Memento Mori, tradotto dal latino: “ricordati che devi morire”, il nuovo album edito lo scorso 24 marzo dai Depeche Mode, una delle band superstiti degli anni ’80, assieme a Cure, U2, Duran Duran e Simple Minds, è una specie di “Black Celebration” 2.0.
Proprio come una delle pietre miliari della loro discografia (anno 1986), Memento Mori è un disco cupo, lento, introspettivo e con dei suoni stratificati.
Uno strano segno del destino ha voluto che titolo e brani (ben 12) del nuovo lavoro fossero già stati scritti e decisi ancor prima della morte nel maggio dello scorso anno di Andy Fletcher, il terzo componente della band originale fondata nel 1980.
Memento Mori, nonostante ci ricordi che prima o poi dobbiamo morire tutti, è un monito a godersi la vita, ad assaporarla giorno dopo giorno.
Si tratta di un lavoro che ha un suono più omogeneo rispetto ai due precedenti album “Delta Machine” del 2013 e “Spirit” del 2017. Merito di una produzione di gran livello che ha saputo ben combinare l’elettronica vintage, quella dei sintetizzatori modulari, a quella attuale. Protagonista dietro al mixer una programmatrice italiana, Marta Salogni, originaria della provincia Brescia, da anni trapiantata a Londra, che ha collaborato in maniera fattiva con James Ford, il produttore ufficiale del disco.
In Memento Mori c’è anche un altro spicchio di Italia (Paese molto apprezzato dai Depeche Mode, che sul finire del 1989 vi registrarono, ai Logic Studio di Milano, buona parte di Violator, l’album più venduto della loro discografia con oltre 15 milioni di copie).
Si tratta di Davide Rossi, violinista, arrangiatore e produttore. Piemontese di nascita, ha lavorato tra gli altri con U2, Ed Sheeran, Kanye West e soprattutto con i Coldplay, per cui ha curato gli archi nell’album simbolo “Viva la Vida”.
Per i Depeche Mode ha suonato in sette canzoni, in maniera abbastanza riconoscibile soprattutto nel pezzo ”Don’t Say You Love Me”, che come sonorità ricorda molto il progetto Soulsavers, band di cui parallelamente fa parte il front man dei Depeche Mode, Dave Gahan.
I brani di Memento Mori non sono stati scritti tutti dal compositore storico della band, Martin Gore, il quale questa volta ha condiviso ben quattro canzoni con Richard Butler, leader degli Psycadelic Furs, band new wave degli anni ’80.
Tra questi il primo singolo “Ghosts Again” che colpisce subito per una melodia ammantata di malinconia che ricorda da vicino “Precious” del 2006. Di grande suggestione il video in bianco e nero, diretto dall’olandese Anton Corbjin, nel quale Gore e Gahan giocano a scacchi come la Morte e il Cavaliere nel film “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman.
Gli altri tre brani scritti a quattro mani sono “Caroline’s Monkey” in cui Dave Gahan sembra cantare come Micheal Hutchence, compianto frontman degli Inxs, “Favourite Stranger”, un pezzo dichiaratamente new wave ed il già citato “Don’t Sy You Love Me”.
Invece, un brano dal titolo “Wagging Tongue” con intro di synth che sembra preso da uno dei primi album dei Simple Minds, è accreditato alla coppia Gahan-Gore, che in 40 e passa anni di carriera, solo una volta hanno scritto un pezzo insieme per i Depeche Mode (Oh Well, b side dell’album Sound of the Universe del 2009).
Tra i pezzi che si candidano a restare a lungo nella storia recente della band di Basildon occorre citare “People Are Good”, caratterizzato da un serrato tappeto sonoro di beat, ritmiche cupe, marziali e meccaniche alla Kraftwerk e “Never Let me Go”, un brano tiratissimo in cui le chitarre rimandano a qualcosa dei Garbage (No Horses) o degli Smashing Pumpkins (1979).
L’unico pezzo cantato da Martin Gore, il compositore e chitarrista del gruppo è “Soul with me” nel quale la iniziale cascata sintetica che ricorda da vicino “Burning Bridges” dei Japan, datato 1980.
Alla fine, però, i brani più emozionanti sono quelli scritti da Dave Gahan con i musicisti di supporto nei live, Peter Gordeno (tastierista) e Christian Eigner (batterista), ossia la stupenda “Before We Drown”, dall’atmosfera industrial e soffocante in un crescendo di tensione che diventerà liberatorio quando le voci di Gahan e Gore si alternano e “Speak to Me” che vede come co-autrice anche Marta Salogni, dotata di un finale memorabile che rappresenta probabilmente l’apice emotivo dell’album nonché la degna chiusura di una sorta di cerchio, aperta con “My Cosmos is Mine”, un pugno sonoro nello stomaco per quanto si respiri tensione ed oscurità. Si parla, infatti, di un mondo che vive le ansie generate dalla pandemia e dal conflitto in Ucraina: “Cosa sta succedendo qui? Lasciami in pace. È il mio universo. “
Memento Mori, una delle migliori prove in studio degli ultimi 15 anni almeno, va ascoltato rigorosamente al buio ed in cuffia per godere pienamente di certi suoni sintetici, all’apparenza freddi e marziali, ma che sanno scuotere l’animo, per creare quel climax emotivo al quale, nella loro ultra quarantennale carriera, ci hanno abituati i Depeche Mode.