Emergere dalla scena musicale di Liverpool, che diede i natali ai mitici Beatles, non deve essere stata impresa facile per gli Echo & the Bunnyman. Eppure agli inizi degli anni ’80, la band capitanata da Ian Mc Culloch mise in fila una serie di album che le valsero, in piena era new wave, una certa credibilità tra i critici musicali.
La scaletta presentata al Medimex, sul palco della Rotonda del Lungomare di Taranto, dai membri superstiti – il già citato Ian Mc Culloch (occhiale scuro di ordinanza, giubbotto e movenze da bullo di periferia alla Liam Gallagher, del quale è stato precursore), compositore e cantante dalla voce non più sciamanica, Will Seargeant, imbolsito chitarrista dal riff pur sempre psichedelico ed a tratti epico – pesca a piene mani dai primi tre album: Crocodile (1980), Heaven Up Here (1981) e Porcupine (1983). Lasciata colpevolmente fuori, invece, l’attesa Ocean Rain (1984) che, stando alle set list dei concerti precedenti, avrebbe dovuto chiudere degnamente il concerto.
Una pietra miliare del loro repertorio, la cui mancanza ha lasciato delusi gli ex adolescenti degli anni ’80, ora sessantenni, che la ricordavano bene perché presente in heavy rotation nelle selezioni musicali notturne della mitica Studio 100 radio, assieme ad altri brani che hanno caratterizzato la new wave .
Quattordici le canzoni in scaletta, che hanno incluso alcune delle loro hit migliori. L’inizio del concerto è tiepido, quasi freddo ed il primo sussulto arriva dopo quattro brani con il singolo, del 1985, “Bring On the Dancing Horses” (ripresa dai Simple Minds nel cd di cover del 2001“Neon Lights”) che fu registrato apposta ed inserita nel film cult adolescenziale anni ‘80 “Bella in Rosa”. Quando l’ascoltai per la prima volta, pensai fosse una canzone incisa a più voci, tanto il timbro di Ian Mc Culloch tendeva a ricordare sia quello di David Bowie che quello di Bono Vox degli U2.
C’è spazio anche per una riuscita cover di “Walk on the Wild Side” di Lou Reed che lega con uno dei temi portanti del Medimex 2023. Per ritrovare energia bisogna andare più o meno a metà scaletta con l’esecuzione tirata di Over the Wall del 1981. Qui batteria e chitarra emergono sontuose.
Il concerto decolla verso la fine con Never Stop e The Cutter del 1983 ma soprattutto con l’attesissima “The Killing Moon”, una delle più belle canzoni degli anni ’80, che ha avuto una seconda vita grazie al film indie “Donnie Darko” del 2001 con Jake Gyllenhall e Drew Barrymore. Un po’ come accaduto nel 2013 al pezzo degli Smiths “Asleep”, tema sonoro portante del film “Noi siamo infinito”, con Emma Watson.
Cellulari del pubblico delle prime file, sotto al palco, tutti in alto per riprendere l’esecuzione non proprio fedele all’originale di questo masterpiece del loro repertorio.
Chiude il concerto una long version di Lips like sugar del 1987 e si può dire sia stato l’ultimo singolo di gran successo degli Echo che poi si sono un po’ persi, per ritrovarsi più in là negli anni a suonare con i due membri rimasti, pronti a (ri)capitalizzare la loro fama con i concerti dal vivo; un business remunerativo che tiene a galla decine di band degli anni ottanta, dalle più mainstream a quelle definite “One Shot”.
Resta, come detto in apertura, l’amaro in bocca per non aver ascoltato “Ocean Rain”. Evidentemente, il non proprio simpatico, Ian Mc Culloch, non aveva voglia di cantarla stasera. Va bene lo stesso, la new wave ha riabbracciato Taranto per un’ora ed ha fatto riesplodere la sua energia negli occhi dei tanti adolescenti degli anni ’80 presenti sulla Rotonda del Lungomare.
*foto di apertura Franzi Baroni


