Proseguono gli incontri in relazione al’impianto di dissalazione che sorgerà a Taranto sulle sorgenti salmastre del fiume Tara, che segue quello svoltosi lo scorso 6 aprile in II Commissione regionale.
L’ultimo in ordine di tempo si è tenuto nei giorni scorsi presso la commissione Ecologia e Ambiente del comune di Taranto, alla presenza del presidente Paolo Castronovi e suoi componenti, a cui hanno preso parte Gaetano Barbone, responsabile della Direzione Ingegneria, Vito Paolo Scarongella, responsabile del procedimento e il team di lavoro di Acquedotto Pugliese che hanno fornito dettagli in merito alle opportunità insite nel progetto. 
Nell’incontro, i tecnici di Aqp hanno illustrato l’ubicazione dell’impianto, che sorgerà distante circa 800 metri dalle sorgenti del fiume Tara, il processo di dissalazione e i risultati dello studio idrologico e ambientale, da cui sarebbe emerso che il sistema Tara risulterebbe idoneo sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo nonché una buona qualità delle acque da un punto di vista chimico e chimico-fisico anche ai fini dell’utilizzo umano. È stato sottolineato altresì che i prelievi dell’acqua a servizio del dissalatore del Tara non dovrebbero interessare le attuali fasce fluviali e ripariali del fiume, in quanto la portata sarà prelevata dal punto in cui già si trova l’esistente manufatto dell’EIPLI e che tra i motivi della scelta di realizzare un impianto di dissalazione presso il Tara vi è quello di avere acque sorgentizie con una salinità molto bassa che consentono di abbattere i processi e i costi energetici della dissalazione.
Sono stati inoltre forniti alcuni chiarimenti relativi alle contestuali attività di AQP nell’ambito di recupero della risorsa idrica mediante interventi di risanamento delle reti idriche, ad altri aspetti del progetto riguardanti la vincolistica delle zone interessate dall’intervento, gli effetti degli scarichi della salamoia nella darsena del porto di Taranto, i costi di gestione dell’impianto, e le future fasi di attuazione. Ed è stato confermato ai presenti che gli studi di dettaglio e la loro valutazione saranno effettuati prima della realizzazione dell’opera.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/04/06/dissalatore-fiume-tara-restano-i-dubbi-1/)
Ricordiamo che il bando di gara approvato dall’Ente, ammonta a circa 100 milioni di euro a valere in parte sui fondi del Pnrr. Si tratta di un grande impianto di dissalazione, con processo ad osmosi inversa, in grado di trattare 1.000 litri al secondo, con una potenzialità di 55.400 m3/giorno di acqua potabile. È stato progettato per produrre ogni giorno l’equivalente del fabbisogno idrico giornaliero di 385.000 persone, prelevando le acque salmastre del fiume Tara, caratterizzate da una salinità molto contenuta con 2 grammi di sale per litro: nel bando viene chiesto un miglioramento del trattamento della salamoia e di produrne il meno possibile. Anche il consumo energetico sarà ridotto ed è previsto inoltre nel bando che, chi si aggiudicherà l’appalto, dovrà installare dei pannelli fotovoltaici. Non è previsto, nel bando, alcun extra costo, sarà potabilizzato con un impianto a più moduli, al fine di prelevare fino a 1.000 litri al secondo, per una produzione di 600 litri potabili, che all’anno assumeranno una portata di 20 milioni di metri cubi potabilizzati.
Diverse sono state le perplessità sollevate sul progetto. A cominciare dalla Commissione VIA VAS del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica che ha condotto l’esame dei procedimenti di valutazione ambientale del Programma Nazionale Just Transition Fund, visto che quella del dissalatore è una delle proposte avanzate dalla provincia di Taranto all’interno del piano, non approvando tale scelta. Sia per quanto attiene gli elevati costi energetici, il possibile rischio delle negative ricadute economiche sulla popolazione relative all’aumento indiretto del costo della risorsa idrica, sia per quanto attiene le emissioni e le concentrazioni inquinanti in atmosfera visti gli elevati consumi energetici necessari per la dissalazione dell’acqua di mare. Senza tralasciare l’impatto ambientale, visto che l’uso di dissalatori causa un aumento di salinità nelle acque marine riceventi a causa dello scarico dei concentrati salini, con possibili rischi per biodiversità e causa inquinamento marino da scarichi di sostanze chimiche – antincrostanti, antivegetativi, antischiuma – e dalla fuoriuscita di effluenti a più alta temperatura, nel caso di multi-stage flash.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/03/17/100-milioni-per-il-dissalatore-servira-1/)
Questioni che hanno già allarmato alcuni partiti politici come Europa Verde, Partito Socialista e Riformisti di Puglia, che si sono detti contrari a tale intervento, così come Legambiente Taranto. Oltre ad Azione Puglia, che tramite il consigliere regionale Fabiano Amati che ha chiesto di capire “i costi-benefici e il perché nel giro di due anni è scomparso quello del CIS Taranto, proposto dall’ex sottosegretario Turco e sostenuto da Emiliano, per far ricomparire quello del Tara per una spesa di 100milioni. E in tutto questo quadro d’incertezza rimangono al palo la rifunzionalizzazione dei depuratori Gennarini-Bellavista con l’utilizzo dell’acqua affinata da parte dell’ex ILVA, così da portare l’acqua risparmiata del Sinni – circa 500 litri al secondo – nella diga Pappadai, purtroppo abbandonata al suo destino come monumento allo spreco”. Intervento che invece ha il benestare oltre che del comune di Taranto e della Provincia, della stessa Regione e di Confindustria Taranto.
Vorremmo ricordare ai lettori che l’idea del dissalatore (che tra l’altro è tutt’altro che nuova) venne avanzata dal senatore del Movimento 5 Stelle, Mario Turco, quando ricopriva il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al CIPE e al DIPE, ma soprattutto responsabile del CIS di Taranto contenitore all’interno del quale fu proposto, sostenuto anche da diversi esponenti del Partito Democratico ionico e non solo, anche in Regione e a Roma, oltre che dal governatore Emiliano. Era il 16 novembre del 2020, quando durante una riunione del Tavolo Istituzionale per Taranto, si prese atto “che il progetto di riutilizzo delle acque reflue degli impianti Gennarini e Bellavista, in sostituzione delle acque del Sinni e del fiume Tara, non potrà essere realizzato prima di 10 anni”. Il progetto nel 2014 fu inserito dapprima nel Piano Ambientale dell’ex Ilva, per poi finire l’anno successivo, nel 2015, nel perimetro del CIS Taranto con l’iniziale dotazione economica prevista di 14 milioni di euro, che in realtà non sarebbe mai bastata per realizzarlo. Basti ad esempio pensare che solo per la condotta sottomarina, che non si sapeva se sarebbe servita in futuro, era prevista una spesa di 23 milioni di euro. Quel progetto, in piedi sin dal 1994 e di cui ci siamo a lungo occupati, è stato per anni al centro di controversie di natura economica e politica sia durante la gestione dei Riva che di ArcelorMittal. E propio nella primavera/estate del 2020, dopo un continuo botta e risposta tra azienda, Regione Puglia e Acquedeotto Pugliese, iniziò a circolare l’idea del dissalatore. Di cui aveva iniziato ad occuparsi anche l’agenzia regionale ASSET, con l’ausilio della V commissione Ambiente dell’ente regionale.
Ciò nonostante, il progetto del dissalatore è stato approvato. Ma i dubbi restano.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/02/10/acque-reflue-ex-ilva-si-fara-il-dissalatore/)
Che palle sti pseudo ecologisti che non capiscono nulla e mettono bocca su tutto.
Perché se si tratta di inquinare Taranto è la certezza assoluta ,non si può fare da un’altra parte ?,quali vantaggi abbiamo mai avuto con tutti questi impianti inquinanti,gli aumenti gli abbiamo sempre sostenuti , mentre almeno in Basilicata non pagano ne acqua né gas ,insomma quali benefici si possono trarre ,fate tanto casino per il comparto 32 e adesso per qualcosa che inquina oltre già lo schifo in nostro possesso ,tutto tace e sicuramente verrà realizzato e come il depuratore Gennarini che a parte la puzza per gli abitanti di Taranto 2 serve per irrigare i campi salentini e i nostri sfruttano i pozzi artesiani e nessuno risparmia qualcosa ,anzi scopriamo che la regione e l’ex Ilva hanno milioni di euro di debiti verso la Basilicata per l’approvvigionamento idrico dalla diga del Pertusillo.