Lo segnalammo sin dal principio diversi mesi fa. Ed ora è arrivato anche il chiarimento della Commissione Europea: il progetto del dissalatore da realizzare sulle sorgenti salmastre del fiume Tara a Taranto, presenta non poche criticità.
Rispondendo ad un’interrogazione della parlamentare europea Rosa D’Amato (Verts/ALE), che a sostegno ha portato proprio un nostro articolo del 17 marzo scorso ed un altro del quotidiano Sole24Ore), il vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis a nome della Commissione europea ha inizialmente ricordato che “quando redigono i piani nazionali per la ripresa e la resilienza, gli Stati membri spiegano in che modo essi intendono garantire che le misure finanziate nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza non ostacolino in modo significativo, tra l’altro, l’uso sostenibile e la protezione delle acque, la prevenzione dell’inquinamento idrico e la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento ad essi”.
Le misure relative all’investimento 4.1 (PNRR) dell’allegato della decisione di esecuzione del Consiglio relativa alle infrastrutture primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico, che prevedono risorse pari a 2 miliardi di euro di cui 900 milioni per infrastrutture nuove e 1,1 miliardi di euro per progetti in essere finanziati dai Fondi di Coesione e Sviluppo, devono quindi “risultare conformi alle descrizioni e alle specifiche relative ai traguardi contenute nella decisione di esecuzione del Consiglio relativa al piano italiano per la ripresa, nonché agli orientamenti tecnici sull’applicazione del principio “non arrecare un danno significativo (2021/C58/01)”. La descrizione dell’investimento 4.1 (Investimenti in infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico) richiede il pieno rispetto dell’acquis dell’UE, in particolare la valutazione dell’impatto ambientale e le direttive quadro sugli habitat naturali e sulle acque, mentre il relativo traguardo presuppone che i progetti selezionati contribuiscano pienamente agli obiettivi in materia di cambiamenti climatici. Il primo traguardo relativo all’investimento 4.1 fa parte della quinta rata, per la quale non è stata presentata alcuna richiesta di pagamento. Il rispetto del traguardo e del principio “non arrecare un danno significativo” saranno valutati al momento della presentazione della domanda di pagamento. Ciò detto, la Commissione Europea chiarisce che “l’impianto di desalinizzazione non può essere finanziato nell’ambito del programma italiano relativo al Fondo per una transizione giusta (JTF) in quanto non è ammissibile a norma dell’articolo 8, paragrafo 2, del regolamento (UE) 2021/1056, che non contempla la gestione delle risorse idriche tra le attività sostenute dal JTF”.
Ricordiamo che la Commissione VIA VAS del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha condotto nei mesi scorsi l’esame dei procedimenti di valutazione ambientale del Programma Nazionale Just Transition Fund (che ha destinato alla provincia di Taranto risorse pari a 796 milioni di euro), nel quale era stata inserita “l’Azione 2.3 – Provincia Taranto – Supporto a progetti innovativi per sostenere la transizione ecologica e tutelare le risorse naturali. L’azione, in coerenza con il Reg. 1056/2021 art. 8.2.i, prevede la realizzazione di un dissalatore per tutelare la risorsa idrica di qualità e destinando agli usi industriali quella marina dissalata. Il nuovo dissalatore produrrà, su un’area di circa 40.000 mq, circa 1 mc/s di acqua con caratteristiche adeguate ad alimentare i circuiti produttivi, liberando così la risorsa idrica di qualità attualmente in uso per dedicarla agli usi civici restituendola alla popolazione”. Ma la Commissione VIA VAS non ha approvato tale progetto. Nella relazione si leggeva infatti che per quanto riguarda la “Matrice di coerenza degli obiettivi del PN JTF IT per l’area di Taranto con gli obiettivi di sostenibilità e di protezione ambientale” riporta impatti positivi dell’Azione 2.3 su tutta l’Area Pianeta e su parte di quella Prosperità, mentre invece gli obiettivi strategici “Minimizzare le emissioni e abbattere le concentrazioni inquinanti in atmosfera” non sono influenzati positivamente dall’intervento relativo al dissalatore (a causa dei consumi energetici necessari per la dissalazione dell’acqua di mare: Consumo di energia termica 12 kWh/m3 ed elettrica 17÷18 kWh/m3 per distillazione a Flash Multi-Stadio (MSF) e Consumo di energia elettrica 2,2÷ 6,7 kWh/m3 per processi a membrana), diversamente dal bioremediation che ha invece un’influenza positiva sulle emissioni e che pertanto risulta in netto contrasto con quello del dissalatore. Considerato il costo dell’acqua dissalata, il contributo dell’intervento dissalatore in particolare avrebbe dovuto essere valutato considerando il possibile rischio delle negative ricadute economiche sulla popolazione, relative all’aumento indiretto del costo della risorsa idrica.
Come evidenziato anche da Legambiente Taranto, oltre all’aumento delle emissioni della CO2 pari a circa 7600 tonnellate di anidride carbonica (nonostante sia previsto che una parte del fabbisogno energetico arriverà dalla costruzione di un impianto fotovoltaico con una produzione prevista pari ad un misero 3,9% del fabbisogno), secondo quanto riportato nel progetto, per produrre un massimo di 630 litri di acqua potabile al secondo, sarebbero necessari, all’anno, ben 25.380.961 kwh. Se consideriamo un consumo medio di circa 2700 kwh annui per una famiglia costituita da 3/4 persone, il dissalatore consumerebbe perciò quanto 9400 famiglie, circa 33000 persone, qualcosa in più degli abitanti del comune di Massafra.
Questa sorta di prima bocciatura relativa all’utilizzo dei fondi del JTF non ha però fermato il progetto della Regione Puglia. Lo scorso marzo infatti, il Consiglio di Amministrazione di Acquedotto Pugliese (AQP) ha approvato la gara, per circa 100 milioni di euro a valere in parte su fondi del Pnrr, per la realizzazione del più grande dissalatore ad osmosi inversa, il primo impianto continentale ad uso civile del Paese: sorgerà come detto sul territorio di Taranto sulle sorgenti salmastre del fiume Tara e viene considerata un’opera strategica ed integrata con lo schema di adduzione a servizio della Puglia. L’entrata in esercizio delle opere è prevista per la metà del 2026.
Questo grande impianto di dissalazione, il primo di queste dimensioni che viene varato in Italia con processo ad osmosi inversa, secondo il progetto sarà in grado di trattare 1.000 litri al secondo, che consentirà di produrre con una potenzialità di 55.400 m3/giorno di acqua potabile. È stato progettato per produrre ogni giorno l’equivalente del fabbisogno idrico giornaliero di 385.000 persone, quasi un quarto della popolazione dell’intera penisola salentina. Prelevando le acque salmastre del fiume Tara, caratterizzate da un grado di salinità relativamente basso in luogo di quella marina molto più salata, per Aqp e Regione sarà limitato il consumo di energia elettrica e l’impatto dell’opera sull’ambiente.
Vorremmo ricordare ai lettori che l’idea del dissalatore venne avanzata dal senatore del Movimento 5 Stelle, Mario Turco, quando ricopriva il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al CIPE e al DIPE, ma soprattutto responsabile del CIS di Taranto contenitore all’interno del quale fu proposto, sostenuto anche da diversi esponenti del Partito Democratico ionico e non solo, anche in Regione e a Roma. Era il 16 novembre del 2020, quando durante una riunione del Tavolo Istituzionale per Taranto, si prese atto “che il progetto di riutilizzo delle acque reflue degli impianti Gennarini e Bellavista, in sostituzione delle acque del Sinni e del fiume Tara, non potrà essere realizzato prima di 10 anni”. Il progetto nel 2014 fu inserito dapprima nel Piano Ambientale dell’ex Ilva (in realtà compariva già nella prima AIA rilasciata nell’agosto del 2011), per poi finire l’anno successivo, nel 2015, nel perimetro del CIS Taranto con l’iniziale dotazione economica prevista di 14 milioni di euro, che in realtà non sarebbe mai bastata per realizzarlo. Basti ad esempio pensare che solo per la condotta sottomarina, che non si sapeva se sarebbe servita in futuro, era prevista una spesa di 23 milioni di euro (all’investimento si sarebbero poi dovute aggiungere le risorse necessarie a sostenere il potenziamento dei due depuratori pari oltre 52 milioni di euro). Sarebbe stato infatti necessario adeguare e completare un grosso collettore di collegamento fra i due depuratori (in gran parte costituito da una condotta sottomarina) più un ulteriore condotta, con relativi impianti di sollevamento, per addurre le acque fino all’acciaieria. Quel progetto, in piedi sin dal 1994 e di cui ci siamo a lungo occupati, è stato per anni al centro di controversie di natura economica e politica sia durante la gestione dei Riva che di ArcelorMittal. E proprio nella primavera/estate del 2020, dopo un continuo botta e risposta tra azienda, Regione Puglia e Acquedeotto Pugliese, iniziò a circolare l’idea del dissalatore. Di cui ha iniziato ad occuparsi anche l’agenzia regionale ASSET (Agenzia strategica regionale per lo sviluppo ecosostenibile del territorio), con l’ausilio della V commissione Ambiente dell’ente regionale.
Il dissalatore è stato quindi pensato per far sì che i reflui dei depuratori Gennarini-Bellavista vengano affinati e utilizzati dagli agricoltori (invece che rilasciati in mare come accade ancora oggi e senza dimenticare l’invaso del Pappadai, costato circa 250 milioni di euro, che da oltre 25 anni è pronto ma inutilizzato alimentando il paradosso della crisi idrica della nostra regione), ed allo stesso tempo garantire l’acqua necessaria al siderurgico per raffreddare gli impianti ed ampliare la quantità di acqua potabile per i cittadini pugliesi delle province di Taranto, Brindisi e Lecce. Il timore, espresso anche dalla parlamentare D’Amato nella sua interrogazione, è che il dissalatore possa invece servire soprattutto a rifornire il siderurgico, visto che lo stesso preleva da sempre ingenti quantitativi di acqua dal fiume Tara per il raffreddamento degli impianti pari a 36 milioni di metri cubi l’anno (oltre che dal Sinni anche se in forma minore e dal Mar Piccolo).
Ora però, si presenta anche il problema di quali fondi utilizzare. Visto che dopo aver perso la possibilità di utilizzare quelli previsti per l’area di Taranto da parte del Just Transition Fund, la Commissione Europea ha chiarito che non si potranno utilizzare le risorse previsti dal PNRR sui quali invece contavano Regione e Acquedotto Pugliese. Restano i fondi per la Coesione e lo Sviluppo, sul cui utilizzo al momento non vi è alcuna notizia o certezza.


