischio sanitario minimo accettabile. Spetta a loro indicare le incidenze delle malattie come i tumori e le leucemie e dirci quanti e quali sono ancora oggi addebitati alla produzione del siderurgico. Sono i chimici, gli epidemiologi, i tecnici dell’Asl di Taranto, dell’ARPA Puglia, dell’ISPRA, dell’Istituto Superiore della Sanità, e quindi il ministero dell’Ambiente e della Salute a dover dire l’ultima parola. Tutto questo, ovviamente, non esclude affatto anzi, semmai sosterrà ancora di più la possibilità di attuare ancor prima dei dieci anni previsti, una transizione energetico-produttiva compatibile con il lavoro, l’ambiente e la salute. Ma certamente non si può nemmeno pensare di mantenere quel sequestro a vita che di fatto impedisce qualunque reale cambiamento o passo in avanti.

(leggi tutti gli articoli sulle bonifiche https://www.corriereditaranto.it/?s=bonifiche&submit=Go)

Ed invece, anche e soprattutto perché l’Ilva ha concesso visibilità a chiunque in questi dieci anni, tutto quello di cui sopra è diventato tema di discussione di chi nulla sa e nulla conosce di siffatte materie così delicate e complesse. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2012 infatti, in migliaia saltarono dall’altra parte della barricata. Oltre il 90% di coloro i quali oggi parla e straparla, fa politica a livello locale e nazionale, è nelle associazioni ambientaliste e non, scrive sui giornali locali e nazionali, è autore di libri, gira cortometraggi e lungometraggi, apre esercizi commerciali, fanno gli avvocati nei processi importanti, e tanto altro ancora, sino a quella storica data semplicemente non c’era. O era dalla parte dei Riva, in maniera silente o meno. Si sono riciclati oppure hanno avuto la furbizia di costruirsi una carriera sui problemi di Taranto (alcuni anche grazie alla vicinanza con quei magistrati che portarono avanti l’inchiesta sull’Ilva). Ed oggi, dopo tanti anni, si sono alleati formando un magma impossibile da separare. E il dramma vero è che la gran parte di questa città non lo sa e non lo può sapere proprio perchè sino a quel 26 luglio era del tutto assente o disattenta.

Sia ben chiaro: qui nessuno vuole la primogenitura su nulla. Non l’abbiamo pretesa quando potevamo ottenerla senza timori di essere smentiti dieci anni fa, figuriamoci se la pretendiamo oggi. Soltanto che questi dieci anni passati invano, hanno irrobustito dentro di noi la convinzione che sin troppi hanno banchettato sulle vicende di Taranto e dell’ex Ilva. Troppo si è detto invano. Con la possibilità di costruire un futuro diverso che si è allontanata sempre più con il passare degli anni. Lasciando in un limbo oltre diecimila lavoratori sfiancati e sfiduciati, la più grande fabbrica d’Europa in mano ad un privato che ha poco interesse ad accelerare i tempi di un cambiamento oramai inevitabile, visto che da anni ha capito di avere di fronte a sé degli interlocutori inetti e poco credibili (la storia del 2019 con l’eliminazione dell’esimente penale che dette ad ArcelorMittal la carta per sfilarsi da qualsivoglia impegno ancora oggi non ha insegnato nulla).

(leggi tutti gli articoli su Acciaierie d’Italia https://www.corriereditaranto.it/?s=acciaierie+d%27italia&submit=Go)

Infine, a dimostrazione di come tutta questa vicenda sia quasi kafkiana, ad oggi mancano ancora le motivazioni che portarono la Corte d’Assise di Taranto a condannare gli imputati del processo ‘Ambiente Svenduto’, scaturito da quella famosa inchiesta e dal sequestro del 2012. Un processo che abbiamo seguito in tutti questi anni e che ha mostrato diversi buchi neri e diverse, enormi falle (basti pensare alle trascrizioni sbagliate nelle intercettazioni nei confronti dell’avv. Perli o dell’ex presidente della provincia Florido o i teoremi su presunte concussioni come quella di cui è accusato il dott. Assennato o la clamorosa testimonianza dell’ing. Severini sul Mar Piccolo e l’inchiesta sull’Arsenale bloccata la mattina in cui si sarebbe dovuta sequestrare un’ampia parte di esso: su tutto questo che noi abbiamo riportato però, nessuno ha detto una parola, nessuno si è indignato). Ed il fatto che ben oltre i sei mesi richiesti dalla Corte (abbondantemente scaduti) nessuno chieda conto di cotanto ritardo, la dice lunga sull’onestà intellettuale e sulla morale di tanti protagonisti di questa vicenda.

Potremmo continuare ma ci siamo dilungati fin troppo. A noi basterebbe avere persone oneste e competenti al posto giusto. Avere un dibattito e un confronto serio. Studiare soluzioni reali e fattibili per una Taranto migliore. Convinti come siamo che qui, prima di qualsiasi altra rivoluzione ambientale, ci vorrebbe non certo da oggi, una rivoluzione civica, culturale. Che partisse dalle piccole cose, per migliorare la vita dei cittadini nei servizi, nella pulizia, nei legami sociali, nel lavoro e che che contribuisse negli anni a creare davvero una comunità più solidale e consapevole. Abbiamo sempre pensato che si dovesse partire dal basso, facendo un passo alla volta, partendo dai problemi più semplici e concreti per raggiungere poi alla risoluzione di quelli più complessi. Ed invece da anni, per non sporcarsi troppo le mani con tutto ciò, si preferisce abbaiare alla luna, recitando la parte dei salvatori della patria e dei duri, finendo per esser buoni per le commedie di quart’ordine, ad esser generosi. Ad maiora.

(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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