L’audizione odierna di Franco Bernabè presso la IX commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, non ha regalato sostanziali novità sulla vertenza dell’ex Ilva di Taranto, se non l’ennesima certificazione di quanto lo stesso Bernabé ripete oramai da almeno due anni (con una serietà, una competenza e una compostezza davvero d’altri tempi) e di quanto documentiamo su queste colonne da tempo immemore: ovvero che il siderurgico tarantino ha intrapreso una strada che lo sta portando direttamente ad un lento ma quanto mai inesorabile spegnimento. La realtà è questa ed è molto più prossima di quanto si possa pensare. Non torneremo di certo a ripeterci ancora una volta sulle responsabilità della politica, oltre che di parte della magistratura, di parte del sindacato, del giornalismo e della società civile per aver raggiunto siffatto risultato: anche perché, già possiamo anticiparvelo, quando accadrà l’irreparabile costoro scapperanno a nascondersi addossando le responsabilità di quanto accaduto ad altri attori e protagonisti. Ma il teorema che è stato
messo in piedi in questi ultimi 12 anni e artatamente portato avanti attraverso ogni forma e azione possibile, è molto vicino a raggiungere l’obiettivo finale.
(leggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/09/26/ex-ilva-il-countdown-finale-e-iniziato/)
E che la situazione sia al limite del ridicolo, lo dimostra l’incipit dell’audizione, con Bernabé che è costretto a precisare alla commissione di aver ricevuto un invito come presidente di Acciaierie d’Italia spa: “Ma io – afferma sorpreso – sono presidente di Acciaierie d’Italia Holding spa, che detiene le partecipazioni nelle società che compongono il gruppo Acciaierie d’Italia, che non ha ruoli operativi né personale dipendente. Perché in ragione degli accordi sottoscritti nel dicembre 2020 alla nascita di Acciaierie d’Italia spa, la parte pubblica ha tre rappresentanti nel consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia holding spa tra cui il presidente che però non ha poteri gestionali, mentre la gestione aziendale avviene all’interno di ADI spa dove sia il presidente che l’amministratore delegato sono espressione del socio privato ArcelorMittal Italia”. Così, giusto per chiarire ai deputati presenti i ruoli e i compiti societari, nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi in merito sugli accordi capestro sottoscritti all’epoca.
Chiarito ciò, Bernabé occupa i successivi 25 minuti di audizione a mettere in fila tutta quella serie di criticità che riguardano il siderurgico tarantino, che vanno avanti almeno dal marzo 2021, e che nell’ultimo anno e mezzo hanno assunto dimensioni devastanti provocando “un grande senso di urgenza, visto che parliamo di una tra le realtà più complesse del nostro paese dopo quanto avvenuto negli ultimi 11 anni, e dopo la crisi energetica dello scorso anno e quella attuale all’indomani della recentissima crisi in mediorientale, con l’aumenta del costo del gas che oggi quotava 50 megawatt ora, che rischia di far precipitare definitivamente la situazione”.
L’unica via di salvezza, che ad oggi sembra più che mai un miraggio lontano, è quanto già rappresentato lo scorso 31 gennaio presso la IX commissione del Senato dallo stesso Bernabé, ovvero il piano elaborato dall’azienda per arrivare alla completa decarbonizzazione del siderurgico tarantino. All’inizio dell’anno in corso infatti, il governo era già intervenuto contro il caro energia che rischiava di determinare la fermata dell’acciaieria attraverso il decreto legge n.2 del 5 gennaio scorso, che prevedeva un rafforzamento patrimoniale del socio pubblico Invitalia, finanziamento che poteva essere convertito in aumento di capitale sociale in qualunque momento e sotto richiesta dello stesso socio pubblico, per un ammontare di 750 milioni di euro (di cui 680 da parte di Invitalia e 70 dal socio privato), come previsto dagli accordi sottoscritti tra il socio pubblico e il socio privato il 31 maggio 2022, che dovrebbero portare entro il 31 maggio 2024 lo Stato in maggioranza nel capitale sociale di Acciaierie d’Italia arrivando a detenere il 60% delle quote (operazione che si sarebbe dovuta concludere già nel maggio 2022). Quelle risorse economiche, ha chiarito ancora una volta oggi Bernabé (che le ha definite briciole), sono servite a superare le criticità dovute all’aumento vertiginoso del costo di energia e gas verificatosi nel corso del 2022. Ed hanno sopperito, seppur in minima parte, all’impossibilità di accedere ad un’operativa bancaria normale per il finanziamento del circolante, che come abbiamo più volte riportato su queste colonne resta il principale problema economico della società dovuto soprattutto alla mancata proprietà degli impianti dell’area a caldo ancora oggi sotto sequestro giudiziario. Di fatto sono risorse finanziare che sono però servite a salvare l’azienda da una chiusura certa.
L’intervento del governo Meloni dello scorso gennaio, ha rimarcato Bernabé, faceva seguito ad una serie di provvedimenti legislativi adottati ai tempi del governo Draghi per finanziare il processo di decarbonizzazione del siderurgico tarantino, che consta di un road map di quattro fasi l’una successiva all’altra spalmate su un arco temporale pari a dieci anni (che per Bernabé il Comune e la Regione Puglia avrebbero accettato) e con un esborso di risorse pari ad oltre 5 miliardi di euro. Come i 150 milioni del patrimonio destinato dei commissari straordinari di Ilva in AS, l’aumento di capitale o di rafforzamento patrimoniale per Invitalia fino ad un miliardo di euro e il miliardo di euro concesso alla società DRI d’Italia (di cui Bernabé è presidente) all’interno del PNRR per la realizzazione di due impianti di riduzione per la produzione del preridotto (da alimentare attraverso il gas e con fonti rinnovabili, con un 10% di idrogeno verde che ad oggi scarseggia) elemento necessario per il processo di decarbonizzazione perché alimenta i forni elettrici e che ha come obiettivo finale l’eliminazione totale delle emissioni climalteranti nei processi produttivo hard to abate (senza dimenticare il revamping dell’altoforno 5, che andrebbe alimentato in parte con il preridotto e che vedrebbe installato un sistema di cattura della Co2 di ultima generazione(. Il tutto visto come la naturale continuazione delle misure previste all’interno del Piano Ambientale del 2017, la cui scadenza è avvenuta lo scorso 23 agosto con l’attuazione di oltre il 95% delle prescrizioni (tranne per cinque per le quali la società ha ottenuto la proroga dal ministero dell’Ambiente) e che è costato 1,880 milioni di euro (di cui 570 milioni in capo ad Ilva in Amministrazione straordinaria e 1,210 per il socio privato). Interventi che hanno permesso una drastica riduzione delle emissioni inquinanti (grazie anche ad una produzione al di sotto di quella autorizzata pari a 6 milioni di euro) e che per Bernabé fanno dell’acciaieria tarantina “uno degli impianti più ambientalizzati nel campo delle siderurgia”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/11/16/ex-ilva-tutta-una-questione-di-soldi3/)
Il motivo per cui è stata costituita DRI d’Italia la società partecipata al 100% da Invitalia, ha chiarito Bernabé, è una conseguenza degli accordi che furono stipulati nel marzo del 2020 con ArcelorMittal (come denunciamo da anni) all’epoca del governo Conte II. Intese che non prevedevano un impegno finanziario del socio privato per la realizzazione di questo investimento che è essenziale per il processo di decarbonizzazione, visto che senza preridotto è impossibile alimentare i forni elettrici e conseguentemente diventa così impossibile fare a meno degli altiforni. Il che dimostra, ancora una volta, le infinite chiacchiere e le teorie strampalate che ancora oggi esponenti politici di due dei più grandi partiti italiani (ovvero il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle) hanno il coraggio di pronunciare sulla vertenza ex Ilva. Da anni ci parlano di decarbonizzazione, quando invece nelle segrete stanze hanno firmato accordi con ArcelorMittal disimpegnandolo dal finanziare interventi in tal senso, per poi accusare pubblicamente e senza vergogna il socio privato (e l’amministratore delegato Lucia Morselli) di non voler rinunciare all’utilizzo del carbone nel ciclo produttivo del siderurgico tarantino, mentre al tempo stesso progetta e approva interventi identici per impianti siderurgici di sua proprietà in Europa, boicottando la decarbonizzazione a Taranto. Siamo ben oltre il paradosso.
A partire dalla scorsa primavera, il quadro è mutato ulteriormente coinvolgendo appunto DRI d’Italia. È stato infatti stralciato dal PNRR tale investimento, il che “pone di fatto in un limbo l’operatività della società”, ha detto Bernabè. “Il cronoprogramma (relativo a DRI d’Italia, ndr) era in linea con l’obiettivo di realizzare l’impianto di preridotto nei tempi previsti dal PNRR. La riformulazione del PNRR e la mancata indicazione di una forma di finanziamento sostitutiva ha costretto DRI d’Italia ad affidare al partner tecnologico selezionato solo la progettazione esecutiva dell’investimento e quindi non l’acquisto dei materiali per avviare concretamente la costruzione: ad oggi non abbiamo notizie in merito su come il governo abbia intenzione di procedere”. Questo ha poi comportato la decisione degli sponsor del progetto Hydra, coordinato dal RINA, che gode di un finanziamento di 88 milioni di euro del programma IPCEI Hy2Use approvato dalla Commissione Europea nel settembre 2022, di spostare da Taranto a Castel Romano (Roma) la realizzazione dello stesso. Che prevede, attraverso lo studio e l’impegno di 120 ingegneri, la realizzazione di una ‘mini acciaieria’ che sperimenterà l’utilizzo di idrogeno in ogni fase del ciclo di produzione dell’acciaio. La struttura, la cui costruzione terminerà entro il 2025, sarà composta da un impianto di riduzione diretta del minerale di ferro (DRI) attraverso l’utilizzo di H2 quale agente riducente e da un forno elettrico. L’impianto, a regime, avrà la possibilità di sperimentare la produzione di acciaio fino a sette tonnellate all’ora, con una significativa riduzione di CO2. Complessivamente, l’impianto che verrà realizzato a Castel Romano nell’ambito di Hydra sarà in grado di produrre fino a 10.000 tonnellate all’anno di acciaio green, una quantità sufficiente a realizzare la mission del progetto, che non è quello di generare volumi su scala industriale ma invece quello di offrire opportunità di ricerca e sviluppo su queste nuove tecnologie.
Tutto questo si innesta poi, sul vero vulnus di tutta questa vicenda, che Bernabé ha spiegato ancora una volta ai presenti, rimarcando come più volte negli ultimi anni ha evidenziato le criticità finanziarie dell’azienda. “Acciaierie d’Italia ha difficoltà ad accedere a forme di finanziamento di mercato perché, non avendo proprietà degli impianti e avendo l’accordo tra gli azionisti una durata limitata, il sistema bancario non affida la società, oppure l’affidamento bancario è molto limitato e ci consente di avere soltanto una minima flessibilità finanziaria, per una società a scadenza e che può andare in liquidazione a maggio del 2024”. “Parliamo di una società che ha oltre 3 miliardi di fatturato con un fabbisogno di circolante minimo pari a circa 2 miliardi, forse anche di più – ha aggiunto -. Lavorando senza finanziamento bancario, ha un giro di cassa autonomo, ma ad ogni giro di produzione la cassa si riduce la quantità di cassa che si può utilizzare per finanziare il circolante. Non potendo di fatto fallire, perché non ha finanziamenti bancari e avendo fornitori relativamente piccoli, la società si può spegnere per consunzione“. Il problema, ha spiegato ancora una volta Bernabé, non sussisteva fintanto che ArcelorMittal era azionista di maggioranza, in quanto “la società operava all’interno del sistema di cash pooling di ArcelorMittal. ArcelorMittal comprava le materie prime, le forniva ad Adi, vendeva il prodotto finito e quindi tutta la gestione del circolante avveniva all’interno del suo sistema. Nel momento in cui ArcelorMittal ha deconsolidato la propria partecipazione (siamo nel marzo 2021), la società ha dovuto provvedere autonomamente al finanziamento”. E quindi ad oggi non esiste nessuna società che finanzia Acciaierie d’Italia, se non in condizione minime come accaduto in questi anni.
Deconsolidamento (dovuto in gran parte a quanto accaduto dal settembre 2019 in poi) che ha di fatto posto la società in una sorta di limbo, visto che da un lato ArcelorMittal dichiarava non più strategico il sito di Taranto e dall’altro il socio pubblico restava con le mani legate non avendo alcuna gestione della fabbrica a causa degli accordi sottoscritti in precedenza. Una situazione paradossale per un’azienda di queste dimensioni che produce acciaio primario ancora oggi fondamentale per gran parte dell’economia italiana (dal settore meccanico a quello della conserviera), che ha comportato la mancanza di un azionariato forte disposto ad intervenire economicamente: ed è su questo aspetto che dovrebbe vertere il nuovo accordo a cui il governo starebbe lavorando con ArcelorMittal.
La situazione economica, ha rimarcato Bernabè, “si è aggravata nell’ultimo anno in modo rilevantissimo, perché il costo dell’energia è passato da 200-250-300 milioni di euro ad oltre 1 miliardo e 400 milioni. In parte, i provvedimenti del Governo hanno consentito di
fronteggiare il problema attraverso il decreto Imposta, ma l’onere di oltre 1 miliardo per una società che deve comprare materie prime oltre che ovviamente energia, e che gestisce un business sostanzialmente povero come quello dell’acciaio, non è sostenibile“. Di conseguenza, Adi nel corso del 2022 “ha accumulato un debito rilevante con i fornitori di energia. La crisi energetica ha determinato una una riduzione del finanziamento del circolante con la cassa generata autonomamente e questo ha costretto a ridurre i livelli produttivi e ha impedito di procedere all’emissione di ordini per la realizzazione dei nuovi impianti”.
A ciò si aggiunge quello che da oltre un anno è forse il problema maggiore, visti i suoi risvolti pratici: il servizio di fornitura del gas in regime di default per le società in difficoltà di cui beneficia attualmente l’ex Ilva (dopo la scadenza del 30 settembre la società ha ottenuto
una nuova proroga al 18 ottobre) è in scadenza. La società si trova in questa situazione dopo la sospensione del contratto di fornitura energetica con Eni, per la morosità di Acciaierie d’Italia. Il servizio di default scadrà a brevissimo, ha annunciato Bernabé. Dovrà quindi essere sostituito da una fornitura commerciale che però l’azienda non è in grado di sostenere economicamente, perché il fornitore chiede un “pagamento anticipato di 100 milioni di euro che la società non è in grado di fare, visto che nessuno si fiderebbe di una società che non ha risorse finanziarie a sufficienza. Si aprirebbe quindi un “rischio imminente di interruzione della fornitura di gas“.
Purtroppo il problema riguarda il fatto che ogni decisione da prendere sull’ex Ilva comporta tempi lunghissimi (a causa delle vicende giudiziarie, ambientali, sanitarie e societarie) che sono incompatibili con la realtà di un’industria, ha banalmente spiegato Bernabé. Per il presidente è urgente intervenire anche perché, se non si faranno interventi per la decarbonizzazione a Taranto, da gennaio 2026 lo stabilimento “dovrà acquistare i certificati verdi, che rappresentano costi insostenibili (il così detto decalage)”. Stiamo parlando di un extra costo pari a 200 euro a tonnellata di acciaio, visto che a partire dal 2027 le quote gratuite non ci saranno più. Questo significherà un aggravio di costi che l’azienda non potrà sostenere: il fattore tempo è infatti il peggior nemico in questo momento.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/07/26/ex-ilva-dieci-anni-trascorsi-invano/)
Il presidente di Adi Holding ha tuttavia sottolineato un paio di elementi positivi, almeno in minima parte, all’interno di quella che sembra essere una tempesta perfetta. Innanzitutto, l’intervento del Governo, tramite l’emendamento al decreto-legge “salva infrazioni”, che “risolve l’annoso problema dell’impossibilità di acquisto da parte del gestore degli asset industriali posti sotto sequestro giudiziario e in capo all’amministrazione straordinaria. Tale decreto consentirà in futuro, se non interverranno altre difficoltà, un finanziamento autonomo dell’impresa. Risolverà, nel momento in cui si realizzerà l’acquisto degli impianti, una delle ragioni per le quali le banche non finanziano Adi. Il problema è che parliamo di una prospettiva di lungo periodo; va negoziato l’acquisto, vanno verificate tutta una serie di condizioni anche di finanziamento dell’acquisto degli impianti, e non contribuisce a soddisfare le stringenti esigenze finanziarie della società nel brevissimo periodo”. Di fatto, stiamo parlando del nulla o quasi, visto che crediamo sia impossibile trovare un privato che accetti di acquistare degli impianti sotto sequestro giudiziario, a fronte di un decreto legge che potrebbe essere impugnato in qualsiasi momento davanti alla Corte Costituzionale dalla Procura di Taranto, come già avvenuto in passato per quanto concerne la questione legata all’esimente penale. Inoltre, come dichiarato dallo stesso Bernabé, si rischia di incorrere in una nuova, estenuante trattativa che partorirebbe l’ennesimo contratto farcito di cavilli di ogni tipo che andrebbero ad ingarbugliare una situazione già ora profondamente contorta e complessa. Positivi secondo Bernabè sarebbero anche “i negoziati che il governo ha avviato direttamente con il socio privato per verificarne la disponibilità a sostenere il piano di rilancio; negoziati che però per il momento non sono ancora arrivati a una conclusione. Bene fa il ministro Fitto a ingaggiare questa trattativa per avere finalmente visibilità sulle intenzioni di lungo periodo del socio ArcelorMittal. Non ho elementi per poter dire se avrà successo, ma è un tentativo che andava fatto. La società ha problemi urgentissimi che vanno affrontati immediatamente, destinandole i soldi che sono necessari a sopravvivere” ha aggiunto.
La verità però è sotto gli occhi di tutti. “I ritardi accumulati rendono molto incerto il futuro del sito – ha spiegato Bernabè – spetta agli azionisti, pubblico e privato, intervenire tempestivamente per garantire le risorse necessarie al rilancio. Spetta agli azionisti trovare la modalità di governance che garantisca un equilibrio tra le esigenze dei due soci. La società ha bisogno di risorse finanziarie adesso, domani mattina, non nei prossimi mesi. Noi non abbiamo più tempo, questo è il vero problema. Parliamo di un’azienda che ha bisogno di una flessibilità finanziaria di 2-2,5 miliardi di euro, mentre noi abbiamo avuto non più di 200 milioni di euro. Ecco perché l’amministratore delegato fa bene a sottolineare i risultati ottenuti in una situazione finanziaria di queste dimensioni. E’ altrettanto vero però che ci sono criticità come quelle evidenziate dai sindacati sul mancato pagamento dei fornitori, su cui cadono parte di questi problemi economici. Per parte mia ho cercato in ogni circostanza di rappresentare la natura delle difficoltà con cui la società si confronta; di descrivere il
percorso attraverso il quale si può arrivare a rendere compatibile la produzione di acciaio con la tutela dell’ambiente; di sollecitare tutti i soggetti interessati a una forte azione di sostegno per rendere possibile il perseguimento degli ambiziosi obiettivi che la società si è data e che la comunità di Taranto si aspetta. Di più non posso fare dati i limiti del mio ruolo. Per questa ragione ho messo a disposizione del Governo il mio mandato in modo da lasciare la più totale libertà per intervenire nelle forme e nei modi che riterrà opportuno”. Se non è una dichiarazione di resa, poco ci manca.
Vi risparmiamo, per decenza, gli interventi e le domande poste a Bernabé da parte dei deputati presenti oggi in commissione. Oltre a dimostrare un’assoluta non conoscenza della vicenda in essere e della fabbrica in sé e per sé (c’è chi leggendo dal cellulare ha parlato degli altiforni fermi leggendo testualmente “AF 2” invece di “AFO 2”), c’è chi scambia i recenti picchi di benzene con il benzoapirene (evidenziando ancora una volta con una certa libido l’ennesimo intervento o presunto tale della magistratura tarantina), o chi semplicemente chiede a Bernabé delle semplici opinioni in merito alla situazione dell’ex Ilva (facendo riferimento ad articoli di stampa come se vivessero su Marte, finanche tirando in ballo la realizzazione di un presunto rigassificatore), spingendo il presidente di Adi Holding a rimarcare ancora una volta la drammaticità dell’attuale situazione che in molti sembrano non comprendere, visto che sono loro stessi ad averla creata. Uno spettacolo francamente imbarazzante.
Quello che accadrà è di facile previsione. Se in tempi celeri non si arriverà ad un nuovo accordo con il privato (che di fatto vedrebbe un rafforzamento di quest’ultimo sull’azionariato rispetto al soggetto pubblico) o se non si otterrà il dissequestro degli impianti dell’area a caldo che cambierebbe del tutto le carte in tavola a cominciare dal poter ottenere nuovi finanziamenti bancari e quindi nuova liquidità, l’ex Ilva è già oggi una ex fabbrica perché il suo destino non potrà che essere quello di spegnersi definitivamente. Per questo, al di là di tutte le possibili ed eventuali trattative in essere, vogliamo ancora una volta porre l’accento su ciò che più conta o dovrebbe contare adesso, ovvero mettere a sicuro il futuro di migliaia di lavoratori e quindi di famiglie e quindi di un territorio intero. Lo abbiamo scritto decine di volte e lo ribadiamo ancora una volta: fossimo nel governo, nei sindacati, nei commissari straordinari di Ilva in AS e nell’azienda, parallelamente alle trattative in corso per capire in che modo uscire dalle sabbie mobili in cui si trovano attualmente, ci siederemmo attorno ad un tavolo per capire quali strumenti normativi utilizzare per evitare una dramma sociale di dimensioni abnormi. Il tempo delle chiacchiere, durato ben 11 anni, è finito.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/01/ex-ilva-il-futuro-non-e-adesso/)