In attesa di un prossimo, sembra imminente incontro con il ministro Adolfo Urso ed Acciaierie d’Italia per provare a tracciare una road map sul piano industriale (che come ripetiamo da anni rischia di restare un libro dei sogni sino a quando gli impianti dell’area a caldo resteranno sotto sequestro), uno dei problemi principali da risolvere in merito alla vertenza ex Ilva, resta quello occupazionale. E una delle strade da battere per affrontarlo potrebbe essere quello di una nuova proposta ai lavoratori per l’incentivo all’esodo.
Se n’è parlato ieri in un incontro in video conferenza tra la società Ilva in Amministrazione Straordinaria rappresentata dall’area risorse umane (Claudio
Picucci, Rosario Fazio, Eliana Puma, Francesco Cautillo) e le segreterie nazionali di FIOM-CGIL, FIM-CISL, UILM-UIL, USB ed UGL, unitamente alle delegazioni territoriali di Taranto e di Genova.
Il meccanismo dell’esodo agevolato e anticipato fu inserito nell’accordo occupazionale del 6 settembre 2018, al ministero dello Sviluppo Economico. Per l’uscita volontaria dei lavoratori furono previsti inizialmente 100mila euro lordi a lavoratore pari a 77mila euro netti, in aggiunta alla liquidazione, scalati ogni trimestre di 5mila euro. L’incentivo era inizialmente aperto a tutti i lavoratori (sia per chi andò in Ilva in AS e per chi non accettava entro 15 giorni l’assunzione con ArcelorMittal) che a Taranto accettarono in circa un migliaio. Dopo di che, dal novembre 2018 lo strumento vale solo per chi restò in Ilva in AS: qualora questi lavoratori decidessero oggi di usufruirne e quindi licenziarsi, da giugno a dicembre andrebbero a percepire 15mila euro lordi.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/31/situazione-ilva-complessa-ma-via-duscita-ce-4/)
Andando sui numeri nudi e crudi, ribaditi ieri da Ilva in AS alle organizzazioni sindacali, sulle 10.700 unità concordate con l’accordo del 6 settembre 2018, 10.628 sono state quelle assunte in Acciaierie d’Italia (prima ArcelorMittal Italia) dal bacino dell’amministrazione straordinaria di Ilva. Su 2.586 che erano stati complessivamente collocati nell’amministrazione straordinaria, a Taranto hanno accettato l’esodo in 1.100 (nel 2018 lasciarono in 728 e nel 2019 furono 477) mentre 1.447 sono rimasti a Ilva in AS a Taranto (213 a Genova dove i lavoratori svolgono volontariamente lavori di pubblica utilità così come previsto dall’Accordo di Programma ) e attualmente sono in cassa integrazione che, grazie ad un’integrazione finanziaria rinnovata di anno in anno attraverso la legge di Bilancio, consente di percepire un trattamento economico pari al 70 per cento dello stipendio (su cui revisione dei massimali della Cassa Integrazione da parte INPS ha sicuramente inciso). Alla data del 1 aprile 2023 sono stati effettuati 1396 esodi (con una spesa complessiva di circa 133 milioni).
Dopo che finalmente è caduto l’ultimo velo ipocrita sul futuro dei lavoratori in cig in Ilva in AS, che gli accordi del 4 marzo 2020 tra azienda e il governo Conte II (svelati poco tempo dopo dall’ad Lucia Morselli) prevedono non saranno riassunti come lavoratori diretti (come invece previsto dall’accordo del 2018), è oramai cosa nota che il siderurgico non potrà più occupare per chissà ancora quanti anni ancora le attuali unità. Del resto, già nella prima proposta di piano industriale avanzata nel 2017, ArcelorMittal prevedeva esuberi per 4mila unità. Così come è cosa nota che nel siderurgico, ancora oggi, vi siano attualmente 3mila lavoratori in esubero (da intendere come non utilizzabili nelle varie mansioni svolte nel siderurgico), che sono gli stessi per cui anche quest’anno è stata rinnovata la cassa integrazione straordinaria.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/03/30/2049722/)
Ecco perché nell’incontro odierno in video conferenza tra i sindacati metalmeccanici e i Commissari Straordinari di Ilva in Amministrazione Straordinaria (società privata che lo ricordiamo detiene ancora la proprietà degli impianti del gurppo ex Ilva, ed anche ieri è stata confermata la continua vigilanza sugli impianti per ciò che attiene la manutenzione degli stessi), è stata avanzata dai sindacati la proposta di utilizzare le risorse residue previste per l’incentivo all’esodo, 133 milioni di euro sui 250 milioni stanziati, per riformulare un nuovo piano di incentivi all’esodo su base volontaria. Questo per quanto riguarda i lavoratori di Ilva in AS, che attendono di veder partire ancora oggi i corsi di formazione previsti dalla Regione Puglia.
Ma da tempo si sta facendo strada l’ipotesi di ipotizzare una via d’uscita simile anche per i lavoratori diretti di Acciaierie d’Italia. E non è affatto un mistero che qualora ciò dovesse avvenire, magari offrendo ai singoli lavoratori una cifra importante (ad esempio sui 150mila euro netti) in molti protrebbero accettare ed uscire definitivamente dalla grande fabbrica. Cifre certe non ce ne sono, ma si parla di un range che va dai mille ai duemila operai che sarebbero disposti ben volentieri a valutare tale ipotesi. In particolar modo chi è vicino alla pensione o chi potrebbe agevolmente intraprendere (o proseguire, visto che anche questo è il segreto di Pulcinella) una nuova attività lavorativa in proprio. Senza tralasciare la possibilità di un intervento normativo sulla legge sui lavoratori esposti all’amianto: un ampliamento della platea anche in questo caso agevolerebbe non poco l’uscita di molte unità dal siderurgico.
Queste due strade, che comunque andrebbero discusse con tutte le parti in causa e che porterebbero eventualmente ad un nuovo accordo occupazionale (Ilva in AS, Acciaierie d’Italia, governo e sindacati), sarebbero molto più realistiche e concrete di chi continua ancora oggi a proporre fantasiosi Accordi di Programma, o la ricollocazione dei lavoratori in nuova attività economiche che dovrebbero arrivare grazie ai progetti da realizzare con i fondi del Just Transition Fund, per non parlare di chi ancora oggi propone, con fantasiosa convinzione e cocciutaggine, la possibilità di ricollocare gli stessi nelle bonifiche. Che per inciso, seppur lentamente, vanno avanti e che da sempre, come sosteniamo da oltre un decennio, attiene all’attività di ditte, tecnici e lavoratori specializzati, non certo a chi da 20 o 30 anni svolge tutt’altre mansioni all’interno del siderurgico.
Anche in questo caso, a parlare sono i numeri: le attività di bonifica in corso hanno coinvolto le risorse in CIGS con una rotazione su base trimestrale, effettuata sulla base della graduatoria condivisa con le organizzazioni sindacali; nel 2022 sono state coinvolte 183 risorse e nel 2023 si prevede di richiamarne altrettante, sempre con rotazione trimestrale. Inoltre, l’azienda ha esposto ieri una panoramica sull’attività formativa svolta a partire dal 2019 utilizzando le risorse di Fondimpresa. La formazione svolta ha affrontato vari temi, tra i quali principalmente quelli legati alle attività di bonifica, alle
competenze digitali nonché alla sicurezza sul lavoro; per il 2023 è previsto un ulteriore piano di perfezionamento che includerà anche tematiche specifiche afferenti alla manutenzione delle competenze dei lavoratori del settore.
(leggi tutti gli articoli su Ilva in AS https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva+in+as&submit=Go)
Dunque, i sindacati metalmeccanici vorrebbero ora rivedere l’incentivo all’esodo agevolato. Che questa volta non dovrebbe riguardare solo coloro che sono in Ilva in as in cassa integrazione straordinaria perché non riassunti da ArcelorMittal Italia prima e da Acciaierie d’Italia dopo, ma anche gli attuali dipendenti di AdI, se interessati a lasciare il lavoro anzitempo. E’ chiaro però che, come ribadito anche ieri, un eventule nuovo accordo sindacale dovrà obbligatoriamente vedere impegnate tutte le parti in causa (che non potrà che collocarsi all’interno del più ampio perimetro dei rapporti contrattuali con ADI), ovvero quelle che firmarono l’accordo del settembre 2018. Che è a tutti gli effetti ancora valido, non essendo mai stato disdetto, né essendo mai intervenuto un accordo sindacale modificativo; peraltro, l’accordo del 2018 continua ad esplicare i suoi effetti in ordine all’attivazione della CIGS, alle assunzioni da parte di ADI (per quei lavoratori che negli anni hanno vinto cause al tribunale del Lavoro per la mancata assunzione nel 2018) ed alla campagna di esodi incentivati prevista dall’accordo del 2018 che si concluderà il 31 dicembre 2023.
Una strada sicuramente percorribile se ci sarà la volontà di tutti gli attori in campo. Una soluzione molto più concreta per risolvere una crisi occupazionale che riguarda migliaia di famiglie e che rischia di durare ancora troppi anni.
(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)