“Autoritratto” – 1886/1887

 

Non è per dovere di cronaca e nessun giornalista è stato ucciso per scrivere quanto segue, ma la mostra di van Gogh allestita a Roma presso Palazzo Bonaparte, appartiene a un piccolo frangente storico che rimarrà nella memoria capitolina e italiana per molto tempo.

Chi ama l’arte sa quanto, sovente, debba sedimentare un dipinto o una qualsiasi opera nell’animo umano per svelarsi e spiegare nuove forme dell’essere. Vederla e rivederla nel tempo, inoltre, può consentire nuove letture e tracciare finanche l’arcano, offrendo la possibilità di ulteriori valutazioni. Ci si domanda quanto, effettivamente, ciò possa valere in merito ai quadri di van Gogh, che trafiggono brutalmente l’osservatore al punto da preconizzare non un periodo storico, non un contesto sociale, non una condizione della persona, bensì l’universalità dell’esistenza stessa.

 

“Vincent” – era da dirgli sabato mattina nel buio luminoso di Palazzo Bonaparte, in una Roma pungolata dal sole che rimbalzava sui sampietrini; preludio di primavera a febbraio – “Avresti dovuto fare un giro dalle mie parti, caro Vincent”.

Il pittore olandese morto suicida all’età di 37 anni ebbe una vita breve ma intensa, che si potrebbe riassumere in una costante e inquieta ricerca della luce. Dall’allestimento prodotto da Arthemisia con il patrocinio di Regione Lazio, Assessorato alla Cultura del Comune di Roma e Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi, emerge la folgorazione che trasformò le tenebre dei “Mangiatori di Patate” realizzato nel 1885 ed esposto in litografia a Palazzo Bonaparte, nella luminescenza oltre ogni lancetta d’orologio che compare in lavori come “Il Seminatore” del 1888, “Paesaggio con covoni e luna nascente” del 1889 e “Covone sotto un cielo nuvoloso” del 1890; tutti inclusi nell’itinerario.

“Tronchi d’albero nell’erba” – 1890

Questo passaggio, che segnò anche il momento più prolifico per il Nostro, avvenne nel periodo in cui si susseguivano crisi di nervi culminanti nell’autoinflitta amputazione di un orecchio, e con il conseguente ricovero volontario presso il manicomio a Saint-Rémy de Provence.

“Il Seminatore” – 1888

È difficile, osservando la Provenza incastonata nei pigmenti di van Gogh, non rimandare gli occhi ai paesaggi e alle scene bucoliche dell’entroterra pugliese. La macchia mediterranea che si rinviene in “Pini al tramonto” (1889) o in “Tronchi d’albero nell’erba” (1890), sempre parte della mostra, rappresenta un’immagine che fa classicamente da sfondo al giugno tarantino. Forse a tal proposito è ancor più esplicativo il “Campo di papaveri” del 1890 esposto al Museo de L’Aia, ma per saperlo con certezza bisognerebbe guardarlo dal vivo. Un dipinto come “Il burrone” del 1889 esposto a Roma, poi, sembra il fermo immagine di una gravina arroccata su se stessa, con tanto di piccolo abitato sullo sfondo.

“Covone sotto un cielo nuvoloso” – 1890

A dispetto di quanto si possa pensare, la luminosità dei quadri in van Gogh non coincide sempre con i protagonisti delle immagini o con il proscenio dei dipinti. Invero, il pittore olandese è sempre stato un maestro nell’armonizzazione e nei contrasti di colore. In ogni pennellata dell’artista c’è il bene e il male; un colore e il suo complementare. Yin e yang si fondono nella ricerca del colore che tanto stordì l’impressionista, consacrandolo all’eternità non appena sfiorate le miti acque del Mediterraneo. È sulle sponde di questo mare, che è un oceano di storia, popoli e culture così diverse fra loro, che la luce divenne catarsi per Vincent.

“Pini al tramonto” – 1889

I riflessi cristallini delle acque che lambiscono l’Europa meridionale, con il verde tipico della bassa vegetazione, incarnano l’antitesi ideologica dell’oscurità nascosta dentro van Gogh. Morì giovane; troppo giovane, e riuscire trovare quella luce in Provenza, così lontano da casa, fu solo una coincidenza. Chissà se si fosse allungato fino alla Puglia; fino a Taranto, sconfinando nel Salento. Chissà se avesse visitato la “Terra delle Gravine”. Chissà cos’avrebbe ritratto. Forse gli stessi soggetti, ma ancora più armonici? Questo non lo sapremo mai, ma una certezza l’abbiamo: i registi e i direttori della fotografia di tutto il mondo sono innamorati di Taranto come set cinematografico, poiché il capoluogo è visibile da ogni lato senza barriere naturali o antropiche, ed è costantemente esposto a una luce naturale da sogno. L’armonia cromatica della capitale ionica stride con la sua narrazione sociopolitica; ma la capitale ionica questo non lo sa e continua a guardare ai “Mangiatori di patate”.

“Il burrone” – 1889

No; non avremo mai la Puglia nei quadri di van Gogh: era solo un sogno lucido durante la visita presso la mostra allestita a Palazzo Bonaparte, dove c’è tanto altro da scoprire se proprio non si ha voglia di concentrarsi sul già visto. C’è da dire, però, che se qualche cineasta dovesse decidere di girare un’altra biopic sul Mito, quanto meno per gli anni della Provenza non ci sarebbero dubbi: una qualsiasi contrada pugliese, a giudicare dalla passione dell’olandese per gli uliveti, andrebbe benissimo.

Per i più audaci la mostra è aperta fino al 23 marzo. A giudicare dalle code, è caldamente consigliato l’acquisto online del biglietto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *