Ci sono momenti nella vita di un uomo che si atteggiano a plot point di tutta un’esistenza. È successo proprio questo a Diego De Silva, quando oltre vent’anni fa si è ritrovato coinvolto in un conflitto interiore fra gli “scritti servili” allo svolgimento della professione forense, come li avrebbe definiti Cesare Garboli, e il suo modo di usare l’inchiostro sempre più vicino ai sentimenti che ai codici. Così vide la luce “Certi bambini” nel 2001, suo romanzo pluripremiato in cui si analizza il tema del coinvolgimento dei giovanissimi nei fatti di camorra, e che iniziò a frullare nella mente dello scrittore napoletano proprio durante gli anni spesi in tribunale.

A proposito della fase di transizione, il drammaturgo ha precisato: «In quel periodo mi allontanavo dalla professione, non avevo ambizione, non cenavo con le “persone giuste”, ma lo ricordo come uno fra i più belli, in quanto era “di costruzione”. Avere desideri da inseguire è bellissimo: senza desideri si è morti ed è stato uno dei momenti in cui mi sentivo più vivo».

Diego De Silva poco prima della presentazione del libro

De Silva ha stretto un sodalizio con Einaudi, da cui è nato anche un fortunato ciclo letterario a sé, narrato dallo stesso protagonista dei sei volumi pubblicati a partire dal 2007: l’Avvocato Vincenzo Malinconico. Lo scorso 3 agosto l’ideatore dell’“avvocato di insuccesso” per eccellenza, ha presentato l’ultimo capitolo di questa intrigante saga allo Yachting Club di Taranto, conversando con il giornalista Claudio Frascella in occasione della rassegna estiva “L’angolo della conversazione”.

In “Sono felice, dove ho sbagliato?” (Einaudi, 2022), Malinconico si ritrova ancora una volta in balia della creatività femminile, che nel suo universo ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale non tanto per gli intrecci narrativi – sorretti da molti aiutanti come il collega Benny Lacalamita e l’anti-ragioniere Espedito Lenza – quanto per lo sviluppo del personaggio. Il ciclo Malinconico, infatti, è descrivibile come un perpetuo romanzo di formazione in cui un adulto non diventa mai del tutto grande; non per immaturità ma perché continuare a osservare il circostante con gli occhi ricolmi di scoperta è un valido motivo per stare al mondo. Tornando alle donne, in questa occasione è Veronica, affascinante compagna di vita dell’avvocato, a pungolarlo affinché ascolti le rivendicazioni di una sua cara amica, Ega, convinta di poter intentare una causa per infelicità di coppia per la prima volta nella storia. Se non dovesse soddisfare il paradosso di una class action esclusivamente basata sui sentimenti di rancore di un’Armata Brancaleone mal assortita, c’è il risvolto della medaglia a strillare nelle orecchie del dolore: la vittima può facilmente trasformarsi in carnefice.

È da questo presupposto implicito che è partito il dialogo sul palco, quando Diego De Silva ha affermato che: «La più grande espressione dell’amore è accettare che finisca. In questo ci vuole un po’ di letteratura e di poesia di cui ci stiamo sempre più privando… Ma si perde questo approccio esistenziale per recuperare che cosa, poi?». E di amori Vincenzo Malinconico – di recente andato in onda sul piccolo schermo nell’omonima serie interpretata da Massimiliano Gallo e scritta dal medesimo autore – ne ha visti finire parecchi. Gli affezionati lettori ricordano, in particolare, la nevrotica Nives e l’inarrivabile Alessandra Persiano. In effetti, se l’avvocato non avesse sciolto le briglie di queste e altre relazioni, nella sua vita non sarebbe accaduto un bel niente, infatti, De Silva ha specificato: «Ho grande pena per chi si rovina la vita per la carriera o per i soldi; l’unica ragione valida è l’amore. È bellissimo rovinarsi la vita per aver amato, perché è l’unico valore che conta. Gli amori migliori sono quelli sbagliati».

Diego De Silva dialoga con Claudio Frascella

A proposito di errori: Malinconico è il massimo esperto del settore: «È sempre a disagio col mondo, e io in questo sono uguale a lui come padre, ex marito, compagno… Nella domanda “ma io sono all’altezza?” sta il personaggio. A me capita qualche volta di sentirmi veramente intelligente ma patologicamente incapace di trasportarlo nella vita privata, e Massimiliano Gallo nella serie tv riesce a renderlo perfettamente». Vincenzo Malinconico – nomen omen – in verità è nato proprio da un saccheggio che lo stesso De Silva ha operato nei confronti della sua vecchia professione, abbandonando il linguaggio dell’avvocato volto a vincere la causa in favore di quello letterario, che il napoletano ha definito “anarchico”, nonché: «Risolutivo dell’esser soli, attraverso l’unico strumento possibile di comprensione che è la parola, usata come mezzo di conoscenza».

L’agrodolce del protagonista giunto al suo sesto tomo, però, è nel modo di divertire il lettore: «Malinconico non fa ridere facilmente: fa ridere solo se sei d’accordo con lui, perché dice la verità. E la verità è ridicola sempre, anche negli aspetti più drammatici». De Silva, durante la serata, si è spesso e volentieri soffermato sul rapporto fra cinematografia e letteratura più che sui suoi scritti, mostrando un’affezione particolare a Stanley Kubrick. Ha, inoltre, affermato che non ama molto leggere lunghe descrizioni nei romanzi, ed è proprio per questo motivo che Malinconico resta un personaggio idealizzabile e impalpabile: pur sempre uno che: «Perde le causa ma racconta un dolore».

È l’esorcismo della sofferenza che raccoglie in un’immagine la “necessarietà” (per voler rubare un termine giuridico) di cercare tanti Vincenzo Malinconico nella vita di tutti i giorni, cioè avvocati che preferiscano tempestarsi casa e studio di mobili Ikea piuttosto che di pregiati arredi in legno da immaginario forense. Pesci fuor d’acqua fra mito e leggenda, che offrano all’interlocutore una lettura talvolta grottesca, ma sempre leale, di una quotidianità man mano disaffezionata rispetto a un’idea di felicità rinvigorita dall’errore – anche se soltanto ostativo.

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