La superficie di Taranto si estende per circa 250 km2, i suoi quartieri sono morfologicamente decentrati dal borgo umbertino e talvolta questa distanza non è solo fisica. Abbiamo voluto interfacciarci con gli attori del territorio e le persone che ci vivono e lavorano, per far emergere risorse e criticità di ciascuna zona della città.
Quando abbiamo iniziato ad “ascoltare le periferie” il nostro intento era collaborare nel fornire ulteriori spunti di riflessione per azioni politiche concrete. Dal precedente articolo relativo al quartiere Tamburi, ad oggi, si è insediata una nuova amministrazione comunale e alcuni scenari pare stiano mutando. Per approfondimenti al riguardo è possibile recuperare l’articolo di Gianmario Leone cliccando qui di seguito: Tamburi, al via altri lavori del CIS
Dove eravamo rimasti
In queste righe riprendiamo dall’interrogativo rivolto a Padre Nicola Preziuoso, parroco e superiore della chiesa Gesù Divin Lavoratore dei Tamburi, con cui avevamo concluso il precedente pezzo: Ascoltando le periferie: Tamburi.
In merito alla questione della sede per il Centro Educativo Murialdo, gli chiedevamo se si fossero affidati a qualche esperto in materia.
La sua risposta: «Sì, abbiamo coinvolto il bioarchitetto Giuseppe Palanca e per ognuna di queste strutture abbiamo realizzato il progetto».
Vi siete autofinanziati?
«Abbiamo investito tutti i soldi del 5X1000 della fondazione per l’accatastamento e tutto il resto. Poi, nel momento in cui dovevamo operare, le fonti di finanziamento, essendo un bene pubblico, hanno visto che la nostra era una concessione solo di 6 anni e ci hanno detto che quando avremmo avuto la concessione definitiva, avremmo potuto accedere ai finanziamenti pubblici. A quel punto abbiamo presentato tutti i progetti che prevedevano: la struttura con il forno biodinamico; in un’altra un centro di orientamento e in un’altra una scuola di alta pasticceria. E ancora, una cappella interconfessionale ecumenica per credenti e non credenti, cioè, un luogo di meditazione e una casa di accoglienza per campi scuola con 45 posti letto».
Si è così concretizzato il Centro Educativo Murialdo?

«No! Perché, dopo aver fatto tutto questo è successo che l’Agenzia del Demanio ha dato al Comune di Taranto la proprietà ma nel frattempo, quando abbiamo avuto la concessione provvisoria per sei anni, avevamo pensato di fare immediatamente le analisi del terreno. Essendo, la nostra, una città particolare e avendo realizzato anche “Olivolandia”, uno spazio giochi per i bambini, non volevamo si ammalassero. Abbiamo fatto fare le analisi del terreno all’Arpa che ha riscontrato un grave sospetto di inquinamento da policlorobifenili e metalli pesanti. Dopo aver verificato la situazione, abbiamo mandato i risultati al Comune, alla Regione, alla Marina Militare e all’Agenzia del Demanio, pensando di aver fatto il nostro dovere. A quel punto, dalla Regione, ci è arrivata l’ingiunzione di bonifica di tutta l’area. Mi recai a Bari per chiedere delucidazioni e mi spiegarono che bisognava fare la caratterizzazione per vedere fino a che punto il terreno fosse compromesso e per 4 ettari, circa, il costo sarebbe potuto aggirarsi sui 30.000 euro. Poi, se fosse risultato inquinato, avremmo dovuto portare in discarica non meno di mezzo metro di terreno, per 4 ettari e mezzo. L’ingiunzione di bonifica è stata mandata a me come presidente perché avevo firmato l’accettazione dell’area. Ho poi specificato che noi eravamo arrivati da un mese soltanto».
Praticamente se, spontaneamente, non aveste fatto le analisi, non sarebbe successo tutto ciò?
«Esatto infatti protestammo perché non toccava a noi e grazie alla, la chiamo io, provvidenza, vennero i nodi al pettine. Si fece una Conferenza di Servizio a Bari. Qui, oltre noi, c’erano tutti i protagonisti della vicenda, dal rappresentante del comune di Taranto, alla numerosa presenza della Marina Militare. Nella discussione si arrivò provvidenzialmente alla conclusione che il Centro Educativo Murialdo non c’entrava niente perché aveva appena preso l’area ed era solo preoccupato di vedere in che stato fosse. Dunque, fu verbalizzato che le azioni di caratterizzazione e di eventuale bonifica, spettavano o alla Marina o all’agenzia del demanio ma certamente non a noi. Arrivati a questa considerazione, noi del CEM abbiamo alzato la mano. Eravamo stati scagionati ma non ci volevamo lavare le mani ma fare la nostra parte e proponemmo una sperimentazione di fitorimedio con il CNR».
Il fitorimedio o fitorisanamento
Questa è una tecnologia naturale il cui fine è bonificare i suoli. Avviene utilizzando alcune piante in grado di eliminare metalli pesanti e/o indurre la degradazione di composti organici in terreni contaminati.
Padre Nicola Preziuso ha poi aggiunto: «Nel momento in cui abbiamo fatto questa proposta c’è stato un consenso generale perché era a costo zero. Noi ci facevamo carico di tutto quell’aspetto che riguarda il volontariato, dall’irrigazione, al recintare la zona a tutto il resto.
Morale della favola, avendo ricevuto il consenso, partì la sperimentazione, fummo scagionati e nel 2013 c’è stata la prima piantumazione di 650 talee di pioppi Monviso».
Come procede la sperimentazione?
«Le talee, già nei primi mesi, hanno dato risultati straordinari perché quelli del CNR vengono una volta ogni 15/30 giorni per fare i sondaggi. I risultati sono stati talmente positivi che nel 2015 ci chiesero di piantumarne altre 650. Quelli del 2013 sono alberi alti 12-13 metri mentre quelli del 2015 sui 9-10 metri. In questi giorni hanno effettuato una terza piantumazione e il cervello di questa ricerca è la dottoressa Valeria Ancona, insieme a Vito Uricchio del CNR regionale. A questo punto del problema, gli anni sono passati come la proprietà al Comune, lo stesso che doveva procedere alla concessione definitiva che ci avrebbe permesso di accedere ai finanziamenti ma è impegnato nei suoi progetti e di conseguenza noi siamo andati via com’è successo con la Casa Cantoniera».

Le criticità sono legate al sentirsi abbandonati al proprio destino?
«Posso capire che noi non sapevamo il dettaglio su cui loro si sono appellati e cioè che questi beni pubblici non possono essere la sede di una fondazione; infatti, quando l’abbiamo capito, abbiamo trasferito la sede in via Tasso 5. Ma quest’opera di servizio, noi non la facciamo più perché ci sono altri progetti e perché per dare un futuro al centro educativo abbiamo bisogno di spazi diversi. Se ci avessero detto che sia la Casa Cantoniera che Parco Cimino non poteva accoglierci, non avremmo perso tutti questi anni».
Come mai continuate a seguire la ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche?
«Ho fatto di tutto affinché quest’avventura non finisse. Dato che almeno il CNR non chiede la sede per sé stessa ma a fini sperimentali, allora io ho promosso un protocollo d’intesa diretto tra il CNR e il Comune affinché si proceda. Ho fatto da tramite. Ho citato queste nostre due esperienze per dire che il Terzo settore è una cenerentola, non è considerata. Questo è un peccato perché chi ha delle imprese e deve produrre reddito per garantire i posti di lavoro, coloro che hanno un ruolo politico e devono gestire le problematiche, non possono pensare che da soli possano rispondere alle esigenze. Il terzo pilastro è quello del Terzo settore che va valorizzato. Non deve essere visto come qualcosa che vuole sfruttare. Noi, per esempio, nei 10 anni che siamo stati a Cimino, abbiamo investito tutti i soldi del 5X1000 dell’associazione. Parliamo di 80/90.000 euro, non parliamo poi dei soldi per la ristrutturazione della Casa Cantoniera. Un conto sono i soldi liquidi che si investono e un conto che il terzo settore, come il Centro Educativo Murialdo, è un nodo di una rete enorme di volontariato puro quindi di persone che dedicano la loro professionalità e il proprio tempo, gratuitamente. Questa è una risorsa enorme nello stesso interesse del bene comune, delle aziende e del Comune. La mia osservazione è che il mondo del volontariato non è considerato».
Il quartiere ha risorse da offrire?
A Tamburi abbiamo intervistato anche chi qui ha un’attività commerciale. È il caso di Ignazio D’Andria a cui abbiamo chiesto se crede che la periferia possa avere punti di forza.
Ci ha risposto con queste parole: «Si può fare tanto! Abbiamo zone come il “belvedere” che include la stazione, il porto e tutto il Mar Grande. Nei pressi di Mar Piccolo ci sono diverse strutture che si possono impegnare per la realizzazione di ludoteche o centri per i bambini autistici dato che manca. Lo stiamo gridando da un po’ di tempo perché ci serve una struttura adatta, ci ascoltano ma nessuno fa nulla!».
A cosa si riferisce?
«Da tempo sappiamo che il piano superiore della ex sede della circoscrizione Tamburi – Lido Azzurro è completamente ristrutturato e arredato. Sappiamo che hanno completato tutto ma non sappiamo per quale motivo burocratico non possono darcelo perché avevamo pensato di portare i bambini autistici per eseguire le terapie di cui hanno bisogno».
Parla al plurale perché sono idee che nascono da associazioni o cooperative impegnate nel supportare i bambini e le bambine che hanno disturbi dello spettro autistico?
«No, no parlo come singolo cittadino invece in qualità di “Tutti gli Amici del Mini bar” abbiamo sposato l’iniziativa della “manina blu”. Tutte le attività commerciali che vi aderiscono, inseriscono questa manina che significa che un bambino autistico, in questi esercizi, può entrare e avere precedenza su tutti. Con la mia attività commerciale ho aderito perché so che nel quartiere è un problema non isolato».
Ma in che maniera e perché si è attivato per concretizzare l’idea della struttura per le terapie?
«Parlo spesso con i genitori dei bambini autistici e pur coinvolgendo anche delle associazioni, gli enti preposti non danno alcuna risposta o motivazione. Si riduce tutto ad un portarli da un ufficio all’altro o usare frasi come “Oggi chi ha queste competenze non c’è, venite tra dieci giorni”. Prendono tempo fino a far morire lentamente queste iniziative. Questo piano, tutto ristrutturato, ora è completamente vuoto e inutilizzato. Le idee non mancano, manca la forza di volontà di chi sarebbe tenuto ad applicarle».