Dal 22 al 25 maggio a San Francisco ci sarà la terza tappa internazionale dell’aggregatore di opportunità per startup Smau. In quest’occasione, grazie al sostegno della Regione Puglia, dieci startup pugliesi incontreranno Microsoft, Google e Apple in Silicon Valley.
Smau, aggregatore internazionale di opportunità per l’ecosistema dell’innovazione, e ITA – Italian Trade Agency porteranno la più grande delegazione italiana in trasferta composta da 154 persone tra startup, imprese, abilitatori e istituzioni. Tra queste ci sarà la startup tarantina Befreest che ha sviluppato una tecnologia al servizio della salute delle persone il cui nome è “Nose”.
Abbiamo chiesto al suo fondatore nonché CEO, l’ing. Fabio Cerino, come nasce e da chi nasce l’idea del dispositivo di monitoraggio Nose.
«L’idea nasce nel 2018 dall’aggregazione di un connubio di fattori. Il primo è sorto dalla spinta della Regione Puglia di proteggere la popolazione dal gas radon seguendo delle verifiche imposte da una legge del 2016 che noi non ritenevamo al passo con i tempi. L’idea del naso intelligente nasce da me e da Fabio D’Aniello (rappresentante di un’alta società il cui nome è RobotroniX). Cominciammo a studiarla nel 2018 mettendo giù dei modelli che cercavano di misurare, in tempo reale, gli inquinanti in ambienti chiusi allertando la popolazione che viveva in tali ambienti. Pensammo ad un modello che oltre ad allertare avesse potuto dare una soluzione e per questo ci studiammo un modello più evoluto in grado di gestire i ricambi della qualità dell’aria all’interno degli spazi chiusi attraverso la ventilazione meccanizzata».
Quanto tempo e denaro avete investito per sviluppare Nose?
«Nel 2018 abbiamo iniziato e alla fine del 2019 avevamo già l’architettura strutturata del dispositivo grazie all’apporto delle due società che hanno fondato Befreest che sono Minerva e RobotroniX. Dopodiché abbiamo chiesto un sostengo ad Intesa San Paolo che ci ha finanziato per circa 780mila euro per sviluppare tutta la parte hardware e software in termini industriali. Quest’investimento, che è iniziato nel 2020 ed è finito nel 2021, ci ha reso possibile mettere a punto e commercializzare un prodotto finito che è quello che noi stiamo mettendo in campo».
Di cosa necessita per funzionare?
«Sostanzialmente Nose funziona con una connessione internet e un’alimentazione da rete elettrica. Il dispositivo trasmette in maniera autonoma le informazioni che rileva al nostro cloud, il cloud le elabora e dopo quest’elaborazione invia al dispositivo un’informazione luminosa. Si tratta di una lampadina che cambia colore in relazione alla qualità dell’aria. Questo è stato molto utile perché nelle scuole, dove non ci sono sistemi di ventilazione meccanizzata, il ricambio dell’aria, soprattutto in epoca COVID-19, è stato gestito grazie a questa lucetta e grazie ad una ricerca scientifica eseguita con il prof. De Gennaro del dipartimento di biologia dell’Università di Bari».
Siete quindi riusciti ad elaborare una soluzione istantanea?
«Sì, l’applicazione è molto semplice e l’efficacia del dispositivo è assolutamente immediata. In questo momento, tra l’altro, stiamo sviluppando un modello che non richiede di una connessione Wifi ma è totalmente autonomo in quanto ha a bordo una connessione LTE quindi funziona come un telefonino».
Immaginavate sarebbe potuto tornare utile per rilevare il coronavirus SARS-CoV-2?
«All’inizio del 2020 no, poi a marzo abbiamo iniziato a capire che questo dispositivo poteva essere utile e abbiamo studiato con l’Università di Bari, attraverso una sperimentazione in 19 scuole, un protocollo di ricambio d’aria legato al rischio di trasmissibilità di SARS-CoV-2. Ricerca scientifica che è stata pubblicata e il primo ambito di applicazione è stato Bridgestone Italia, a Monopoli, che ha scelto di utilizzare il nostro modello per gestire il rischio di trasmissibilità all’interno degli uffici e degli ambienti produttivi. Da lì il dispositivo è stato acquistato anche nella serie di scuole».
Nose si può collocare anche in abitazioni private?
«Assolutamente sì! In questo momento stiamo trattando con alcuni distributori che possono poi eseguire la vendita diretta al cliente finale. Non è il nostro modello di business, dato che ci rivolgiamo specificatamente alle organizzazioni pubbliche o private perché questo strumento è assolutamente utile per i report di sostenibilità delle aziende ma sì, si può applicare nelle abitazioni private. Il sensore per il gas radon è utilissimo perché questo gas è presente in natura ma può essere facilmente eliminato se si sa che è presente».
Sarete l’unica startup tarantina tra le dieci pugliesi presenti in occasione di Smau San Francisco, cosa vi aspettate da quest’esperienza?
«Ci aspettiamo un’immersione nella cultura della Silicon Valley. Abbiamo già preso contatti con alcuni operatori e ci piace andarci ad immergerci nella baia di San Francisco per acquisire quella mentalità che, appunto, la Silicon Valley ha in sé e la caratterizza. Questo perché siamo molto ambiziosi e dobbiamo avere gli strumenti culturali per seguire le ambizioni».
