Presso l’Auditorium Padiglione Vinci del presidio ospedaliero SS. Annunziata di Taranto è cominciato il percorso di formazione, che si conclude stamane, sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Nella locandina dedicata all’evento è presente più volte il termine “cis” che deriva dall’inglese “cisgender” che si italianizza in “cisgenere”. Tale neologismo indica le persone la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita.
Tra le relatrici la dott.ssa Palmitesta
Tra le professioniste coinvolte nella formazione, è presente la dott.ssa Antonella Palmitesta – psicoterapeuta e sessuologa, la quale ha affrontato i concetti di “identità sessuale, etero e cis normativa”. Le abbiamo chiesto di spiegare il significato di questi termini.
«Parto specificando che non esiste un’identità sessuale etero, cis normativa o quant’altro. In realtà l’identità sessuale che abbiamo tutti ha delle componenti quali: il sesso biologico, l’identità di genere e l’orientamento sessuale».
Come definirebbe questa locuzione?
«L’orientamento sessuale fa riferimento all’attrazione erotico-emotiva, o in alcuni casi solo romantica, nei confronti di altre persone. Quest’attrazione potrà coinvolgere una persona di genere diverso dal nostro e quindi avremo un orientamento eterosessuale. Se il genere è analogo al nostro, avremo invece un orientamento omosessuale. Se l’attrazione è per entrambi avremo un orientamento bisessuale. O, nel caso non ci sia l’attrazione sessuale o ci sia in parte, di un orientamento asessuale. Se guardiamo invece all’attrazione affettiva parleremo di orientamento romantico. Parlando di orientamento etero, bisessuale o omosessuale facciamo riferimento a quella parte dell’identità sessuale che si identifica appunto come orientamento sessuale. Se invece parliamo di persone cisgender, transgender, gender variant o gender non-conforming, facciamo riferimento all’identità di genere che rappresenta un’altra parte dell’identità sessuale».
Da psicoterapeuta, come descriverebbe “l’identità di genere”?
«L’identità di genere è quel concetto legato al come una persona si percepisce e si sente dentro, nel proprio cervello aldilà del sesso biologico. Quest’identità si forma da 0 a 3 anni. C’è chi se ne accorge sin dall’infanzia, chi invece quando comincia la pubertà e chi in tarda età a seconda di determinate situazioni e vissuti perché in primis questo è un aspetto che va accettato».
C’è quindi differenza tra le persone cisgender e transgender?
«Certo, le prime hanno un’identità di genere congruente al sesso assegnato alla nascita. Mentre le persone transgender non hanno queste due parti dell’identità sessuale allineate. Di conseguenza vivono una situazione di disforia di genere. Il sesso biologico quindi non è altro che maschio, femmina o intersex e non cambia per tutta la vita. Identità di genere è invece: uomo, donna o altro. Sono espressioni differenti perché la parte relativa al sesso fa riferimento a tutta la genetica e al corpo che abbiamo sin da quando nasciamo. Il genere è invece un costrutto sociale, percepito dalla persona a prescindere dal corpo che ha».
Quando si definisce un’identità di genere binaria e quando non binaria?
«Dobbiamo immaginare un continuum maschio-femmina e le persone binarie sono quelle che si sentono uomo o donna sia dentro che fuori. Le persone non binarie invece non sono né totalmente da una parte e né dall’altra. Tra queste ci sono quelle persone che, per esempio, preferiscono il genere neutro che purtroppo in Italia non esiste. Nei paesi anglofoni invece esiste, potendo usare “They/Them”. In Italia un genere non binario può essere distinto dicendo “sono stat’” invece che “statO” o “statA” o usando l’asterisco finale o la “U” per essere inclusivi e dire “tuttU” quando si scrive».

Come risponderebbe a chi crede che queste “nuove trovate lessicali” si utilizzano per mera moda?
«Queste forme lessicali non sono moda, ma usandole avviene un riconoscimento di una persona che si sente non-binary. È difficile per una società cis-patriarcale ed eteronormativa comprendere, però dobbiamo contestualizzarlo: oggi è così! Gli adolescenti in questo stanno avanti. Loro sperimentano, leggono manga, vedono anime quindi dove già esistono persone non binary».
Lei è una psicoterapeuta e sessuologa, come approccia con le e i pazienti non eterosessuali?
«Chi ha un orientamento sessuale omosessuale o bisessuale arriva in terapia per lavorare, per esempio, su quella che è l’omofobia interiorizzata, quindi la non accettazione di questo aspetto di sé. Ciò avviene all’inizio perché si ha paura di perdere delle relazioni, di non essere accettati dalla famiglia e sono tutti disagi che vivono le minoranze sessuali. Per cui, di conseguenza, vengono in terapia per essere supportati nei coming out».
Quando invece parla di “disforia di genere”?
«Chi arriva in terapia con disforia di genere vuol dire che sente l’identità di genere non congruente al sesso assegnato alla nascita, per cui si fa un percorso di affermazione di genere. Prima si utilizzavano i termini “MtF” o “FtM” (da Maschio a Femmina o da Femmina a Maschio). Per includere le persone non binarie ora si parla di “AFAB” e “AMAB” (Assigned Female at Birth e Assigned Male at Birth), cioè persone assegnate alla nascita femmine o maschi. In sostanza il motivo per cui arrivano è perché non c’è congruenza di genere e per affermare il proprio genere dentro e poi fuori, a volte facendo un percorso medicalizzato che possa modificare anche all’esterno quel corpo in cui ci si riconosce già come identità interna.
Dopodiché l’orientamento sessuale è altro, tanto che una persona assegnata alla nascita femmina che fa un percorso e diventa maschio ed è attratto dalle donne, ha un orientamento eterosessuale. Invece, se dovesse essere attratto dagli uomini, il suo orientamento sarebbe omosessuale perché pur avendo fatto un percorso da femmina a maschio, questo non ha alcuna influenza sull’attrazione che prova. Queste componenti dell’identità sessuale non vanno confuse perché l’orientamento sessuale è cosa diversa dall’identità di genere.
Persone che affrontano il percorso di affermazione di genere potranno essere gay, bisessuali ed eterosessuali. È assolutamente possibile che ciò accada!».
Come si presenta la regione Puglia rispetto alla formazione degli operatori sanitari sull’orientamento sessuale e l’identità di genere?
«Personalmente ho contribuito ad avviare, in Puglia, una delle prime situazioni italiane rispetto alla formazione per i futuri medici di base e per tutto il personale sanitario per quanto riguarda appunto l’identità sessuale. All’epoca il corso si chiamò “Il paziente che non ti aspetti” per sapere come rapportarsi alle persone che hanno un orientamento sessuale altro da quello che solitamente ci si aspetta. O che hanno disforia di genere, non solo in riferimento ai pazienti ma anche rispetto ai colleghi. Non è detto che il medico con cui lavoriamo tutto il giorno debba avere per forza una moglie, può avere anche un marito. Da pugliese dunque sono contenta che l’ASL di Taranto stia formando su questo perché c’è poco e in questo periodo storico più che mai è un atto politico formativo veramente bello».
La relatrice dott.ssa Biondi
Tra gli argomenti che la psicologa e psicoterapeuta Paola Biondi tratta, rientra l’importanza della self disclosure. Le abbiamo chiesto qual è il significato di quest’espressione.
«La self disclosure è l’autorivelazione, lo svelamento. Il fatto di condividere con un’altra persona informazioni che riguardano parti di sé e possono essere legate all’identità sessuale come ad altri aspetti. Chiaramente in questo caso parliamo della propria identità sessuale e quindi del fatto che il professionista la sveli al paziente, al collega o al superiore. Non è un coming out ma si intende far rientrare nella narrazione di sé anche quest’aspetto».
Quindi avviene in una sfera prettamente lavorativa?
«No, non necessariamente! Una parte intima di sé viene condivisa con qualcun’altro».
Qual è allora la differenza tra coming out e outing?
«Il primo termine ha anche un significato politico, è una scelta e avviene quando la persona dice ad altri qualcosa che la riguarda. Nell’outing è una terza persona che rivela ad altri qualcosa che riguarda la persona X. Se sono io a dire qualcosa di me, sto facendo coming out invece se lei dice a sua sorella di me, sta facendo outing a me».
Seguendo l’esempio, io devo avvisarla che sto parlando di lei con mia sorella?
«Sì ma essendo una cosa privata neanche se ne dovrebbe parlare. È una libera scelta della persona quella di affrontare un determinato argomento. L’outing nasce in America come strumento politico contro i deputati gay che, pur frequentando locali per soli uomini, poi si schieravano contro le leggi per la tutela dei diritti delle persone omosessuali».
Questi politici avevano fatto coming out?
«Non volevano farlo ufficialmente, però vivevano la loro vita da gay. Dunque si sapeva che il loro era un orientamento omosessuale, che avevano dei compagni e che frequentavano locali gay ma poi ufficialmente erano contrari alle leggi per la tutela dei diritti delle persone gay. L’outing quindi è uno strumento che smaschera».
In questo caso è utile utilizzarlo per recare vantaggio alla comunità LGBTQ+. Diversamente, si può parlare di outing nel caso in cui una persona vorrebbe fare coming out, ma non riesce. Mi riferisco a quel che potrebbe avvenire in diversi ambiti famigliari. Dunque, se questa stessa persona chiedesse al famigliare con cui ha un rapporto più intimo di rivelare al resto della famiglia il proprio orientamento sessuale, si parlerebbe di outing?
«Di fatto sì perché torna il “non lo dico io ma lo dice qualcun altro al posto mio”. Generalmente però non funziona così perché l’outing è un’azione negativa che sottintende quel sentimento di rivalsa sul prossimo. Se racconto in giro che una persona ha l’HIV, io sto facendo outing perché sto rivelando delle informazioni personali di quella persona. Oltre che violarne la privacy».
Chiaro, quindi non è un concetto solidale!
«Assolutamente no! Non è un concetto positivo».
Cosa si intende invece con le locuzioni “minority stress” e “fattori di protezione”?
«Letteralmente il primo concetto si traduce in “lo stress della minoranza” e riguarda tutta una serie di condizioni legate alla discriminazione e allo stigma sociale di minoranze. In questo caso sono minoranze sessuali ma potrebbero essere etniche e di altra natura. Meyer ha creato questo modello del “minority stress” che comprende lo stigma percepito, l’omofobia interiorizzata e le esperienze realmente vissute di discriminazione, per es. un’aggressione. La sensazione nel caso di una persona gay è pensare “io persona gay non mi accetto e di conseguenza sono critico nei confronti di persone che vivono la mia stessa condizione”».
Potremmo definirlo un concetto simile al maschilismo interiorizzato che caratterizza molte donne?
«Più o meno sì e viene chiamato anche eterosessimo interiorizzato. Se si guarda l’identità di una persona gay che utilizza qualcosa di negativo nei confronti della comunità gay, si parla di omofobia interiorizzata. La base però è pensare che essere etero sia migliore e quindi parliamo di eterosessimo ma di fondo parliamo della stessa cosa. Sono due lati della stessa medaglia».
I “fattori di protezione”?
«Sono tutti quei fattori che permettono alla persona che appartiene ad una minoranza, in questo caso sessuale, di ridurre la sua quota di minority stress. Per esempio la si riduce facendo coming out o vivendo in un ambiente circostante accogliente. Un fattore di protezione per le persone trans può essere quello di usare i pronomi che sceglie di avere così come il nome prescelto».
Cosa pensa di chi considera superfluo discutere della scelta dei pronomi per avere un linguaggio più inclusivo?
«Occorrerebbe considerare che negli adolescenti ci sono delle ricerche che parlano della riduzione del 56% dei tentativi di suicidio per una cosa banale come dire semplicemente il pronome giusto».
I fattori di protezione possono includere tutte quelle micro, ma essenziali, scelte quotidiane che ogni persona dovrebbe adottare per essere quanto più accogliente e inclusiva possibile?
«Sì! Le piccole cose, come utilizzare il pronome giusto, permettono alle persone che sono vittime di “minority stress” di star meglio».
Da psicologa e psicoterapeuta come riconosce lo stress delle minoranze?
«Intanto ci sono una serie di sintomi come depressione, ansia, disturbi alimentari, abuso di sostanze, tentativi di suicidio, disturbi del sonno o talvolta disturbi sessuali legati anche ad una iper-condotta come l’avere più partner. Tutte queste sono una serie di reazioni all’angoscia che si vive in quanto minoranza sessuale in un contesto negativo che ti stigmatizza per cui ti senti quello sbagliato».
Queste reazioni però si riconoscono solo se questa stessa persona si rivolge ad una/o psicologa, psicoterapeuta, psichiatra o quant’altro?
«È una domanda importante perché bisogna stare molto attenti a verificare che i sintomi che la persona porta, tra virgolette “disturbi”, possano essere legati a questa condizione e non ad altro. Se io vedo una depressione, non posso diagnosticare una depressione come in qualunque altra persona ma devo indagare e verificare che quello sia un sintomo, in realtà, di altro e cioè dello stigma sessuale».
Ciò non esclude che potrebbe essere legata sia allo stigma sessuale che ad altri motivi?
«Se una persona vive serenamente la sua identità sessuale e magari ha avuto un lutto, è ovvio che la depressione reattiva può essere legata al lutto. Bisogna stare attenti a non fare il contrario perché spesso e volentieri i problemi che le persone hanno sono legate a questa specifica situazione dell’identità sessuale e non ad altro in generale quindi va valutato attentamente».
Nello specifico mi riferivo a quando sono presenti entrambi i fattori come, per esempio, il lutto e contemporaneamente il sentirsi stigmatizzata.
«Certo, un clinico quindi uno psicologo, uno psicoterapeuta ecc. sa fare un’accurata valutazione della situazione. Dovrebbe avere entrambe le “cause” presenti».
Mi permetto di chiederle un consiglio personale. Parlando dei fattori di protezione, nel mio piccolo, quando scrivo cerco di utilizzare parole inclusive. Sperimentando però mi rendo conto di quanto non sia semplice perché ho sempre la sensazione di non includere, nel momento in cui magari ricorro sia al maschile che al femminile, le persone non binarie. Per questo motivo, se si presta anche l’argomento che tratto, cerco di utilizzare i termini “persone” o “gente”. Potrebbero essere dei sani artifici affinché una persona non binaria, qualora dovesse leggere un mio articolo, si possa sentire inclusa e accolta?
«Certo, questa è un’altra tecnica e rientra nei fattori di protezione per chi ti legge. Se tutti, tutte e tuttз utilizzassimo queste piccole strategie, il mondo sarebbe migliore e sicuramente più inclusivo. Le persone che vivono il minority stress si sentirebbero probabilmente maggiormente accolte. Nel piccolo tutti possiamo fare qualcosa».
La dottoressa Biondi ha concluso l’intervista sottolineando quanto la formazione sia importante perché è la letteratura a spiegare che più le persone sono formate e più si riducono i loro livelli di omo/lesbo/bi/transfobia. «Questo è fondamentale – ha aggiunto la psicologa – perché solo tramite la formazione, cioè quando prendono contatto con situazioni di questo tipo, le persone e in questo caso le professioniste e i professionisti, possono essere veramente inclusivi. In questo modo possono poi offrire un servizio affermativo delle identità sessuali. Purtroppo c’è un divario enorme tra il numero di professionisti e il livello di formazione su queste tematiche. Il divario è enorme in tutte le professioni e soprattutto nelle professioni sanitarie. I dati sono agghiaccianti perché sono pochissime le persone che dichiarano di avere una sufficiente preparazione sul tema».