A cura di Roberto Orlando – Il dialetto tarantino proprio è sempre stato oggetto di studio poiché i tanti popoli che si sono avvicendati a Taranto nel corso dei secoli hanno lasciato sempre eredità linguistiche che ritroviamo nel parlato di ogni giorno. Alziamo subito le mani: tra i linguisti lo studio del dialetto tarantino è sempre stato un rompicapo, proprio per le tante stratificazioni linguistiche, i prestiti, le influenze. Per parlare del dialetto nostrano ci vorrebbe una vita intera e forse non basterebbe.
Ci soffermiamo su quello che vediamo (o meglio, ascoltiamo) ogni giorno: basta cambiare quartiere e già le parole, le inflessioni linguistiche, la fonologia cambia. Il dialetto di città vecchia non è quello di Tre Carrare Battisti, quello della Salinella non è quello dei Tamburi. Così come il dialetto di Taranto si discosta da tutti i dialetti della provincia jonica, a metà strada tra il barese della provincia occidentale e il salentino della parte orientale. Mio padre dice che il dialetto sull’isola è musica, per quanto possa sembrare sguaiato identifica una persona e la sua provenienza. Appunto, quella di città vecchia.
Nel corso dei secoli le tante influenze straniere non hanno intaccato il sostrato dialettale, che è principalmente greco e latino e l’aver fatto parte del Regno di Napoli, dove l’influenza borbonica, molto accentuata, ha provveduto a condizionare anche la “parlata” a Taranto. Dall’Unità d’Italia in poi molto è ancora cambiato fino ad arrivare, probabilmente, alla perdita di gran parte del vocabolario tipico tarantino. Parlare di linguistica, ripetiamo, è tutt’altro, e quando vogliamo farci affascinare rileggiamo gli studi di Nicola Gigante, Giacinto Peluso, Claudio De Cuia e tanti altri studiosi che hanno dedicato i loro anni alla nostra Taranto: racconteremo un sabato mattina a casa dei nonni, sperando che la nostra curiosità sia la stessa dei nostri lettori, che possano contribuire a questo informale confronto.
Alle volte, quando eravamo bambini, il papà ci lasciava il sabato mattina dai nonni, che si erano trasferiti in città da tanti anni ma che erano originari di città vecchia. Alle volte parlavano in dialetto e alle volte sembrava un’altra lingua, per le strane parole che utilizzavano.
Solitamente, quando arrivavamo il nonno si stava preparando per andare a fare la spesa e lo sentivamo che dalla sua camera chiedeva alla nonna: “addò stè a curreja?”. E vedevi arrivare la nonna con una cinta in mano. Il nonno, pronto per andare a fare la spesa prendeva la lista delle cose da comprare e usciva. La nonna allora, sbrigate le prime faccende domestiche, si sedeva sulla sua sedia, vicino la finestra e ci diceva: “azzettateve aqquà, ca agghia còsere. Ajere ‘u buche non giu ‘ste ‘ngarrav”. Ridevamo, perché a casa nostra alcune parole non le sentivamo quasi mai, erano buffe e non capivamo cosa volesse dire la nonna.
Rimanevamo lì, fermi anche un’ora, insofferenti perché volevamo giocare e pensavamo al papà che ci raccontava di come la nonna aveva cresciuto lui e i suoi fratelli. Vedevo il tavolo, nella stanza del soggiorno, dove la nonna aveva rincorso papà bambino dopo una marachella, per dargli nu buffettone, come diceva lui: “si, ma nu pagliatone non l’ho mai avuto!”, raccontava divertito. All’epoca l’educazione era davvero dura…
Nel frattempo il nonno era tornato dalla spesa e, vedendoci insofferenti e annoiati, diceva alla nonna: “eh, e no le face svarià alle piccinne? Avenite aqquà, decite, le tenite le turnise?” Ecco, una parola che capivamo era proprio quella, turnise, i soldi. Chissà perché li chiamava così…
Ormai si erano fatte le dodici, la nonna aveva iniziato a cucinare e la aiutavamo ad apparecchiare: “lìve le marangie da sus a u tavele e damme ‘na cucchiara”. A quel punto rimanevo stupito e chiedevo: “nonna ma perché a casa tua il cucchiaio e femmina?” Lei distoglieva lo sguardo dai fornelli, si fermava un attimo, mi guardava e sorrideva: “va’, iapre a porta ca ha arrivate attanete”. Mi dava un bacio sulla testa e mi salutava. “Ciao nonna, a sabato prossimo”.
Questo quadretto di un sabato mattina comune per tanti tarantini ci ha permesso di utilizzare delle parole dialettali che vengono dallo spagnolo. Di certo le avrete sentite tutti, le riportiamo con la rispettiva “traduzione” in spagnolo, chiedendo già perdono fin d’ora ai puristi del dialetto e a tutti i linguisti. Il nostro è solo un tentativo di riprodurre la “musica” della parlata dei nostri nonni. E svarià nu picche.
curreja = correa (la cinta)
còsere = coser (cucire)
‘ngarrat = agarrar (riuscire, centrare, indovinare)
buffettòn = bofeton (lo schiaffo)
pagliatòne = apalear (colpo)
svarià = desvariar (delirio, divertimento sconclusionato)
marangie = naranja (arancia)
cucchiara = cuchara (il cucchiaio)