“Sino ad ora le Istituzioni nazionali e locali, gli enti e le Istituzioni territoriali, le forze sociali e l’opinione pubblica hanno risposto in maniera positiva e proattiva (e il supporto di questi risulterà ancora più importante nella fase di costruzione dell’impianto), cionondimeno, le diversità di assetto azionario tra DRI d’Italia e Acciaierie d’Italia (quale partner industriale e commericali interessato dall’ambizioso obiettivo di decarbonizzare dei siti e dei processi produttivi siderurgici che la realizzazione dell’impianto affidato all’attuazione di DRI d’Italia) comportano oggettive difficoltà nel coordinamento tra rispettivi piani industriali, per la cui risoluzione risulta indispensabile un attivo dialogo tra azionista pubblico e privato. Tanto si rappresenta per opportuna informazione restando sin da ora a disposizione per i seguiti e le interlocuzioni che si riterrà di voler intraprendere”. E’ questa la conclusione di una breve lettera che lo scorso 12 maggio il presidente di DRI d’Italia e Acciaierie d’Italia, Franco Bernabé (insieme all’ad Franco Cao), ha inviato ai ministri Raffaele Fitto (per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e l’attuazione del PNRR ), Adolfo Urso (delle Imprese e del Made in Italy), Pichetto Fratin (dell’Ambiente e Sicurezza Energetica), Giancarlo Giorgetti (dell’Economia e delle Finanze) e all’ad di Invitalia (Bernardo Mattarella), in relazione ad un aggiornamento sullo stato di avanzamento del progetto dell’impianto di produzione di preridotto da realizzarsi nel complesso industriale gestito da Adi a Taranto.

Una sottolineatura, quella di Bernabé ai vari ministri e ad Invitalia (socio pubblico di minoranza in Acciaierie d’Italia), che mette in evidenza due aspetti principali non da poco: il primo, quello che da tempo lascia molto perplessi, è l’aver affidato alla stessa persona la presidenza di due società che per osmosi sono indubbiamente legate in un gioco di specchi alquanto bizzarro e tutto italiano (di solito e in altri ambiti si parlerebbe di un probabile conflitto d’interessi in cui è venuto a trovarsi quello che resta ancora oggi uno dei massimi esperti dell’economia italiana stimato in tutto il mondo). Il presidente di DRI d’Italia, ovvero Bernabé che rappresenta il socio pubblico ovvero lo Stato, che scrive ai ministri e ad Invitalia (che è società a cui fa capo DRI d’Italia) ovvero il Governo e quindi sempre lo Stato, per sottolineare le difficoltà di coordinamento con ADI, società della quale lui stesso è presidente ma con poteri limitati in quanto il socio privato, ArcelorMittal Italia, detenie la maggioranza delle quote e il ruolo di amminsitratore delegato, ovvero il timone di ogni decisione riguardi la società. E qui ci si collega al secondo aspetto della lettera di Bernabé: ovvero una sottintesa richiesta al governo, nemmeno poi tanto velata, di risolvere in via definitiva la questione legata alle quote del capitale sociale di ADI che lo Stato, tramite Invitalia, dovrebbe acquisire in maggioranza in via definitiva (come previsto dall’accordo del 2020 e poi ribadito dall’ultimo decreto legge dello scorso dicembre).

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/20/ex-ilva-nuova-aia-per-i-forni-elettrici/)

Del resto, da settimane si vocifera dell’imminenza di questo delicato passaggio che però, come abbiamo sempre scritto in questi anni, non è così semplice da attuare. Visto che ancora lo Stato, tramite Invitalia, non ha ottemperato a tutti gli obblighi previsti dagli accordi parasociali del 2020, che prevedevano un cospicuo finanziamento da parte del socio pubblico per svariate centinaia di milioni di euro (tramite garanzia SACE). Il che potrebbe aprire ad un contenzioso non di poco conto con ArcelorMittal Italia di cui francamente si farebbe volentieri a meno.

Del resto, lo stesso Bernabé (oltre all’ad Morselli) ha evidenziato più volte e in più sedi almeno da un anno e mezzo a questa parte le grandissime difficoltà finanziarie di Acciaierie d’Italia, che si autofinanzia con il giro di cassa autonomo con cui sino ad ora ha provato a reggersi economicamente (visto che con il deconsolidamento di ArcelorMittal Italia dalla società madre avvenuto nel 2021, è venuto a mancare il finanziamento del circolante e l’impossibilità di accesso al credito bancario, generando la crisi di liquidità in cui ancora oggi si trova la società, non essendo tra l’altro prioprietaria di alcun bene, visto che gli impianti dell’area a caldo sono di proprietà di Ilva in Amministrazione Straordinaria ed ancora sotto sequestro giudiziario con un’eventuale e pendente confisca da parte dello Stato, qualora la sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto dovesse essere confermata in toto sia in Appello che in Cassazione).

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/12/decarbonizzare-ilva-servono-10-anni/)

Non è un caso se la lettera di Bernabé arrivi in questo momento. Primo, perché se è vero che DRI d’Italia deve realizzare l’impianto di produzione del preridotto (i moduli del preridotto saranno due: uno per AdI, che sarà costruito nello stabilimento, già finanziato con un miliardo dal decreto “Aiuti Ter” del 2022, ed uno per i siderurgici privati, che probabilmente potrà essere realizzato in un’area Zes con un progetto ancora da finanziare), è Acciaierie d’Italia che dovrà costruire i forni elettrici: dunque se ci sono problemi tra le due società, è evidente che il progetto rischia di impantanarsi nelle sabbie mobili della vicenda Ilva che si trascina oramai da oltre un decennio e far cadere l’intero progetto. Secondo, perché Dri d’Italia a marzo ha lanciato la gara per la scelta della tecnologia. Per il Dri sono presenti al mondo due sole tecnologie. I due titolari stanno lavorando intensamente e l’obiettivo  è arrivare entro il 15 luglio ad un’offerta impegnativa. Quindi, a partire dal 15 luglio, il cda di Dri d’Italia sarà in grado di prendere la decisione finale di investimento. A settembre è prevista l’assegnazione del contratto per il primo modulo che dovrà soddisfare le esigenze di AdI. Sempre a settembre, dovrebbero partire gli appalti per la realizzazione del primo modulo il cui avvio di produzione e’ previsto a giugno 2026.

Dunque non c’è più tanto tempo da perdere. Ammesso e non concesso che una soluzione rapida e indolore sia a portata di mano. Cosa di cui francamente dubitiamo non poco.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/31/situazione-ilva-complessa-ma-via-duscita-ce-4/)

One Response

  1. Sarà l’ennesima favola piena di aborti dove si evince il palese disinteresse e prossimo disimpegno da parte di Mittal sempre solo interessata al mercato interno a scapito delle casse dello stato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *