Ciao Vituccio, bomber rossoblù indimenticato

Quanti di voi, appassionati di calcio e soprattutto nostalgici di quello anni’80, hanno provato ad imitare – almeno una volta, per strada, nei campetti polverosi di periferia o nel giardino sotto casa – la famosa ‘bicicletta’ di Vito Chimenti, morto ieri a 69 anni per un improvviso malore? Altro che ‘rabona’, questa magia con il pallone, che portava il copyright di un attaccante tracagnotto, al quale tutti noi cinquantenni ci siamo affezionati, era pura poesia di un calcio di provincia (Palermo, Catanzaro, Avellino, Pistoiese, Taranto) che sfidava quello metropolitano, quello dei grandi club (Inter, Milan, Roma, Napoli, e Juventus alla quale segnò, con la maglia del Palermo, un gol in una finale di Coppa Italia nel 1979).

‘Vituccio’ faceva passare da dietro il pallone sulla testa dell’avversario scavalcandolo, per poi riprenderlo ed involarsi verso la porta avversaria.

Chimenti è stato il mio primo idolo calcistico rossoblù, colui che mi ha fatto esplodere di gioia dalla gradinata in quel famoso Taranto-Bari 2-1 stagione 1983-84 in serie C. Il gol più iconico di quegli anni, con la corsa del bomber, lui che era originario proprio di Bari, sotto la curva sud e poi le reti su punizione, una sua specialità, roba da ‘strazzare la rezza’. Ne ricordo una in particolare in un altro derby, questa volta con il Foggia, sempre allo Iacovone, deciso proprio da una sua prodezza.

Con quella faccia rotonda, quei capelli stempiati, i baffoni e le cosce tornite, “Vituccio nostro”. come lo chiamavamo in gradinata, non aveva le phisique du role, dimostrava più degli anni che aveva, come molti suoi colleghi degli anni ’80, alcuni dei quali avevano dei volti non proprio rassicuranti (i difensori Vailati e Vullo, i portieri Fiore e Mattolini o l’attaccante De Ponti, ad esempio), rimasti impressi nelle nostre menti grazie alle figurine Panini.

Era l’emblema del calciatore della porta accanto, un uomo normale, che avresti potuto tranquillamente incontrare sotto al portone di casa tua senza capire dal fisico che fosse uno sportivo.

Vito Chimenti porta via con sè un calcio che non c’è più, fatto di pura passione popolare; un calcio che quelli della mia generazione hanno avuto la fortuna di amare sugli spalti dello Iacovone, fatto di odore dei tavoloni di legno bagnati dalla pioggia e di tubi innocenti, di quel tambureggiare dei piedi, proprio su quei tavoloni, che era un segnale di battaglia che intimoriva gli avversari che venivano a giocare allo Iacovone.

Il ricordo di Vito Chimenti, che a Taranto disputò tre stagioni (due in C ed una in B purtroppo nefasta e che lo coinvolse anche in una “storiaccia”, per un totale di 22 reti in 83 presenze) lo ritroviamo nelle parole di un curvaiolo dell’epoca e di un giornalista.

“E chi se lo dimentica Taranto-Bari 2-1 con Chimenti che segna il gol della vittoria e si arrampica alla retina di recinzione che divideva il terreno di gioco dalla curva sud”, racconta Tony Maglio, ora emigrato a Londra, che all’epoca face parte del gruppo organizzato  denominato ‘Kollettivo Alcoolico.  “Saltammo tutti di gioia, esultammo e ci abbracciamo fortissimo – racconta – Non me lo dimenticherò mai, mai,mai. Vito…Vito…Vito…Vito…, l’urlo si alzava dagli spalti straripanti del vecchio stadio Iacovone, costruito con tubi e tavole. Accadeva ogni volta che c’era una punizione, lui non falliva mai e quell’urlo si trasformava in un boato incredibile. Era il 1983, l’anno del Cavaliere Pignatelli e della statuetta di Sant’Antonio che lui portava in giro per il campi. Un rituale bellissimo, indimenticabile, l’anno di quel gol nel derby finì con una promozione in serie B, e Vito Chimenti resterà per sempre nella memoria assieme a quella formazione scandita da noi tifosi rossoblù: Paese, Vio, Frigerio, Sgarbossa, Scoppa, Tanzi, Bertazzon, Di Giaimo, Chimenti, Fracas, Formoso. Allenatore Giammarinaro”.

“Erano gli anni ‘80 ed il Taranto con alterne fortune faceva la spola tra serie B e serie C ed io in quel periodo lo seguivo da cronista con l’emittente televisiva Videolevante. Chimenti giunse a Taranto nella stagione 82-83 sulla soglia dei trenta anni, prelevato dall’Avellino. Un acquisto importante per quel periodo – ricorda il giornalista Gianni Fabrizio – Il bomber ex Palermo si  si rilanciò a Taranto e divenne idolo della tifoseria jonica con le sue giocate imprevedibili ed il suo rispolverato fiuto del gol. Era un calciatore di poche parole, difficile da intervistare, ma allo stesso tempo dalla grande personalità e pronto a dare tutto in campo e non caso divenne capitano della squadra, sempre pronto a difendere i colori rossoblù anche nelle circostanze più avverse. Le sue giocate erano imprevedibili, quasi ai confini della realtà calcistica, la famosa bicicletta un suo marchio di fabbrica”.

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