Sono state deposisate ieri, dal giudice dell’udienze preliminari del tribunale di Taranto Pompeo Carriere, le motivazioni della sentenza con cui lo scorso luglio ha scagionato 9 tra dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento siderurgico Acciaierie d’Italia, ex Ilva di Taranto dall’accusa di omicidio colposo in relazione alla morte di Lorenzo Zaratta, detto Lollo, un bambino di 5 anni, avvenuta il 30 luglio del 2014 a causa di un tumore al cervello, un astrocitoma, che gli era stato diagnosticato a soli 3 mesi dalla nascita.
Secondo il giudice “permane un’insuperabile situazione di ragionevole dubbio circa l’effettiva sussistenza del nesso causale fra la presunta condotta ascritta agli imputati e il decesso del piccolo Lorenzo”. Il gup sostiene infatti che “la letteratura medica, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, non consente di affermare la sussistenza di una ‘correlazione causale’ tra inquinamento ambientale-atmosferico e tumori del sistema nervoso centrale e segnatamente dell’astrocitoma”. In letteratura, allo stato attuale, le cause note dell’astrocitoma sono la “predisposizione genetica ereditaria e le radiazioni ionizzanti raggi gamma e raggi X sia con finalità terapeutica che diagnostica. E anche se questi due cause costituiscono solo il 10 per cento della casistica, il restante 90% non è stato ancora scientificamente appurato e le cause sono ignote, tra cui potrebbe (e mai come in questo caso è d’obbligo il condizionale) esservi anche l’esposizione prenatale a situazioni di inquinamento ambientale-atmosferico come le attività del siderurgico. Questa peró è “una mera ipotesi” riscontrabile in pochi studi di letteratura e che viene formulata sulla base di associazioni statisticamente ‘deboli’ ossia non significative, o che viene presentata come necessitante di ulteriori studi per essere confermata”.
Come non bastasse, nelle sue motivazione il gup Carriere ha evidenziato più volte le lacune della tesi accusatoria. Sia per non aver approfondito il ruolo dei singoli accusati (alcuni dei quali avevano già lasciato i rispettivi incarichi nel periodo in cui si sono svolti i fatti), sia per aver fornito gli studi emersi nel corso del maxi processo ‘Ambiente Svenduto‘, i cui dati si riferiscono alla massima capacità produttiva del siderurgico e spesso si sono rilevate sbagliate in eccesso.
Il che potrebbe, come abbiamo più volte sostenuto in questi anni, rivelarsi un grande boomerang per la tesi accusatoria in sede di appello (anche se ancora oggi, lo ricordiamo ancora una volta, non sono state depositate le motivazioni della sentenza di primo grado da parte della Corte d’Assise del 31 maggio 2021).
Ricordiamo che il giudice ha prosciolto Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva fino al 3 luglio 2012, gli ex responsabili dell’Area Parchi Minerali Giancarlo Quaranta e Marco Andelmi, il capo dell’Area Cokerie Ivan Di Maggio, il responsabile dell’Area Altiforni Salvatore De Felice, i capi delle due Acciaierie Salvatore D’Alò e Giovanni Valentino, e Giuseppe Perrelli all’epoca dei fatti responsabile dell’area Gestione Rottami Ferrosi. Mentre è stato assolto il responsabile dell’Area Agglomerato Angelo Cavallo, che era stato l’unico imputato ad aver scelto di essere giudicato con rito abbreviato e per il quale l’accusa aveva chiesto una condanna a 2 anni e 4 mesi.
Per il giudice Carriere non solo loro i responsabili della malattia del piccolo che lo ha poi portato alla morte, nonostante scrive nelle motivazioni “tutta la comprensione umana per la terribile vicenda della famiglia del piccolo Lorenzo“. La Procura di Taranto aveva invece chiesto il rinvio a giudizio per tutti gli imputati, mentre i familiari de piccolo Lorenzo Zaratta si erano costituiti parte civile tramite l’avv. Leonardo La Porta, chiedendo un risarcimento di 25 milioni di euro.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/07/12/mori-a-5-anni-non-fu-lilva2/)