La narrazione sull’inquinamento ambientale del SIN di Taranto e Statte da anni ha superato i limiti della più fervida immaginazione. Grazie ad enti ed istituzioni troppo spesso assenti o, per esser più precisi troppo silenziose su temi così importanti e delicati, il racconto è stato affidato a presunti esperti ambientali locali, a partiti e soggetti politici che hanno utilizzato il tema ambientale solo per tornaconto personale, il tutto grazie ad una stampa locale e nazionale sin troppo compiacente ed una magistratura a cui è stato delegato un compito improbo a cui non ha saputo del tutto adempiere, come hanno dimostrato in maniera lampante le udienze del famoso processo ‘Ambiente Svenduto‘, al di là delle condanne della sentenza di primo grado.
Tra i tanti casi spinosi, forse quello più eclatante riguarda l’inquinamento del Mar Piccolo. Argomento sul quale abbiamo scritto decine e decine di articoli (sulle colonne del TarantoOggi sino al settembre 2015 e poi dallo stesso anno ad oggi su quelle del corriereditaranto.it), portando avanti una battaglia solitaria nel denunciare come il ruolo della Marina Militare abbia avuto un ruolo primario in tal senso. Tesi assolutamente suffragata e mai smentita da alcuno, da decine di studi che non abbiamo mai esitato a pubblicare (dall’Asl di Taranto ad ARPA Puglia, passando per l’ICRAM, il CNR o per il settore Rifiuti della Regione Puglia), ma profondamente contrastata ad ogni latitudine dai soggetti di cui sopra, per una distorta e malsana visione della realtà. Sulla quale certamente non ci
soffermeremo ancora una volta.
E siccome la realtà dei fatti, la verità vera può essere manipolata e distorta sempre fino ad un certo punto, noi proseguiremo cocciutamente per la nostra strada, lasciando parlare i documenti, i dati, e tutto quello che potrà servire a raccontare e spiegare quello che è accaduto in questo territorio. E così, proprio mentre si mette da parte ancora una volta il processo di bonifica del primo seno del Mar Piccolo cercando una strada secondaria per garantire la sopravvivenza ad un settore storico della nostra economia locale come la mitilicoltura, ci viene in soccorso una notizia che testimonia, una volta di più, il ruolo della Marina Militare nell’inquinamento del primo seno del bacino attraverso le attività dell’Arsenale Militare.
Lo scorso 18 gennaio si è infatti conclusa positivamente la Conferenza dei Servizi decisoria indetta dalla Provincia di Taranto, che ha nuovamente autorizzato (con prescrizioni di ARPA Puglia) per i prossimi quattro anni (la precedente autorizzazione fu rilasciata nell’agosto del 2019) l’Arsenale Militare Marittimo di Taranto – Marina Militare – MARINARSEN TA allo scarico in corpo idrico superficiale (Mar Piccolo) delle acque reflue industriali derivanti dalle operazioni di messa in sicurezza d’emergenza (MISE) di acque di falda ubicate all’interno dell’Arsenale Militare di Taranto ex Area IP (acronimo che sta per Industrie Private).
Sì, perché da anni, nonostante probabilmente la quasi totalità della cittadinanza tarantina lo ignori, la Marina Militare porta avanti tali operazioni nella così dette aree a terra: le altre due sono l’area Gittata e la tristemente famosa ‘area 170 ha‘, antistante l’arsenale e che risulta essere quella più inquinata in assoluto, che si estende sino a ridosso del canale navigabile e della costa meridionale dell’isola sede della città vecchia, dove sono stati rilevati superamenti delle soglie di idrocarburi pesanti con superamento delle soglie CSC (concentrazione soglia di contaminazione) D.Lgs. 152/06 per PCB, Mercurio, IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici), Metalli Pesanti (Mercurio compreso). In tale area, la situazione ambientale è resa ancora più critica dal transito di grandi navi che producendo turbolenze dell’acqua possono provocare la risospensione dei sedimenti.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/11/mar-piccolo-ok-al-piano-b-servira/)
L’inquinamento delle acque di falda e il loro trattamento
Ma torniamo all’area IP, per una migliore descrizione dei sistemi di gestione delle acque industriali (estratto dalla documentazione tecnica presentata dalla Marina Militare agli atti).
Le acque da trattare derivano da operazioni di Messa in Sicurezza d’Emergenza (MISE) delle acque di falda rinvenienti dall’area denominata “ex IP” ubicata all’interno dell’Arsenale Militare di Taranto. Le stesse sono caratterizzate dalla presenza di un carico inquinante costituito principalmente da metalli (quali arsenico, manganese e nichel), inquinanti inorganici (quali boro, solfati e fluoruri), alifatici cancerogeni e PCB.
Le opere sono costituite da un sistema di emungimento di acque di falda da 7 pozzi dislocati sull’area di intervento e dal successivo sistema di trattamento per la rimozione delle passività rilevate a carico della matrice ambientale “acque sotterranee”, i cui parametri sono quelli innanzi rappresentati. La portata d’acqua emunta è pari a circa 20.000 m3/anno, con una portata specifica per ogni pozzo pari a (su 24 h) circa 5,4 litri minuti. La portata totalmente trattata e scaricata sarà pertanto pari a circa 38 litri/minuti. Il sistema di trattamento delle acque di falda viene realizzato mediante due fasi di processo: l’ozonizzazione e la microfiltrazione mediante 14 filtri cilindrici (costituita da n. 4 filtri costituti da sabbia quarzifera di opportuna granulometria, la seconda da 6 filtri di zeolite e la terza da 4 filtri a carbone attivo) dimensionati in numero tale da garantire un tempo di residenza sufficiente alla rimozione degli inquinanti. L’acqua da trattare, emunta dalle pompe autoadescanti dai 7 pozzi, confluisce in un serbatoio di compenso ed attraverso una pompa di travaso confluisce successivamente nel serbatoio di accumulo in cui viene eseguita l’ozonizzazione e, in seguito, mediante una pompa viene spinta nella sezione di microfiltrazione. L’ozono disciolto nell’acqua, grazie ad un processo di ossidazione, produce la precipitazione dei metalli pesanti che sono successivamente raccolti dalla sezione di filtrazione che è composta da 4 filtri di quarzite, 6 filtri di zeolite e 4 filtri a carboni attivi.
I filtri di quarzite si rigenerano tramite un controlavaggio. I filtri di zeolite e a carboni attivi completano l’azione di depurazione e, terminata la loro vita lavorativa (stimata tra i 2 e i 3 anni) vengono smaltiti. Indicatori della durata dei filtri sono i manometri posti in uscita dalla sezione di filtrazione, il valore limite al di sopra del quale bisognerà sostituire i filtri è di circa 4 atm. Il sistema è dotato di una valvola automatica che chiude lo scarico nel caso in cui i valori indicati dalle sonde oltrepassino i limiti del D. Lgs. 152/06, Tab. 3. Allo scarico dell’impianto è stato installato un contatore per la misurazione della portata delle acque trattate. In uscita dal container di depurazione è collocato un pozzetto di dimensioni 60 cm x 60 cm necessario all’ispezione e al campionamento delle acque trattate. Il sistema di scarico delle acque trattate nel container di depurazione è costituito da una condotta in PVC del diametro esterno di 110 mm e di una lunghezza di circa 25 metri. La condotta di scarico è posta parzialmente fuori terra e parzialmente entro terra: condotta fuori terra nei pressi del container; condotta interrata ad una profondità di circa 1 metro nei pressi dell’attraversamento stradale e in corrispondenza dello scarico nel corpo ricettore.
Quell’indagine del 2006 ‘misteriosamente’ bloccata…
Basterebbero questi pochi dati per comprendere, ancora una volta, la complessità della vicenda legata all’inquinamento del Mar Piccolo. Ma il provvedimento della Provincia di Taranto ci consente di tornare, ancora una volta, su quanto emerse durante due udienze del processo ‘Ambiente Svenduto’ nel febbraio del 2020. Nei giorni 12 e 17 di quel mese, venne infatti audito Fernando Severini, teste a prova contraria della difesa, Ispettore del lavoro, responsabile della Sezione di P.G. dell’Ispettorato, Sezione Tecnica, per quarantatré anni, fino al primo dicembre 2012.
Il quel rese noto durante la sua deposizione, di aver partecipato in passato ad una attività di indagine svolta dall’ex pm Petrocelli, relativa a delle attività collegate con l’Arsenale di Taranto. Un’indagine, quella avviata nel novembre del 2005, partita inizialmente per verificare le condizioni di lavoro – da un punto di vista dell’ambiente e di attività, sia per la sicurezza che per la salute – del personale della ex area imprese (‘ex area IP’) all’interno dell’Arsenale. E che portò al sequestro dell’intera area, pari a 20.000 metri quadri, di tutti gli insediamenti – circa settanta fra officine, officinette, installazioni – proprio in relazione alle precarie condizioni in cui si trovavano, alla presenza di prodotti, sostanze e materiali altamente tossici e nocivi.
Passando all’aspetto ambientale della deposizione, Severini ha dichiarato che sin dal primo giorno di ispezione, accompagnato dal nucleo del NIL (Nucleo Ispettorato del Lavoro) dei Carabinieri, “mi sono accorto, oltre che della presenza di notevolissime quantità di amianto un po’ ovunque sul terreno sul quale insistevano tutti gli insediamenti delle imprese private dell’ex area IP (“Industrie Private”) che per le caratteristiche strutturali e di conservazione dello stato dei luoghi, addirittura veniva denominata “Shangai”, osservai anche terreni crudi contaminati, impregnati di qualsiasi tipo di sostanza nociva, solventi, diluenti, oli sintetici sulla nuda terra. Il problema era quello che, durante le piogge oppure per acque di altra provenienza che dilavavano il terreno, finiva tutto quanto direttamente in mare. In Mar Piccolo – ancora peggio – scoprii per caso durante sempre questi passaggi da un viottolo all’altro, scopri delle canalizzazioni ben mimetizzate – delle tubazioni – che scaricavano direttamente a mare da pozzetti che erano stati realizzati nell’area ex imprese“.
Successivamente Severini chiese ad ARPA Puglia e ad un laboratorio di analisi indicato dalla Marina Militare (se ne occupò un laboratorio di Marconia, in provincia di Matera), di effettuare una caratterizzazione dei contenuti di queste canalizzazioni. “In queste canalizzazioni furono trovati, oltre che quantitativi di solventi, diluenti, oli minerali eccetera, anche quantitativi di PCB (il PCB è il policlorobifenile, un olio dielettrico altamente cancerogeno) che scaricavano a mare”. A conferma di tutto questo, fu interessato il NOE di Lecce. “I Militari del NOE si immersero. Hanno fatto dei rilievi fotografici e anche dei filmati dai quali è venuto fuori che sul fondale c’era di tutto, compresi trasformatori aperti. Perché questi oli dielettrici erano contenuti nei trasformatori, erano di uso pressocchè esclusivo – quantomeno nel 99,999% – in trasformatori dielettrici che non erano soltanto in uso della Marina Militare ma un po’ dappertutto (l’Enel, l’Ilva, la Cementir, l’Ospedale Civile, un po’ tutti quanti)”. Ad ulteriore conferma del gravissimo inquinamento ambientale prodotto, Severini acquisì un documento della Regione Puglia “del quale era in possesso anche sia la Provincia di Taranto e sia il Comune di Taranto (come Amministrazione), che riguardava la avvenuta esecuzione della caratterizzazione delle acque del Mar Piccolo. Dai documenti – che sono molto chiari – si evince che furono fatti dei carotaggi (il carotaggio era praticamente con delle sonde di perforazione del fondale marino). Risultò che nei sedimenti di fondo, per 5/6/7 e 8 metri di profondità, i sedimenti del Mar Piccolo in quella zona lì erano praticamente letteralmente – posso usare un termine forte? – intrisi di sostanze altamente nocive, compreso il PCB“. Il tutto con la superviisone dell’ICRAM, l’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica Applicata al mare, negli anni assorbito dall’ISPRA. Fu la conferma “che praticamente il PCB che era presente lì in quantità importanti – veramente importanti – era fuoriuscito da questi trasformatori. C’era anche piombo, mercurio nei fondali”.
Inoltre, Severini ricordò come l’indagine avrebbe dovuto prevedere la possiiblità di tracciare lo smaltimento del PCB da parte dell’Arsenale. Anche perché il teste ricorda anche che “per la Marina Militare, al contrario di tutti gli altri detentori dei trasformatori di apirolio, la denominazione commerciale era “Askarel”. Dico questo perché in un documento ufficiale – però del quale non ho copia o nulla – la Marina Militare dichiarò di non aver mai avuto Askarel nell’ambito del suo stabilimento. Io andai a scoprire invece che nell’ottobre del 2005 la Guardia di Finanza sequestrò una vasca, all’interno dello stabilimento militare, che conteneva apirolio”. Le conclusioni dell’Ispettore Severini sono molto amare. “È successo che io ho tirato le somme su tutto ciò che avevo visto sino ad allora. Ho fatto l’informativa e l’ho depositata. La 9395. In ufficio non c’è. Ed ho scritto che, all’epoca, i trasformatori che sono stati trovati a ridosso della banchina dell’ex area imprese della Marina Militare erano esclusivamente della Marina Militare. Stiamo parlando di quantitativi abbastanza considerevoli, veramente considerevoli. Ma non ho più potuto fare questa verifica e non so quanto potesse essere stato il quantitativo di PCB da parte dell’Arsenale. Non lo so, a tutt’oggi io non lo so”.
Questo perché, come dichiarato dallo stesso Severini, l’indagine fu ‘misteriosamente’ bloccata. L’attività di indagine andata avanti fino all’estate del 2006 che oltre alle sospensioni delle attività lavorative, portò come ultimo atto eseguito al blocco del bacino Brin nel quale però c’era un sommergibile della classe Sauro in manutenzione (che appena finiti i lavori avrebbe dovuto partecipare ad un’esercitazione della NATO), durato molti mesi. Il giorno dopo sarebbe dovuto toccare al bacino Ferrati che è adiacente al bacino Brin, nel quale c’era una nave da guerra in manutenzione. Severini in quelle due udienze di tre anni fa ha dichiarato che gli fu anticipato “dal Comandante del SIOS e da alcuni informatori interni miei, dell’Arsenale che sarei stato bloccato. Cosa che poi in effetti si è verificata, perché ci fu un incontro tra l’allora direttore di Marinarsen e il mio dirigente. Lì mi è stato riferito, dall’informatore presente all’incontro, che avevano concordato che io quell’indagine non avrei dovuto più continuarla. E si è verificato“. Il SIOS era il Servizio informazioni operative e situazione, un’articolazione dei servizi segreti italiani, costituito all’interno di ciascuna delle forze armate italiane.È stato sostituito dal 2001 dal II Reparto Informazioni e Sicurezza dello Stato Maggiore della Difesa, attraverso i suoi uffici, come il Centro intelligence interforze. Dichara ancora Severini: “Procedetti al fermo ai sensi del 55 del C.P.P.. La sera finii tardi. Chiamai il Dottor Petrocelli il quale mi disse però “Va beh, adesso è già tardi. Ci vediamo domani mattina in Procura”. Alle otto ero già lì. Mentre stavo arrivando, il Dottor Petrocelli stava uscendo dalla stanza perché era stato chiamato dal Procuratore. L’ho ho atteso. Mi ha detto: “Aspetta qualche minuto. Facciamo quello che dobbiamo fare”. L’ho atteso per ore. Dopo qualche ora è tornato mortificato e mi ha detto: “Non se ne fa più nulla. Non posso…”.
Un’indagine che per Severini sarebbe comunque andata avanti negli anni, con interventi nel 2007 della Digos, Guardia di Finanza, il NOE, confermando che “è tutto depositato in Procura“. Oltre ad aver egli stesso tutta la documentazione, che a fine udienza è stata messa agli atti con l’ok della difesa, dell’accusa e della Corte d’Assise. Indagini proseguite negli anni per diversi segmenti e che alcune volte sono state condotte anche da alcuni pm (ricordiamo che l’ex procuratore Sebastio è oramai defunto e il pm Argentino è andato in pensione) che hanno portato avanti l’inchiesta sull’Ilva confluita nel processo ‘Ambiente Svenduto‘.
La nostra speranza è che un giorno potranno essere accertate, anche se con un ritardo di diversi decenni, anche le responsabilità di chi, come la Marina Militare, pur ricoprendo un innegabile, riconosciuto e prestigioso ruolo economico e sociale sul nostro territorio da ormai due secoli, sino ad oggi è stato miracolosamente salvato da un intero sistema che continua ad avvelenare, ogni giorno, la memoria storica e la verità dei fatti.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/02/24/ambiente-svenduto-le-verita-taciute-sul-mar-piccolo/)
Qualcuno dice che siamo vittime del razzismo ambientale.
Per questo ci sono tanti muri intorno il perimetro del paesotto tutto va nascosto .lo schifo va preservato . In questi giorni si sono visti attivisti che si incatenavano per le vie della capitale e non hanno tutto l’immenso schifo che ha Taranto dove ci sono i passivisti si vede è tutto va bene e continuerà per i secoli dei secoli amen. Inoltre noe Lecce ,arpa Bari ,schifo Taranto sarà un’associazione anche questa ,ma la domanda è esiste solo lo schifo a Taranto ,veramente stiamo sempre ai piedi di Cristo e non abbiamo nessuno che ci tuteli ,solo inquinamento e regresso e tanta tanta passività e basta ,un paesotto carente ,vergognoso e ridicolo sotto gli occhi di tutti e sarà sempre peggio se non ci diamo una svegliata . Autorizzare ad inquinare è da criminali , assurdo possiamo solo migliorare .