‘Caro direttore ti scrivo…’

Sedici anni non si dimenticano in un giorno. E non si cancellano con un click. E probabilmente non si possono spiegare a parole. E’ quasi impossibile far capire agli altri, cosa abbia potuto creare e consolidare un connubio creatosi per caso in un pomeriggio assolato di un lontano settembre di tanti anni fa. Era la redazione del quotidiano ‘TarantoOggi’ (che all’epoca si scriveva con una sola ‘o’) e ci arrivai per caso, senza alcuna aspettativa o ambizione, come al mio solito. Eppure, bastarono pochi minuti per capirci e riconoscerci: un uomo e un ragazzo con vent’anni di differenza, con una formazione politica e culturale opposte, che sino a quel pomeriggio erano due perfetti sconosciuti iniziarono da quel giorno a scrivere una storia unica e indimenticabile. 

Posso tranquillamente affermare, senza timore di smentita, che senza Marcello Di Noi non sarei mai diventato un giornalista. Non sarei potuto esserlo e non avrei imparato ad esserlo. Da quel lontano pomeriggio, giorno dopo giorno, prima sulle colonne del TarantoOggi e poi su quelle del corriereditaranto.it, abbiamo provato con i pochi mezzi a nostra disposizione a fare del giornalismo vero, libero, sincero, genuino. Che poi sono le qualità che più ti rappresentano, caro Marcello. So bene, l’ho sempre saputo, che in tanti non ti hanno mai perdonato e non hanno mai condiviso la totale libertà che mi hai concesso in tutti questi anni. So che mi hai sempre difeso, protetto, aiutato in silenzio centinaia di volte. Probabilmente non erano completamente d’accordo con tutta questa libertà nemmeno i nostri editori, che però ci hanno sempre lasciati liberi di essere ciò che volevamo essere e a cui dovremo esser per questo comunque sempre grati: uomini liberi senza padroni e padroncini di sorta. Perché in fin dei conti, ora si che lo possiamo dire, possiamo rivelare il nostro piccolo grande segreto: eravamo e siamo profondamente diversi in tante cose (altro motivo per cui in tanti in questi anni si sono chiesti come fosse possibile lavorassimo insieme), ma una cosa più di tutte ci ha sempre unito, la nostra voglia di essere liberamente anarchici. Che alla fine sarà pure un difetto, un limite, un boomerang che ogni tanto torna indietro e ci colpisce in pieno, ma è e resta la nostra vera essenza. 

E forse oggi, con le nostre strade che si sono divise così improvvisamente e bruscamente, mi vien da pensare e da scrivere (anche se so che tu non lo vorresti), che forse hanno sempre avuto ragione tutti quelli che ci hanno rimproverato per non aver difeso con maggiore forza il nostro lavoro. Tutto quello che abbiamo costruito e che in tanti forse hanno già dimenticato o mai davvero conosciuto. Forse avevano ragione nel dire che avremmo dovuto ricordare a tutti, ad una città intera, cos’è stato e cos’era il TarantoOggi negli anni in cui eravamo impegnati nella battaglia solitaria sulla questione ambientale tarantina (anni e anni prima dell’inchiesta del 2012). Forse avremmo dovuto pubblicizzare ovunque che il 27 luglio 2012, al termine della conferenza stampa sul sequestro dell’area a caldo dell’ex Ilva, l’allora procuratore capo della Repubblica di Taranto Franco Sebastio recentemente scomparso, ci avvicinò e ci disse testuali parole: “In questi anni siete stati gli unici a scrivere la verità o comunque vi siete molto avvicinati”. O forse ci saremmo dovuti mediaticamente vendere in tutto il globo quella storica intercettazione dell’ex pr del gruppo Riva, Girolamo Archinà, che il 15 luglio 2010, non sapendo di essere intercettato mentre parlava con un componente del Centro Studi Ilva, il quale si lamentava dei nostri articoli, pronunciò la storica frase: “Io ho sempre detto che la stampa andava pagata tutta, che bisognava tagliarle la lingua” (che di per sé racconta fin troppo bene il panorama del giornalismo tarantino che oggi è in gran parte rimasto lo stesso e ben poco è cambiato). Solo il Fatto Quotidiano, con un articolo a firma della giornalista Sandra Amurri, raccontò la vera storia legata a quella intercettazione e a piccolo giornale locale di Taranto. 

O forse avremmo dovuto denunciare e gridare allo scandalo tutte le volte che siamo stati offesi, derisi, dileggiati sui social dalle tante ‘anime belle’ del mondo ambientalista tarantino, che da sempre si dipinge e racconta per ciò che non è, non è mai stato e mai sarà. O avremmo dovuto mettere alla berlina chi negli anni è andato a denunciarci all’Ordine dei Giornalisti a Bari, o a chi come qualche collega locale ha avuto il coraggio e l’ardire di querelarci: si, perché in questa città dove tutto funziona al contrario, è successo anche questo. O metterci tante medaglie al petto quando nel maggio 2021 abbiamo vinto l’ennesima causa per querela in tribunale, contro niente di meno che il governatore Michele Emiliano in persona. Se lo avessimo fatto, anche noi, forse, avremmo sfruttato a tutto nostro vantaggio gli eventi di questa città; magari anche noi avremmo scritto libri, avremmo avuto promozioni in giornali regionali o nazionali, saremmo stati ospiti di programmi televisivi, saremmo diventati parlamentari o senatori o consiglieri comunali o regionali, o attori, sceneggiatori, registi, organizzatori di eventi: in tantissimi in un modo o nell’altro hanno tratto vantaggio sfruttando i problemi di questa città. 

Ma noi abbiamo scelto di percorrere un’altra strada, sempre e comunque. E mi fa sorridere, oggi, leggere della solidarietà che da ogni dove viene portata a giornalisti locali e nazionali perché ‘minacciati di querela‘ o querelati da Acciaierie d’Italia, mentre tanti anni fa quando solo noi eravamo gli esclusi dai salotti buoni dei Riva e della politica locale, tutti tacevano. O la solidarietà verso giornali e televisioni locali che hanno chiuso negli anni, mentre quando il 3 settembre 2015 chiudemmo per l’ultima volta la redazione del TarantoOggi, fummo avvolti e dimenticati da un silenzio assoluto. Poi, abbiamo avuto la grande fortuna, l’opportunità di replicare e tornare quasi subito a fare ciò che sapevamo fare al meglio, ma questa volta sul web (sulle pagine del CorrierediTaranto.it), un’esperienza del tutto nuova per entrambi, legati come eravamo e come siamo ancora oggi al giornale di carta. Ed anche qui ci siamo fatti ‘conoscere’ ed apprezzare. Anche qui abbiamo dato il nostro contributo, sempre e comunque in tutti questi anni. 

Potrei continuare all’infinito, citando tantissimi altri esempi su altrettanti fenomeni di questa città, ma taccio per decenza. Ma il silenzio che non passi per dimenticanza o altro, perché chi scrive non ha dimenticato e mai dimenticherà tutto quel che ha visto e vissuto. E chissà, magari un giorno lontano troveremo anche anche la voglia di raccontarlo davvero. 

So quello che stai pensando adesso, mi sembra quasi di sentire la tua voce: “Jimmy, no fa accusì!”. Non preoccuparti, non sto cedendo alla rabbia e al rancore (anche se lo vorrei tanto), ma era giusto scrivere tutto questo, che è solo una minima parte di ciò che abbiamo vissuto, perché era giusto farlo, raccontarlo, ricordarlo. Perché senza di te tutto questo non sarebbe mai stato possibile. Abbiamo scritto pagine indelebili di vita, prima ancora che di giornalismo, che nessuno potrà mai cancellare. Abbiamo vissuti anni intensi, dove siamo cresciuti come uomini e non solo, stringendo un legame indissolubile. E lo abbiamo fatto perché profondamente innamorati di questa città, dei suoi odori, dei suoi difetti, delle sue mille contraddizioni. Perché legati anima e corpo ai suoi colori unici, ad una bellezza senza tempo legata ad una storia millenaria. Perché ci siamo sempre sentiti parte attiva di questa comunità, abbiamo sempre avuto a cuore il suo passato, il suo presente e il suo futuro. 

Per me Marcello Di Noi è stato un secondo padre, lavorativamente parlando, un fratello maggiore, un amico, una spalla sempre vicina, un sorriso sornione e sincero e uno sguardo da incrociare nei momenti più duri. E’ diventato parte integrante della mia vita e lo sarà per sempre. Non dimenticherò mai le infinite chiacchierate davanti alle centinaia di caffè presi e alle sigarette consumate insieme. O le nostre litigate accese, le nostre discussioni, le nostre sfuriate rabbiose che poi terminavano sempre con un silenzio che durava un piccolo tempo terminato il quale tornavamo più legati di prima. E’ sempre stato un esempio, proprio perché così diverso da me. E la stima e l’affetto di tutti sono lì a dimostrarlo. La tua esperienza quarantennale in questo mestiere, il tuo infinito legame al Corriere del Giorno, le tue tante avventure al seguito del nostro amatissimo Taranto, i tuoi racconti, i tanti personaggi incontrati, hanno costruito un bagaglio di vita ineguagliabile. Siamo sempre stati profondamente diversi anche nel lavoro giornalistico, ma come ho scritto era quella la nostra forza nascosta, il nostro grande piccolo segreto. E adesso che per la prima volta sono rimasto davvero solo, lo smarrimento e la tristezza sono profonde. E il fatto che questa improvvisa separazione non dipenda strettamente dal nostro rapporto lascia il tempo che trova. Va accettato, perché non tutti possono sempre pensarla come noi, o accettare e condividere idee e metodi di lavoro. E perché non tutti possono sentire e capire allo stesso modo in cui sentiamo e pensiamo le stesse cose.

Ma non vorrei che questo mio scritto venisse interpretato come un’iniziativa soltanto personale. Perché tutti i giornalisti e tutti coloro che hanno lavorato con te al CorrierediTaranto.it hanno imparato qualcosa prima dall’uomo e poi dal giornalista. Tutti, nessuno escluso, serberà comunque un bel ricordo di questi anni trascorsi insieme. Tutti hanno imparato da te qualcosa e ti hanno rubato piccoli segreti di questo straordinario mestiere.

Ma io so che questo non è un addio, ma soltanto un arrivederci. E non avrei mai potuto restare in silenzio senza scrivere qualcosa soltanto per te. Sei e resterai sempre per me ‘il direttore’. E’ stato un onore e un privilegio, sempre a testa altaCiao, Marcè! Ti voglio bene. Ad maiora. 

Commenti

2 risposte a “‘Caro direttore ti scrivo…’”

  1. vincenzo

    Giammario, ritorna ad essere il giornalista di quei tempi, che tanto ammiravo per il tuo coraggio e la tua lealta’ Eri un alfiere dei diritti ambientali e sanitari calpestati a Taranto, insieme a tutta la redazione del grande giornale Tarantooggi, che non si faceva influenzare da nessuno. Ti saluto Vincenzo Simonetti

    1. Gianmario Leone

      Gent.le Vincenzo, io sono rimasto sempre lo stesso uomo e giornalista, non sono mai cambiato. Resto ancora un alfiere dei diritti e prima ancora della verità.
      Quello che però mai si è voluto capire, è che sino al 2012 la battaglia da fare era quella di far emergere ad ogni costo l’inquinamento e tutte le storture di quel sistema. Perché era un qualcosa di evidente che tutti negavano. E per farlo bisognava essere il più duri ed estremi possibile, proprio perché lo si faceva in una realtà che voleva rinviare quanto più possibile il dover fare i conti con la dura e triste realtà.
      Venuto a galla ed allo scoperto, anche per le denunce di alcune sigle ambientaliste e per il lavoro della Procura, la battaglia doveva necessariamente cambiare. E cioè, stante il fatto che quella fabbrica non l’avrebbero mai chiusa, per i tanti motivi che conosciamo da sempre, bisognava fare di tutto affinché rientrasse nei parametri di legge ambientali previsti e facesse tutti i lavori previsti. E siccome io ho sempre riportato i dati reali, se questi dal 2013 sono rientrati nei parametri ed hanno iniziato a fare i lavori previsti, non si poteva negarlo e continuare ad affermare il contrario. Qui nessuno ha mai negato o nascosto nulla. Nessuno ha abbassato la testa o fatto uno o più passi indietro. Te lo posso assicurare. Ma oggi la realtà non è quella di ieri e dell’altro ieri. Sia dal punto di vista ambientale che sanitario. Affermare il contrario continuando a riportare dati e studi del passato o che fanno riferimento ai danni prodotti dal passato non giova a nessuno. Ed infatti ha finito per spegnere qualunque tipo di discorso o iniziativa costruttiva per un futuro diverso, migliore. Così come non ha affatto giovato lasciare soli migliaia di lavoratori al proprio destino, disegnando e ipotizzando scenari futuristici che come sai ho sempre contestato. E ti assicuro che se la maggior parte di coloro che pensa di conoscere tutta la verità su queste vicende, avesse seguito bene il processo Ambiente Svenduto, si sarebbe accorto che tante cose non sono state fatte come dovevano, tanti sono i dubbi e le cose che non tornano. Così come tante e complesse sono le pratiche per realizzare le bonifiche in tutto il SIN di Taranto, altra questione che in molti hanno preferito abbandonare negli anni. Purtroppo però, ben prima del 2012, tutte le volte che ho provato a porre queste questioni sul tavolo del confronto e della discussione, sono stato fatto oggetto di ogni scherno possibile, finendo per essere del tutto isolato. Ma sapevo che i risultati poi, alla fine, sarebbero stati questi, ovvero il nulla assoluto su tanti fronti.

      Ti saluto con affetto
      Gianmario

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