Sulla vicenda ex Ilva continua a regnare l’incertezza. Diciamolo pure: qualcuno è in grado oggi di prevedere come andrà a finire? Il dubbio più volte è stato posto ed è sollevato tuttora. Perchè troppi gli interventi, legislativi e non, che condizionano la vita di uno stabilimento siderurgico obsoleto e sulle cui potenzialità produttive – prive di ricadute dannose – sono in pochi, pochissimi disposti a scommettere.
Si va verso un paio di appuntamenti ‘caldi’. Prima lo sciopero proclamato dai sindacati per il prossimo 11 gennaio con manifestazione a Roma, a Palazzo Chigi, a cui parteciperanno anche le rappresentanze politico-istituzionali del territorio. Successivamente, il 19, il vertice dedicato – sempre a Roma – convocato dal ministro Urso. Dunque, apparentemente – perchè ancora una volta è bene usare il condizionale – il problema verrà affrontato al livello più alto tentando di trovare la soluzione.
Soluzione? Non meravigliatevi: è ciò che inseguono da almeno un decennio tutti gli attori di questa vicenda. Governo, sindacati, industriali, ambientalisti, giuslavoristi, magistrati, tuttologi (ma l’elenco è lungo) da anni indicano la strada giusta… senza mai trovarla. Perchè, alla fine, l’ex Ilva è sempre lì, con tutti i suoi problemi, a sbuffare come sempre (forse un po’ meno ma conta poco) e soprattutto a restare il simbolo dell’incapacità umana a sbrogliare la matassa, semmai ci fosse per davvero la volontà. Ma anche l’alibi per quanti su quel gigante sgangherato ci hanno costruito carriere.
Ora, parlare continuamente di decarbonizzazione, area a caldo, forni elettrici e altro ancora, nel gran guazzabuglio che costituisce l’intera vicenda, significa certamente portare un contributo ma offre in ogni caso poca chiarezza. In fondo, ammettiamolo: quante volte ci sentiamo dire “come andrà a finire” oppure “che gran casino” o altro ancora. Giusto, perchè il cittadino può star dietro fino a un certo punto alle tesi e/o proposte avanzate dagli attori protagonisti, ma alla fine magari scuote il capo sconsolato quasi in segno di resa.
Anche qui non abbiamo soluzioni, magari opinioni sì. In questo momento, però, ci sentiamo di condividere, al netto delle tesi a sostegno, della riflessione dichiarata dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci: non è il caso di dividersi. Vero, verissimo, e chi ci conosce sa che non siamo tenerissimi verso il primo cittadino. Non dividersi forse perchè si è davvero a un punto di svolta sull’intera vicenda (e ribadiamo: forse). Con la premessa che nessuno può dimenticare: qualunque progetto per rendere ecocompatibile (semmai fosse possibile) quella fabbrica, necessita di anni e di risorse. Quindi, nessuno si illuda che da un giorno all’altro quel gigante possa diventare bello, potente e soprattutto ‘profumato’. E scusate l’ironia.
Sì, non dividersi pur mantenendo le legittime tesi di ognuno. Non è paradossale, ma è il senso di comunità coesa che può sedersi a un tavolo e farsi ascoltare. L’attuale incertezza sul futuro dell’ex Ilva non giova a nessuno: la si voglia chiudere, ridimensionarla, decarbonizzarla o altro. Perchè in tutti questi anni, nessuno mai ha preso il toro per le corna e affrontato seriamente il problema, anche a costo di sacrifici. In tutti questi anni si è sempre navigato di pancia, mai di testa. E i danni sono sotto gli occhi di tutti.
Sì, non dividersi perchè i costi sociali di tutta questa vicenda sono pagati dal territorio, da sempre: a Roma o altrove, non certo a Taranto, si tratta davanti ai numeri, dimenticando sempre le persone. Perchè oggi più che mai contano, purtroppo, i numeri. E le persone, la dignità delle persone, i diritti delle persone, restano ai margini, quasi fossero un fastidio o, al limite, danni collaterali.
Sì, non dividersi respingendo però complicità nascoste, interessi mascherati, false prediche, seduzioni fascinose. Cogliendo l’occasione di sentirsi comunità vera e seria, in grado di difendersi e proporre, ascoltare e contribuire e decidere, nonostante l’altra parte possegga il manico del coltello. Perchè altrimenti il viaggio a Roma, prima e dopo, sarà solo una gita per urlare slogan e sentirsi in pace con la coscienza. Certo, non dipende da Taranto il futuro dell’ex Ilva. Ma per una volta, almeno per una volta, Taranto si presenti unita: sarà più credibile, otterrà maggior rispetto. E quel cambiamento tanto auspicato e faticosamente iniziato, forse troverà altra forza.
Caro Sindaco Melucci
Lei ha il dovere di chiarire una volta e per tutte due cose:
-Lo stabilimento ILVA lo vuole chiuso o aperto?
-La sua giunta cittadina ha la stessa Vostra idea o è orientata diversamente?
Oggi è arrivato il momento di essere schierati perché non se ne può più dei
“cerchiobottisti”.
Quindi esprimete il Vostro parere ed operate per conseguenza.
Se siete favorevoli al sito produttivo ILVA avete l’onere e l’onore di dare il
Vs contributo alla soluzione della crisi produttiva ed occupazionale tarantina.
Se siete contrari al sito produttivo ILVA ditelo ed adoperatevi con ogni
mezzo per la chiusura.
Per il resto sono chiacchiere a vuoto.
Saluti
Vecchione Giulio
Il caro Sindaco che predica bene ha prima il dovere di presentare un piano B o alternativo o di reinustrializzazione plausibile poi tutte le giustificazioni in riguardo al tessuto imprenditoriale, all’incapacità politica economica nazionale e alle paure delle parti sociali sarebbero tutte a suo favore.