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Potrebbe essere arrivato il momento della rinascita, o forse sarebbe meglio dire della sua effettiva nascita, per quanto riguarda l’invaso del Pappadai. L’invaso, costato circa 250 milioni di euro e pronto da oltre 25 anni è ma inutilizzato, ha alimentato per anni il paradosso della crisi idrica della nostra regione. Ora però, la variazione di bilancio utile a destinare 6 milioni di euro da parte della Regione Puglia dai fondi del Programma Operativo Complementare (POC) per il completamento della diga del Pappadai, che vanno ad aggiungersi ai due del Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, destina fondi che il consorzio di bonifica potrà utilizzare, procedendo alla gara d’appalto per arrivare ai collaudi e all’afflusso di acqua nell’invaso per l’agricoltura del tarantino e del Salento.

La notizia permette a Coldiretti Puglia di affermare che questo intervento finanziario “consentirà di mettere in funzione una delle più note incompiute della regione, un’opera iniziata 29 anni fa e mai finita, perché la Puglia non può più permettersi di perdere acqua con oltre il 57% del territorio a rischio desertificazione. La Diga del Pappadai è entrata nell’agenda di Governo e della Regione Puglia delle opere pubbliche da attenzionare, dopo il sopralluogo organizzato da Coldiretti Puglia con il sottosegretario di Stato all’Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra – ricordano dalla Coldiretti -. La tropicalizzazione del clima sottopone ormai ciclicamente – incalza Coldiretti Puglia – alla violenza di nubifragi e bombe d’acqua che si abbattono su un territorio fragile, dove l’incuria e la mancanza di opere di manutenzione ordinaria dei canali e delle reti di scolo aggravano la situazione. Serve un piano organico pluriennale per gli interventi di manutenzione straordinaria, al fine di non gravare di oneri impropri i consorziati, già colpiti sia patrimonialmente che nella formazione del reddito, in considerazione dei ripetuti danni subiti, a causa della mancata manutenzione delle strutture di bonifica e che realizzi investimenti in infrastrutture irrigue e, soprattutto, avvii fattivamente interventi di manutenzione straordinaria degli impianti irrigui collettivi, pozzi compresi e delle reti di distribuzione di acqua potabile nelle aree rurali”. Di fronte al cambiamento climatico per la Coldiretti “è necessario realizzare un piano invasi per contrastare la siccità ed aumentare la raccolta di acqua piovana oggi ferma ad appena l’11%: insieme ad Anbi e soggetti pubblici e privati abbiamo pronti una serie di interventi immediatamente cantierabili che garantiscono acqua per gli usi civili, per la produzione agricola e per generare energia pulita. Un intervento necessario – continua Coldiretti – anche per raggiungere l’obiettivo della sovranità alimentare con l’aumento della produzione Made in Italy, la riduzione della dipendenza dall’estero e la fornitura di prodotti alimentari nazionali di alta qualità e al giusto prezzo. Gli agricoltori sono impegnati a fare la propria parte per promuovere l’uso razionale dell’acqua, lo sviluppo di sistemi di irrigazione a basso impatto e l’innovazione con colture meno idro-esigenti, ma non deve essere dimenticato che l’acqua è essenziale – conclude Coldiretti – per mantenere in vita sistemi agricoli senza i quali è a rischio la sopravvivenza del territorio, la produzione di cibo e la competitività dell’intero settore alimentare”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/03/16/la-pietra-in-visita-alla-diga-pappadai/)

Pochi sanno però, o forse non ricordano, che la vicenda dell’invaso Pappadai è legata, suo malgrado, anche al siderurgico tarantino ex Ilva. Nel 1994 fu finanziata, e successivamente realizzata con lavori ultimati nel 1997, la condotta che doveva portare le acque affinate degli impianti reflui civili dei depuratori Gennarini e Bellavista allo stabilimento siderurgico di Taranto, per essere utilizzate nei processi di raffreddamento degli impianti. In tal modo si sarebbe evitato il prelievo per usi industriali delle acque del Sinni, liberando una portata d’acqua pari a 250 litri al secondo. A valle di questa condotta fu installato un impianto di super affinamento per rendere le acque idonee all’uso industriale. L’AIA rilasciata all’ex Ilva il 4 agosto del 2011, recependo le indicazioni della Regione Puglia, aveva prescritto all’azienda l’uso dei reflui depurati ed affinati provenienti dai depuratori Gennarini e Bellavista in luogo delle acque del Sinni attualmente impiegate per il suo processo produttivo. Come abbiamo ampiamente documento in questi 20 anni, il progetto non è mai andato a compimento per diverse ragioni (venendo definitivamente bocciato dal Cis Taranto nel 2020, a fronte di investimento pari a 14 milioni di euro che però avrebbe visto la luce soltanto in un decennio). Bloccando di fatto anche l’utilizzo dall’invaso Pappadai (costruito tra il 1994 ed il 1997 in pietrame con manto, con una quota di massimo invaso di 108,5 metri sul livello del mare). Perché proprio le acque del Sinni, per 20 miliardi di litri di acqua, sarebbero dovute affluire all’interno dell’invaso per essere utilizzate per uso potabile e irriguo e una volta ultimato avrebbe servito l’Alto Salento, ancora oggi irrigato in gran parte con pozzi e autobotti. Tanto è vero che l’invaso, situato nell’isola amministrativa di Taranto tra Monteparano e Fragagnano, è stato occasionalmente riempito con le acque del Sinni per consentirne il collaudo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/11/16/ex-ilva-naufraga-il-progetto-delle-acque-reflue/)

Ed è in tale contesto (le coincidenze sono fin troppe) s’inserisce anche il progetto dell’Acquedotto Pugliese di realizzare un dissalatore sul fiume Tara in provincia di Taranto. Il dissalatore è stato infatti pensato per far sì che i reflui dei depuratori Gennarini-Bellavista (sull’impianto sempre AqP ha deliberato la scorsa primavera interventi pari a 55,8 milioni di euro per il potenziamento dell’attività di depurazione dell’impianto e per la realizzazione, nel medesimo impianto, di serre solari per il trattamento dei fanghi, mentre la condotta sottomarina a servizio del depuratore di Taranto Gennarini dovrebbe entrarein esercizio a giugno 2025, a conclusione dei lavori che dovranno partire nella primavera 2024) vengano affinati e utilizzati dagli agricoltori (invece che rilasciati in mare come accade ancora oggi) ed allo stesso tempo garantire l’acqua necessaria al siderurgico ex Ilva per raffreddare gli impianti (visto che lo stesso preleva da sempre ingenti quantitativi di acqua dal fiume Tara per il raffreddamento degli impianti pari a 36 milioni di metri cubi l’anno oltre che dal Sinni anche se in forma minore e dal Mar Piccolo) ed ampliare la quantità di acqua potabile per i cittadini pugliesi delle province di Taranto, Brindisi e Lecce.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/29/ce-lok-alla-bonifica-dellarea-gennarini/)

Dissalatore sul cui progetto (proprio lo scorso mese Acquedotto Pugliese ha aggiudicato l’appalto integrato da 90 milioni di euro, di cui 27 arriveranno dal PNRR, per la progettazione e la realizzazione dell’impianto, scegliendo la proposta tecnica da un raggruppamento d’imprese guidato dalla Cisa spa di cui fanno parte Suez Italy, Suez International, Edil Alta ed Ecologica spa, con un gruppo di progettazione guidato da Ai Engineering con Consorzio Uning e Suez Italy) permangono ancora diversi dubbi. Come quelli espressi nei mesi scorsi dalla Commissione VIA VAS del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (all’interno dell’iter sulla valutazione dei progetti presentati in relazione al finanziamento da 800 milioni del Just Transition Fund, da cui quello del dissalatore è stato escluso), da ARPA Puglia (che ha effettuato un monitoraggio d’indagine condotto per un periodo di dodici mesi in due punti lungo l’asta fluviale del fiume Tara), sino ad arrivare alle criticità segnalate da Legambiente.

Attualmente, in relazione al progetto del dissalatore, si è ancora allo studio di fattibilità, non c’è un procedimento autorizzatorio incardinato. Quando e se sarà avviato, il progetto del dissalatore dovrà essere sottoposto a screening di assoggettabilità alla Valutazione di Impatto Ambientale e procedere con il classico iter. E’ stato presentato un piano di indagini preliminari del suolo e del sottosuolo (prima dell’eventuale caratterizzazione su cui ARPA si è espressa lo scorso anno) ma che ad oggi non è dato sapere se sia stato o meno eseguito.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/09/06/dissalatore-il-tara-ha-scarsa-qualita-ecologica-1/)

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