Resta alta la tensione all’interno del siderurgico tarantino, in attesa che venga approvato il decreto legge che consentirà ad Acciaierie d’Italia di poter utilizzare i 680 milioni di euro che arriveranno da Invitalia. E che riguardano solo una parte, questo è sempre bene ricordarlo per chi spesso affronta questa vicenda senza averne piena conoscenza, delle risorse economiche che la società attende da quando nel dicembre 2020 fu sottoscritto l’accordo per l’ingresso dello Stato nel capitale sociale della società AM InvestCo Italy, con cui ArcelorMittal gestiva in affitto i rami d’azienda dell’Ilva spa.
Quest’oggi infatti, l’azienda ha informato i sindacati della fermata per 24 ore dell’Acciaieria 1 e dell’Altoforno 4 (mentre l’altoforno 2 è invece fermo da luglio scorso) dello stabilimento siderurgico di Taranto per 24 ore (a causa di mancanza di materie prima per i soliti problemi con i fornitori di erroleghe e refrattario). Entrambi gli impianti ripartiranno nella giornata di domani. Il tutto dopo che lunedì era stata fermata la batteria 9 del reparto cokeria a causa della mancanza di sigillante utile a chiudere i coperti dove si carica il coke. Poi, nel pomeriggio, sempre Acciaierie d’Italia, ha comunicato ai sindacati che domani ripartiranno il treno lamiere della produzione lamiere 2 e il tubificio Erw, quest’ultimo già a partire dal primo turno. 
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/02/13/acciaierie-ditalia-ok-cda-ad-accordo-con-invitalia3/)
L’allarme è stato lanciato stamane da Fim Cisl e Uilm dopo averlo appreso la comunicazione aziendale. “L’azienda ha comunicato alle organizzazioni sindacali che l’acciaieria 1 si fermerà al momento per 24 ore per mancanza di materie prime (ferroleghe e refrattario). A valle di questa fermata molto probabilmente potrebbero essere interessati altri impianti collegati” si legge in una nota della Fim Cisl. Mentre Davide Sperti, segretario Uilm, denuncia “la mancanza di materiale refrattario per fare la sigillatura delle paniere. In assenza, non si può colare acciaio ed è inutile caricare i convertitori. Stanno fermando quindi acciaieria 1, al momento per 24 ore”. “Si rischia di andare solo con acciaieria 2 e con un convertitore conclude Sperti. “Lo stabilimento di Taranto si sta fermando tutto e qui pensiamo all’idrogeno, alla fabbrica che verrà un domani lontano mentre oggi stiamo letteralmente affondando“. Per la Uilm, “la fabbrica si sta fermando da sola, andando incontro ad eventi irreparabili da un punto di vista ambientale ed impiantistico. A Roma o in altri incontri del territorio – prosegue il sindacato – si discute di revamping dell’altoforno 5 (unica condizione per garantire una prospettiva ed una tenuta del sito visto il fine ciclo di altoforno 1 e 2), di ciclo combinato e addirittura di forni elettrici ad idrogeno verde tra 10 anni, senza mai condividere un documento con un progetto tecnico industriale che abbia le fonti di finanziamento e la relativa salvaguardia occupazionale“.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/02/11/taranto-avra-i-forni-elettrici/)
“Si parla di tutto meno che delle persone interessate da una trasformazione che data la sua portata ha bisogna di serietà e approfondimenti concreti – afferma ancora la Uilm -. La quotidianità è fatta di gravi preoccupazioni e disagi come la mancanza di materie prime fondamentali per la marcia degli impianti, l’assenza di ricambi, di dispositivi di protezione individuale per la salvaguardia delle vite umane che operano sui reparti, la mancanza addirittura di carta asciugamani, di carta igienica, di acqua calda negli spogliatoi e di tanto altro”. Inoltre per la Uilm, Acciaierie d’Italia “continua ad abusare della cassa integrazione straordinaria usata come bancomat sulla pelle dei lavoratori, così come denunciato dalla Uilm alle autorità competenti. Come se non bastasse lo scempio citato, allo smontare dal proprio turno – sostiene il sindacato – i lavoratori sono costretti a raggiungere gli spogliatoi e portinerie di appartenenza a piedi o con passaggi di fortuna a causa dell’assenza di mezzi di trasporto interni in un sito grande tre volte la città di Taranto”. Infine la Uilm chiederà “agli enti competenti di intervenire immediatamente per ripristinare un quadro di certezza di diritto a tutela della salute e sicurezza oltre che di rispetto della dignità delle persone”.
Su quanto accaduto è intervenuta anche la Fiom Cgil di Taranto. “Questa mattina si è determinata la condizione per la quale, a quanto sappiamo a causa di problematiche improvvise legate all’Acciaieria, vi è stato un elevato numero di carri siluro pieni di ghisa (circa 15) da smaltire nella sola Acciaieria 2. Ci risulta inoltre che sia già stato comunicato ai lavoratori di esercizio dell’Acciaieria 1 che per il secondo e terzo turno odierno sono esentati dal prestare la loro attività. Tale situazione ha determinato il fermo dell’Altoforno 4. Questo assetto impiantistico determina rischi a carico delle persone e dell’ambiente assimilabili a quelli delle cosiddette “comandate allargate“. E’ assolutamente palese che, in assenza della macchina a colare (impianto di solidificazione ghisa) che possa fungere da “valvola di sicurezza” per la gestione degli squilibri tra la produzione di ghisa e il suo smaltimento e trasformazione nelle acciaierie, tale rischio rimane e non più essere fatto valere dall’azienda solo ed esclusivamente in caso di sciopero. Cosa accadrebbe infatti se si verificasse contestualmente un fermo tecnico improvviso anche per l’Acciaieria 2 che attualmente conta su un unico convertitore a disposizione. Chiediamo pertanto urgentemente un incontro specifico per discutere delle misure di prevenzione e protezione da adottare al fine di escludere i rischi enunciati dall’azienda, in assenza degli indispensabili presidi di sicurezza la cui attuazione costituisce obbligo inderogabile del datore di Lavoro” concludono dalla Fiom Cgil.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/02/12/ex-ilva-fabbrica-al-collasso/)
“L’OPERAZIONE E’ TECNICAMENTE RIUSCITA. IL PAZIENTE E’ MORTO”
Questa è la frase usata da molti luminari della chirurgia quando il paziente
moriva poco dopo l’intervento chirurgico.
Ma quando vogliamo finirla di prendere tempo e rinviare l’arrivo del danaro
necessario alla funzionalità degli impianti.
E’ normale che ormai non c’è più nessun fornitore disposto a inviare altro
materiale in ADI, visti i ritardi nei pagamenti delle forniture precedenti.
Non si gioca con il fuoco, perché prima o poi ci si brucia.
Caro Ministro Urso è questione di qualche altro giorno o forse di poche
ore e poi i soldi non saranno più necessari perché lo stabilimento di Taranto
chiuderà per autodistruzione.
Saluti
Giulio Vecchione