«È importante fare quel che si ritiene giusto anche se costa tanti sacrifici: ne vale la pena. La libertà va misurata in modo “diverso”: non sta nel farsi una passeggiata sul lungomare, ma nel poter dire quello che si pensa. E io mi sento molto più libero di tanti altri». Sono queste le parole con cui il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, ha concluso il suo talk condotto dal giornalista Vincenzo Carriero, in occasione di un dei tanti eventi in calendario per la rassegna “L’angolo della conversazione” presso lo Yachting Club di Taranto.

Vivere sotto scorta e non potersi godere una passeggiata sul lungomare da anni, senza neppure lamentarsene, è la cifra stilistica che da sola descrive quanto il magistrato calabrese stia spendendo la sua intera esistenza in una missione “più grande”, che illustra in ogni momento l’ideale di giustizia cui s’ispira la Costituzione Italiana. Per compendiare la quantità dei temi giuridici affrontati da Gratteri, ufficialmente approdato al litorale di San Vito “solo” per presentare il suo ultimo saggio “Fuori dai confini” (Mondadori, 2022), scritto ancora una volta insieme ad Antonio Nicaso, servirebbe uno speciale a sé. In queste righe si tenta di fornire al lettore una massima sul prezioso incontro di martedì 25 luglio.

Una platea gremita ed eterogenea ha accolto lo stimato Procuratore, in pectore per un trasferimento a Roma o, più probabilmente, a Napoli, allo scadere degli otto anni di mandato: «Io sono il felice Procuratore di Catanzaro: se potessi rimarrei lì fino alla pensione. Il mio ufficio è una “chiesa”, ho dei magistrati meravigliosi e una polizia giudiziaria di altissimo livello».

Oltre 600 persone presenti allo Yachting Club di Taranto per il Procuratore Nicola Gratteri

“Fuori dai confini” racconta come la ‘ndrangheta stia dimostrando di essere una mafia aggiornatissima rispetto ai tempi che corrono, e di come dalla Calabria sia riuscita a delocalizzare le sue attività criminali in Germania, Africa, America e Australia, guardando con attenzione a oriente. Prima la pandemia di Covid-19 e poi lo scoppio della guerra in Ucraina a seguito dell’invasione russa, hanno modificato gli equilibri geopolitici ed economici, rappresentando terreno fertile per la ‘ndrangheta stessa. È proprio dai disastri che la criminalità di stampo mafioso tende a trarre beneficio, trasformando in vere e proprie opportunità di business le sofferenze di chi ricade in condizioni di fragilità e indigenza. Questo discorso, però, non vale solamente per le associazioni criminali a stampo mafioso italiane…

«La mafie ucraine in questo momento sono fuori dai confini nazionali – ha tuonato Gratteri. Si trovano a occidente e torneranno in Ucraina quando finirà la guerra per partecipare alla “ricostruzione”, cioè al “saccheggio”. I mafiosi sono dei vigliacchi e uccidono alle spalle, col tradimento. Non dimentichiamo che i Paesi dell’Est Europa sono molto corrotti». Il discorso assume connotati ancor più preoccupanti quando si parla di armi: «All’inizio del conflitto ho visto armi “usa e getta”: bazooka tanto potenti da disintegrare un carrarmato». Un’osservazione dovuta a chiari ricordi del passato: «Quando ero in Procura a Reggio Calabria vedevo la ‘ndrangheta che comprava a prezzi da outlet i kalashnikov e i bazooka dai Paesi dell’ex Jugoslavia, e la sacra corona unita portava in cambio la cocaina».

Il Procuratore Gratteri risponde alle domande del giornalista Carriero

Per questo il conflitto ucraino assume un sapore ancor più “amaro”, come la sensazione che Gratteri ha affermato di accusare sulla lingua quando ha paura: «Gli ucraini che combattono sono i lavoratori, non i mafiosi che stanno aspettando fuori come avvoltoi». Tutto questo avviene nelle more di una legislazione apposita sulla tracciabilità delle armi da parte degli Stati, tenendo conto che, come ha ricordato il Procuratore, la ‘ndrangheta in passato è già stata capace di rifornirsi di plastico c4 (5 kg di questo esplosivo equivalgono a 100 kg di tritolo, come ha sottolineato il Nostro). Tale falla nel sistema della difesa a livello internazionale, aumenta il rischio di traffici illegali di armi al termine del conflitto.

Durante la serata non sono mancati i riferimenti a tanti temi di attualità legati alle mafie. In particolare, ha colpito molto la critica ragionata della riforma Cartabia, rispetto alla quale Gratteri ha evidenziato i tanti anelli deboli a partire dalle limitazioni del diritto all’informazione, tanto da farne un impianto normativo che «piace al potere». Il Procuratore ha poi incalzato: «Per combattere le mafie non abbiamo bisogno di tutto quello che c’è stato dalla riforma Cartabia in poi, ma di un sistema processuale, penale e detentivo proporzionato a questa realtà criminale nel breve periodo, nonché di un investimento sull’istruzione nel lungo periodo. Lo scopo è quello di non accettare la mentalità mafiosa».

L’Italia, poi, avrà i suoi difetti e le sue lentezze in tanti campi, ma dalle parole del magistrato ne esce come uno dei Paesi maggiormente pronti nel rispondere al fuoco nemico delle mafie, servendosi del grimaldello giuridico: «Oggi in Europa c’è una nuova parola magica: “privacy”. In nome di essa non si fa più nulla e non ci sono norme per contrastare le mafie. La Germania è il secondo Paese europeo ad alta densità ‘ndranghetista, perché è il più ricco e lì è facile mimetizzare le ricchezze. Con le maglie larghe del sistema tedesco le mafie non vengono contrastate; per esempio in alcuni punti non è possibile collocare le microspie… I mafiosi lo sanno, e si ritrovano proprio lì!».

Al termine della presentazione, sotto l’occhio vigile della scorta, Nicola Gratteri ha pazientemente firmato le copie dei suoi libri a dozzine di lettori

Sotto il profilo “glocal”, invece, ascoltando le parole del Procuratore appare fondamentale frenare la mafia foggiana che: «Non è ancora così evoluta, ma qualche investigatore in più non guasterebbe per evitare il “salto di qualità” di questa struttura», ricordando che in Italia vige ancora una certa cultura mafiosa serpeggiante nella classe dirigente, nell’aristocrazia e nella borghesia. A tal proposito Gratteri ha riportato una fattispecie, ahinoi, non infrequente: «Oggi siamo più proni a “prostituirci”. La cultura occidentale è debole, c’è un abbassamento dell’etica morale e non si prova più quel “rossore” pur di mantenere un certo tenore di vita. Le mafie, che hanno tanti soldi, corrompono il professionista (o il rappresentante delle istituzioni, ndr) con cinque o diecimila euro, per mettere “la famosa firma” di cui si ha tanta paura». Infine, dagli interventi di Nicola Gratteri spicca l’urgenza di tenere gli occhi aperti anche sulle mafie albanesi e nordafricane, attualmente in espansione. Poco dopo il magistrato ha spiegato ancor meglio il meccanismo perverso che alimenta il “fare mafioso, citando il romanzo “Todo modo” di Leonardo Sciascia (Einaudi, 1974).

Al termine della presentazione, dopo un paziente firma copie dominato dal mantra “Ci sono loro ma ci siamo anche noi” scritto a mano sulle prime pagine dei libri, siamo riusciti a strappare una domanda al Procuratore Gratteri:

Una testimonianza, quella del Procuratore Gratteri, che non è scivolata nemmeno per un istante nella retorica, arguendo dalla quotidianità le dinamiche politiche e sociali che possono condurre l’essere umano alla depravazione della mafia, con i relativi antidoti messi a disposizione dalla cultura democratica.

 

 

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