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Un classico che interroga l’uomo contemporaneo

Di Alessandro Epifani – Torna in libreria in una nuova traduzione di Piero Bernardini uno dei testi cardinali nella interpretazione dell’Olocausto. Quando, nell’aprile 1961 Hannah Arendt, reduce dal successo del suo saggio “Vita Activa”, fu inviata dal quotidiano New Yorker a Gerusalemme, si ritrovò a dover documentare con dovizia di particolari le 114 udienze  degli otto mesi successivi  di uno tra i più significativi eventi giudiziari del Novecento: il Processo di Gerusalemme, che si sarebbe concluso nel dicembre dello stesso anno con la condanna a morte per impiccagione dell’unico imputato: Adolf Eichmann.

Questi, rifugiatosi per quindici anni in Argentina (dove lavorava presso la Mercedes) era stato scovato dai Servizi segreti israeliani un anno prima e, dopo un non facile negoziato con le autorità argentine, era stato estradato e sottoposto alla “appendice” necessaria del più noto Processo di Norimberga, in cui un numero consistente di gerarchi nazisti era stato condannato per crimini contro l’umanità nel 1946.

Ben quindici erano i capi d’accusa che pendevano su Eichmann e oltre cento i testimoni, ma il resoconto della Arendt non si concentrò solo sugli aspetti giudiziari quanto su due questioni laterali, ossia:

-il PM, cioè l’accusa, involontariamente ebbe un atteggiamento razzista esordendo nel dibattimento con la frase “Qui non facciamo distinzioni etniche”, come se il male assoluto dell’Olocausto non riguardasse l’intera specie umana, ma una minoranza ;

-l’imputato non era né uno psicolabile né un sadico invasato, ma- appunto- un uomo mediocre, succubo in adolescenza del padre, raccomandato dal medesimo sino all’ingresso nel Partito nazista senza troppa convinzione.

Ecco: questa per Arendt è la banalità del male, consistente nel trovare in un uomo zelante e comune la sola colpa di un atteggiamento distaccato e deresponsabilizzato, unito allo sforzo di compiere alla perfezione il proprio lavoro. Certo, Eichmann (che ripetè più volte che: “i papi del Reich avevano impartito ordini che dovevo eseguire…” “…ero solo uno strumento…” “…dovevo lavarmene le mani…”) ebbe la capacità di far costruire il famigerato Thermsienstadt, “campo modello” che fece visitare agli osservatori della Croce Rossa allo scopo di dimostrare che gli ebrei venivano reclusi con umanità, quando invece erano oggetto di una scientifica, algida, funzionale eliminazione collettiva.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni il libro della Arendt e gli apparati critici che in questa edizione lo completano, si rivela una lettura dolorosa quanto necessaria e- soprattutto- attuale.

Se Eichmann implorò comprensione ispirandosi al diritto positivo, cioè all’aver semplicemente obbedito a degli ordini o a delle leggi, va ricordato che anche solo in termini biologici la specie umana è giunta sin qui per effetto del diritto naturale, ovvero per quelle “leggi eterne” che ispirano cooperazione ed umanità.

Ancora più stimolante è, infine la riflessione sulla natura gregaria della psiche umana, orientata più spesso di quanto si pensi ad obbedire per non scegliere: ispirato al Processo di Gerusalemme, dieci anni dopo lo psicologo Stanley Milgram avrebbe realizzato uno dei più controversi esprimenti del secolo scorso, mirante a dimostrare la naturale vocazione di homo sapiens ad obbedire anche quando è consapevole che sta compiendo un gesto crudele.

Hannah Arendt

“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”

Traduzione di P. Bernardini

Euro 13,00

Feltrinelli Editore

Giudizio: 5 stelle su 5

 

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