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2° piano - Dipartimentale Disturbi del Comportamento Alimentare

Alimentazione… oltre l’estetica!

Qualche giorno fa sono terminati i vari banchetti famigliari in cui ci si riunisce per le feste natalizie. Tra una portata e l’altra non saranno mancati commenti relativi alle calorie dei pasti consumati e al sentenziare i kg del e della malcapitata di turno da parte del solito parente o amico inopportuno. Spesso però, talvolta ingenuamente, si ritiene che questi siano argomenti validi di discussione perché non si conoscono i DCA (Disturbi Comportamento Alimentare) e cosa vive la persona che ne soffre.

Nella nostra città, al secondo piano dell’ex Ospedale Vecchio, in via SS.Annunziata, vi è la sede del “Dipartimento Disturbi del Comportamento Alimentare” dell’Asl di Taranto. Il dirigente responsabile del servizio è il dott. Armando De Vincentiis, medico psichiatra, a cui abbiamo chiesto quando si parla di “disturbi” alimentari.

«Facciamo una precisazione, noi ci interessiamo di disturbi alimentari in ambito psichiatrico. I disturbi del comportamento alimentare sono la conseguenza di un disagio psichico che a sua volta si manifesta attraverso delle condotte abnormi con l’alimentazione e la nutrizione. Da questo punto di vista dobbiamo dire che attualmente la dicitura esatta è “disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”. Ciò significa che da una parte si fa riferimento alla nutrizione, quindi ai principi attivi degli alimenti che sarebbero, appunto, i nutrimenti degli alimenti. Dall’altra parte il richiamo è all’alimentazione intesa come comportamento/condotta.
Nell’ambito dei DCA, i disturbi che tendiamo a trovare sono tre:
1. ANORESSIA NERVOSA
2. BULIMIA NERVOSA
3. DISTURBO D’ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA».

Perché ha utilizzato il termine “nervosa”. C’è un motivo?

«In realtà questa è una dicitura impropria – ha risposto il dottor De Vincentiis. Oramai c’è e ce la teniamo. Da questo punto di vista faccio un altro distinguo: l’anoressia può essere sia un sintomo che una malattia. Può essere un sintomo là dove, come negli anziani con demenza, per una patologia organica non si nutrono più. In questo caso l’anoressia è un sintomo della patologia. Quello che intendiamo noi per DCA è una vera e propria malattia che si estrinseca nel fatto che il soggetto non riesce a mantenere un peso adatto per l’età, e per la sua condizione, a causa di restrizioni che mette in atto. O a causa delle condotte di eliminazione attraverso il vomito autoindotto, attraverso l’uso di lassativi, purgativi ecc.».

Alla dottoressa Addolorata Chielli abbiamo chiesto di cosa si occupano nel dipartimento in questione.

«Faccio parte dell’équipe dei Disturbi del Comportamento Alimentare dell’Asl di Taranto come psicologa e psicoterapeuta. Noi siamo un livello ambulatoriale e questo vuol dire che ci sono vari livelli di assistenza. Il primo è quello che coinvolge i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta. Sono loro che, nel momento in cui ci fanno una richiesta per inviare il paziente, devono accertare che sia necessario un approfondimento specialistico presso l’ambulatorio in cui operiamo che è specifico per questo tipo di disturbi».

In che maniera intervenite sul/sulla paziente?

«Il tipo di intervento deve essere necessariamente multidisciplinare. Noi siamo un’équipe, tra le poche, complete nel senso che il nostro responsabile è un medico psichiatra. Ci sono psicologi, psicoterapeutici, un dietista, una psicopedagogista, una terapista della riabilitazione psichiatrica, un’infermiera e il medico dello sport che fa un lavoro incentrato su quello che è lo stile di vita dei nostri pazienti e sull’importanza dell’attività motoria. Cerca quindi di distinguere quella che viene fatta perché si ha voglia di divertirsi e quella che viene fatta per compenso. L’attività motoria praticata per compenso riguarda le persone sottopeso o nei casi in cui prende piede la mentalità anoressica in cui si utilizza l’attività motoria per mantenere quello che si crede sia il peso di riferimento».

Dipartimentale Disturbi del Comportamento AlimentareLa dottoressa ha rimarcato che il loro gruppo di lavoro fa diagnosi e prende in carico i pazienti e le pazienti secondo diverse tipologie d’intervento. Nel team multidisciplinare, oltre le figure intervistate, vi sono le psicologhe-psicoterapeute M. Naimo, Y. Blasi e lo psicologo-psicoterapeuta L. Tristani; la psicopedagogista C. Mignolo; il dietista A. Nitti; il medico dello sport M. Caputo; l’infermiera (CPS) M. Pignatelli e la tecnica della riabilitazione psichiatrica (CPS) L. Capuzzello.

Abbiamo proseguito l’intervista chiedendole se il team prende in carico pazienti in età specifiche.

«No, seguiamo dai primi mesi di vita sino all’età adulta».

Tra di voi ci sono quindi anche pediatri o pediatre?

«Non abbiamo il medico pediatra ma abbiamo degli operatori che si occupano in maniera specifica dell’età evolutiva. Per la necessità di avere la consulenza neuro psichiatrica infantile si fa riferimento, attraverso un protocollo d’intesa che è stato formalizzato qualche anno fa, alla neuropsichiatria infantile dell’Asl di Taranto. Si cerca quindi di portare avanti un lavoro che deve essere quanto più integrato possibile perché il disturbo del comportamento alimentare si risolve soltanto se si ha un lavoro integrato che coinvolge tutte le figure in maniera orizzontale. Un altro fattore essenziale per la buona riuscita del nostro lavoro è che ci troviamo tutti nello stesso luogo. Questo facilita naturalmente la continua verifica, il continuo monitoraggio e il confronto all’interno dell’équipe quindi l’intervento di presa in carico è articolato».

Come capite in che maniera intervenire?

«Dopo aver valutato il caso specifico, a seguire è previsto un progetto psicoterapeutico dove si vanno a formalizzare tutti i possibili interventi. È necessario, se ci sono DCA, l’intervento di psicoterapia che può essere individuale e/o famigliare. L’intervento di dietoterapia che è seguito dal dietista. Quello psicoeducativo, avviene soprattutto nell’età evolutiva ed è condotto dalla psicopedagogista. L’intervento della terapista della riabilitazione psichiatrica è un lavoro a più livelli infatti si fa un lavoro sulla percezione corporea. Alla base di quello che può essere un disturbo del comportamento alimentare c’è naturalmente una peculiarità che è una dispercezione corporea. Interveniamo in maniera diversa a seconda di quello che è il percorso terapeutico in cui man mano inseriamo tutti gli interventi quindi la presa in carico viene programmata grazie al fatto che l’équipe riesce, tutti i giorni, a fare un lavoro di sintesi e si incontra».

Ha parlato sia d’approccio sulla singola persona che sulla famiglia, agite anche tramite interventi collettivi?

«Sì, prima del COVID-19 facevamo anche i gruppi ma li abbiamo interrotti. Per esempio la psicopedagogista faceva i gruppi con i ragazzi, prettamente su quelle che possono essere le strategie di fronteggiamento di quello che può essere il disagio legato sempre ai DCA. Pensiamo di riprendere a farli così come abbiamo in progetto di attuare degli incontri di gruppo per i genitori».

Il percorso del paziente

Approvato che le tipologie d’intervento sono differenti, abbiamo chiesto qual è il percorso che il paziente segue nel momento in cui accede al secondo piano dell’ex ospedale vecchio.
Ci ha risposto la psicologa e psicoterapeuta Aresta Pasqualina: «A seguito della richiesta rilasciata dal medico generico o dal pediatra, il paziente può prenotare, attraverso il CUP, una visita presso il nostro servizio. In prima battuta noi qui effettuiamo un colloquio che definiamo analisi della domanda e viene condotto dallo psichiatra e da uno degli psicologi. Si procede con una valutazione psichiatrica e psicologica. Quindi si cerca di fare il quadro della situazione attraverso un colloquio anamnestico per capire se nella famiglia d’origine ci sono disturbi sia psichiatrici che di natura organica. Si prosegue cercando di comprendere qual è la sintomatologia che il paziente presenta in quel momento, sia per quanto attiene la sfera dell’umore che di altre aree d’indagine sino ad addentrarci in quella della sintomatologia alimentare. Nello specifico chiediamo al paziente quali sono i sintomi che presenta nella sua storia e negli ultimi tre mesi».

Perché si considera il periodo degli ultimi tre mesi?

«Il manuale diagnostico ci impone questo riferimento. In questo modo riusciamo ad avere delle informazioni utili per l’orientamento diagnostico quindi cerchiamo di capire se ci troviamo in un quadro clinico piuttosto che in un altro. O, ancora, se quel paziente presenta una sintomatologia che non è di nostra competenza. A volte succede che il paziente presenta dei sintomi che possono vagamente rientrare nella sintomatologia alimentare ma in realtà non sono di esatta pertinenza di un disturbo alimentare».

Cosa avviene dopo il colloquio d’analisi della domanda?

«Lo psicologo continua nella valutazione psicodiagnostica. In questa fase somministriamo dei test, cioè dei reattivi psicologici, che ci aiutano ad analizzare e ad approfondire quello che è già emerso dal colloquio.
Parallelamente avviene la valutazione nutrizionale condotta dal dietista del nostro servizio e come diceva la dottoressa Chielli, il tecnico della riabilitazione psichiatrica provvede ad una valutazione dell’immagine corporea. In questo momento si cerca di indagare il rapporto che il paziente ha con il proprio corpo quindi la propria percezione corporea. Alla fine di tutte queste valutazioni c’è il colloquio di restituzione durante il quale il paziente viene convocato nuovamente in sede per poter condividere con lui l’esito del quadro clinico emerso. Se, a questo punto, è presente una sintomatologia alimentare, provvediamo alla presa in carico che proponiamo attraverso un progetto terapeutico e il paziente decide se iniziare. Solitamente la risposta è affermativa e la si certifica firmando concretamente il progetto ed inizia così la presa in carico. Se invece non c’è un disturbo di nostra competenza, cerchiamo di rilasciare una relazione scritta nella quale illustriamo la sintomatologia che è emersa e cerchiamo di dare, nel limite del possibile, delle indicazioni più operative su quale servizio può essere più idoneo».

A questo proposito abbiamo chiesto come si procede in situazioni specifiche di persone che necessitano un controllo costante.

Dott. Armando De Vincentiis
Dott. Armando De Vincentiis

Il direttore responsabile De Vincentiis ha specificato che ci sono casi che non riescono a risolvere a livello ambulatoriale per una serie di cofattori che possono essere i più vari. «Tra questi ci può essere un’estrema conflittualità a livello famigliare. Si tenga presente che in molti casi di anoressia i genitori sono separati. In alcuni casi proponiamo un ricovero in comunità riabilitative ad alta intensità e specializzate nei disturbi del comportamento alimentare. Purtroppo queste si trovano al di fuori della Puglia. Attraverso un atto deliberativo dell’Asl le pazienti vengono inviate in queste comunità dove vengono seguite h24. I ricoveri in genere possono protrarsi per diversi mesi, è difficile che nell’ambito dei DCA si superino i sei mesi di ricovero, a differenza di quello che succede nelle altre patologie psichiatriche dove ci possono essere ricoveri anche di due-tre anni».

Lo psichiatra spiega di non aver utilizzato il maschile perché nell’80%-90% di casi si tratta di soggetti femminili. Gli abbiamo chiesto se a soffrirne, nel quadro generale dei DCA, siano principalmente persone di sesso femminile.
«Sì! Il disturbo è appannaggio dei soggetti femminili».

La dottoressa Chielli ha aggiunto che in età evolutiva, nella loro struttura, stanno registrando un leggero aumento dei ragazzi. Si parla quindi di pazienti di 13-14 anni e «negli ultimi tempi sono aumentate le ragazze comprese in questa fascia d’età».

Le abbiamo chiesto quali altri cofattori, oltre quello nominato dal dottore, portano le pazienti a soffrire di disturbi alimentari.

«La causa non sono i genitori separati! L’ eziologia dei DCA non permette di indicare una causa diretta. Così come il disturbo può essere legato ad una situazione traumatica, può esserlo a dei vissuti particolari ma l’eziologia è multifattoriale. Dopo il covid-19, per esempio, abbiamo assistito ad un innalzamento dei casi di disturbo del comportamento alimentare. Questo ha tutta una sua spiegazione e ci sono delle ricerche in corso. In età evolutiva è come se quei due anni di chiusura hanno in qualche modo bloccato quello che è la crescita psicologica dei ragazzi perché è come se si fossero bloccati. Venendo meno anche il confronto con gli altri, in un’età come quella della pubertà in cui è fondamentale, si sono chiusi all’esterno. Questo ha portato ad una rigidità del pensiero e ad una fissità su quelle che possono essere alcune idee rispetto a come si sta crescendo e al proprio corpo».

Secondo la dottoressa Aresta si può parlare di fattori di rischio quando si fa riferimento, per esempio, ai genitori separati. «Nella storia delle nostre pazienti – ha chiarito – ritroviamo spesso delle esperienze di abuso. Spesso sono vittime di maltrattamenti e bullismo quindi è come se fossero esperienze che rientrano in un filo rosso che ritroviamo nella storia delle nostre pazienti. Anche queste possono costituire fattori di rischio che le espone maggiormente allo sviluppo di questa patologia insieme a tanti altri fattori».
Tra gli altri fattori di rischio, ha aggiunto la psicologa e psicoterapeuta Chielli, ci sono i social network perché i ragazzi e le ragazze arrivano con un ideale di come deve essere il proprio corpo. Fattore questo che tendono a ritrovare anche nei pazienti più adulti i quali appunto riportano un ideale da voler raggiungere che solitamente corrisponde alla magrezza che interpretano come sinonimo di bellezza. «Qualche giorno fa una pazienta – ha continuato la dottoressa – ci diceva “magrezza uguale bellezza!”. Questo binomio, questa sovrapposizione è esplicativa di un fattore culturale che denota quanto queste patologie siano disturbi dei nostri tempi».

Abbiamo chiesto se il dipartimento tratta anche casi di sovrappeso e obesità.

La risposta del direttore responsabile: «l’obesità non è un nostro bersaglio. Noi non trattiamo i soggetti obesi. L’obesità è un fattore di accompagnamento alle patologie di nostra competenza che non sempre ci sono. Purtroppo una grossa parte di invii impropri che vengono fatti in questo servizio raggiungono percentuali alte sino ad arrivare ad un invio su tre negli adulti e aumentano nei minori. Sono invii impropri e tra questi l’obesità è al primo posto perché si pensa che chiunque sia obeso, automaticamente abbia un disturbo del comportamento alimentare. È chiaro che chi ha un’obesità importante, un disturbo psicologico ce l’ha. Su questo non c’è dubbio. Dobbiamo però vedere se il disturbo psicologico si sostanzia in un disturbo del comportamento alimentare e in questi casi è di nostra competenza, o se invece è in un’altra area. Tra queste, per esempio, ci sono le aree dell’ansia, della depressione o di un disturbo di personalità quindi noi ci occupiamo dell’obesità ma solo nel momento in cui è una conseguenza di un disturbo del comportamento alimentare di nostra competenza».

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