Potranno usufruire di altri dodici mesi di cassa integrazione a partire dal 16 settembre, i 40 lavoratori ex Cementir, oggi Cemitaly del gruppo Italcementi. E’ questo il risultato ottenuto ieri dai sindacati di categoria (FILCA Cisl, FILLEA Cgil e FENEAL Uil) e l’USB (pur mancando lo SLAI cobas che non ha rappresentanti eletti ma vanta iscritti tra i pochi lavoratori rimasti), al termine dell’incontro di ieri presso il Comitato Monitoraggio SEPAC della Regione Puglia guidato da Leo Caroli, alla presenza dell’azienda e di Confindustria Taranto.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/07/06/ex-cementir-futuro-sempre-piu-incerto/)
Questa volta l’ammortizzatore sociale sarà la cassa integrazione straordinaria per area di crisi industriale complessa (ex art 44, comma11 bis d Gs 148/15), rispetto all’ultimo intervento di cassa integrazione straordinaria (ex art.22 ter del D. Lgs. n.148/2015) attraverso l’accordo di transizione occupazionale e i primi 12 mesi di cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) per cessazione d’impresa. Ricordiamo che ad oggi l’organico dell’ex cementificio è composto da 40 unità che fruiscono di cassa integrazione: di cui 3-4 di esse sono impiegate in attività di presidio dello stabilimento e in attività amministrative, mentre un’altra lavora in distacco presso altra sede del gruppo. Mentre alcune delle restanti 35 unità ottengono periodi di sospensione dell’ammortizzatore sociale in coincidenza
con lo svolgimento di rapporti di lavoro a tempo determinato presso altre aziende. Resta per questi lavoratori la possibilità di risolvere il rapporto di lavoro su base volontaria attraverso l’accettazione dell’incentivo all’esodo, periodo che comunque potrà partire alla scadenza dell’accordo odierno, ovvero nel settembre 2024. L’ultima parola sull’intesa spetterà ovviamente al ministero del Lavoro, su cui però nessuno nutre timori.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/04/11/ex-cementir-il-futuro-resta-un-miraggio/)
Restano sul tavolo di questa vertenza dei dati inoppugnabili, inconfutabili. Il primo riguarda l’assoluta impossibilità, ad oggi, che il sito torni a produrre cemento dopo aver spento il forno il 1 gennaio 2014, come più volte ribadito dalla stessa Italcementi in questi anni (che subì un ingiusto sequestro praticamente appena arrivata, oltre ad aver poi messo in vendita il sito nel giugno 2021 per poi annunciare il licenziamento collettivo nel luglio dello stesso anno). Così come è del tutto naufragata la possibilità di candidare l’ex cementificio nella riconversione per la produzione di idrogeno verde, prevista per le aree industriali dismesse (come aveva proposto oltre un anno fa la FILLEA Cgil). Di fatto non esiste una sola concreta ipotesi di rilancio del cementificio, nonostante lo scorso gennaio l’ad di Acciaierie d’Italia Lucia Morselli, paventò la possibilità di riavvio della produzione di cemento per l’ex Cementir (possibilità su cui già ad inizio aprile i rappresentanti della Cemitaly si trincerarono dietro un semplice “no comment“). Come abbiamo modo di scrivere a lungo nel corso della vertenza iniziata nel lontano 2013 (per chi volesse rileggere ancora una volta l’intera storia consigliamo di leggere i link presenti in pagina), la vicenda ex Cementir è anche una questione ambientale. Cessando l’attività per legge decadrà anche l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) ottenuta dall’azienda dalla Provincia di Taranto. Che rilascerà all’azienda una serie di prescrizioni per la messa in sicurezza del sito. Stante il piano di bonifica attualmente ancora in corso d’opera.
(leggi l’articolo sull’aggiornamento della bonifica della falda https://www.corriereditaranto.it/2021/06/16/italcementi-vende-ex-cementir-il-futuro-un-deserto/)
Sono passati oramai dieci anni da quando, anche se quasi tutti non lo ricordano o più semplicemente non ne sono a conoscenza, nella primavera del lontano 2013, l’ex proprietà del gruppo Caltagirone annunciò il ritiro del progetto di ristrutturazione del cementificio (denominato ‘Nuova Taranto Cementir‘ per un investimento pari a 150 milioni di euro, grazie ad un finanziamento della Banca Europea degli Iventsimenti pari a 90 milioni di euro ed uno a fondo perduto della Regione Puglia dal Fondo Europeo per lo sviluppo regionale, finalizzato all’incremento dell’efficienza industriale ed alla mitigazione dell’impatto ambientale, sia in termini di consumi energetici che di riduzione delle emissioni in atmosfera), a fronte della crisi del mercato del cemento italiano ma soprattutto dell’incerto destino che attendeva il siderurgico dopo la tempesta giudiziaria dell’estate precedente, quella fatidica del 2012: ci avevano visto lungo. Senza dimenticare il silenzio e l’assenza da parte del mondo della politica (tranne per la Regione Puglia se non attraverso la task force guidata da Leo Caroli che sembra un’oasi nel deserto istituzionale che ci circonda): come fin troppo spesso accade dalle nostre parti, alle parole non sono seguiti i fatti. Perchè come scriviamo da anni, è fin troppo facile riempirsi la bocca di parole come ‘transizione economica’, ‘transizione enegertica’, ‘economia circolare’, ‘hydrogen valley’, ‘eolico’, ‘fotovoltaico’, disencitivo all’utilizzo delle fonti fossili. Quando però si tratta di passare all’atto pratico, i risultati (disastrosi, per non dire fallimentati) sono sotto gli occhi di tutti. Ed a pagarne le conseguenze, oggi come ieri, sono sempre loro: i lavoratori.
Lo abbiamo detto e scritto decine volte in questi anni: la vicenda ex Cementir è un piccolo esempio, un piccolo laboratorio, che ci parla di di crisi di politica industriale, di crisi sociale, crisi di alternative economiche reali e realistiche. E viste le premesse e la stretta attualità, c’è poco da stare allegri in vista di un drammatico finale che sembra già scritto da tempo.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/09/03/ex-cementir-la-storia-e-finita-nel-silenzio-generale/)