A cura di Alessandro Epifani – Riccardo Fedriga, storico presso l’Università di Bologna, ha collaborato a lungo con Umberto Eco anche ad un rivoluzionario manuale di filosofia. Per i tipi de La nave di Teseo lo studioso ha curato una nuova edizione dell’opera cui l’Eco semiologo dovette la sua improvvisa celebrità, ovvero “Opera aperta”. Si tratta di una raccolta di saggi che prende le mosse provocatoriamente dal concetto di società aperta introdotto nel 1932 da Bergson e ampliato nell’omonimo saggio da Popper nel 1945, distinguendo le società chiuse (passate) da quelle moderne ed inevitabilmente aperte al cambiamento perché, in definitiva, “democratiche”.
Eco pubblicò il suo testo mentre ancora curava alcune rubriche per la Rai: erano gli stessi mesi in cui moriva Marilyn Monroe e si apriva con 2.500 vescovi il Concilio Vaticano II.
La disomogeneità apparente degli articoli pubblicati su varie riviste che rappresentavano il cuore del libro, destarono non poche perplessità, come pure piacque inizialmente poco la tesi di fondo che li accomunava tutti: Eco sosteneva, infatti che un opera d’arte, qualunque opera d’arte (una musica, una poesia, un film, un quadro etc.) è sempre un “evento” o meglio un processo che si apre a moltissime interpretazioni. Eco parlava di degustazioni spiegando che le opere delle civiltà primitive o finanche del Medioevo dopo essere state contestualizzate offrivano ben pochi spunti di lettura rispetto a quelle dell’Evo moderno perché quella che Eco definiva intenzione dell’autore non corrisponde quasi mai all’intenzione del fruitore, dando vita ad un processo interpretativo quasi infinito. Di lì a poco, nel 1967 Roland Barthes scriverà che l’autore è morto perché egli è solo un mero “scriptor” e l’opera è sempre un evento affidato alle cure e alle più diverse sensibilità di un fruitore che è impossibile cristallizzare in una categoria rigida ed invariante. Eco svilupperà questa tesi in molti altri testi arrivando a scrivere nel successivo “Lector in fabula” (1979) che il testo è una macchina pigra, cioè non ha mai smesso di dire ciò che aveva da dire in quanto dipende dal livello di profondità (l’enciclopedia) del suo destinatario.
Questa nuova edizione, depurata del lungo saggio su Joyce, torna attuale perché rivela insolite prospettive semiologiche intorno a tutte le molteplici forme espressive umane: come interpretare, infatti non solo un’opera d’arte anche un messaggio pubblicitario, uno slogan politico, una mimica facciale, l’uso di un certo lessico se non alla luce di quei preziosi suggerimenti cross disciplinari che restano forse la vera eredità del multiforme ingegno di Umberto Eco?
“Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee”- Umberto Eco; a cura di Riccardo Fedriga
Edizioni La Nave di Teseo, 2023
Pp. 336- Euro 21,00
Giudizio 5 stelle su 5
