«Al cuore Ramón. Se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore», gridava Clint Eastwood a Gian Maria Volonté nel 1964 sui grandi schermi che proiettavano “Per un pugno di dollari”, consacratore degli spaghetti western; cioè i film western per così dire “all’italiana”. Sono passati (quasi) sessant’anni dal primo atto della Trilogia del Dollaro di Sergio Leone; quando al regista trasteverino apparve l’illuminazione di affidare la colonna sonora di “Per un pugno di dollari” al Maestro Assoluto Ennio Morricone. Un altro mondo. Un’altra Italia; un’Italia bellissima. Forse l’Italia migliore che ci sia mai stata. La Roma più bella di sempre, senza carbocrema* né treno veloce per Milano. Che amarezza; quale incompiutezza scrivere di un passato incognito.
Da quel momento la storia della musica e del cinema cambiarono per sempre, in un sodalizio artistico che ha cosparso i volti degli italiani di commozione tante volte, fino al giorno del giudizio degli Academy Award 2016. Fu in quell’occasione che, finalmente, il compositore italiano vinse un Oscar “vero”; distante da quello “alla carriera” del 2007, come riconoscimento del pregevole lavoro portato al cinema con la sinfonia che tessé le immagini di “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino. Della serie: non è mai troppo tardi. «Al cuore», brutalmente, violentemente, inaspettatamente: così hanno sparato i Calibro 35 (nomen omen) durante il concerto di giovedì 9 novembre al Teatro Fusco di Taranto, nella prima delle tre serate musicali del Cinzella Festival d’Inverno, seguite da Lucio Corsi e Micah P. Hinson, rispettivamente il 10 e l’11 novembre presso Spazioporto.
Un concerto di musica difficile lo “Scacco al Maestro” proposto dai Calibro 35; sia ben chiaro. Ennio Morricone, fino a quando il Cielo gli diede la vita, registrò dozzine di sold out all’anno – come dimenticare i suoi mitologici concerti estivi alle Terme di Caracalla – ma era pur sempre Ennio Morricone; un nome da spuntare sul taccuino dei mostri sacri da vedere dal vivo. I Calibro 35, invece, sono un progetto musicale estremamente tecnico, prodotto dal genio di Tommaso Colliva, che negli ultimi anni si è rivelato fra i maggiori playmaker musicali italiani non tanto in senso “industriale”, quanto qualitativo. Ad ogni modo, il proscenio del Fusco si è intriso di innumerevoli commistioni, al punto da rapire gli spettatori appesi all’incipiente sorpresa del prossimo film “da suonare”. Non tanto per chi c’era, quanto per gli assenti, al fine di fornire un’idea sommaria di quanto si è dibattuto al Fusco, è sufficiente riferire che pare sia vietato l’ingresso ai musicisti “normodotati” nella compagine dei Calibro 35. Rientrare nella categoria dei polistrumentisti virtuosi è il requisito minimo d’accesso alla band, affinché le mani scivolino agevolmente sugli spartiti di Morricone, sapientemente tradotti con sonorità da brivido per l’intera prestazione.
L’odissea di strumenti che si sono avvicendati sul palcoscenico ha garantito una solennità orchestrale sin dal sipario, in una scaletta che ha spaziato notevolmente su diversi generi compositivi sperimentati dal Maestro e approfonditi dallo studio certosino dei Calibro 35. Non solo i film di Leone zeppi di incursioni armoniciste e suspense si sono materializzati fra chitarre distorte e intrecci di percussioni eclettiche, anzi, uno dei momenti più Pop è stato raggiunto con l’esecuzione di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (Elio Petri, 1970). L’alta qualità dello spettacolo si è espressa attraverso i musicisti Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini, Paolo Ranieri, Sebastiano De Gennaro, Alessandro Trabace e Roberto dell’Era, con la voce della cantante Serena Altavilla.
Una lucida follia totale è balzata fuori dalla band meneghina, con salti continui fra ritmiche ’70 e ’80, tale da porre in condizione umilmente servile l’ascoltatore. Quella perorata dai Calibro 35 è l’esibizione più “tecnica” svoltasi a Taranto nel 2023, insieme al concerto del batterista Virgil Donati. L’idea di riprendere le colonne sonore “poliziottesche” e adeguarle a un’idea di band camaleontica, non spiega da sé il tenore dell’esibizione. Infatti, le contaminazioni musicali sono state sospinte dal Prog Rock al Funk e al Jazz, su un canovaccio che non ha mai esitato nello svelare i suoi classicismi. Straordinario, infatti, il massiccio uso dei sintetizzatori, che hanno filtrato i suoni dei cordofoni e delle tastiere partendo dalle memorie clavicembalistiche e giungendo alle più atroci psichedelie intergalattiche, quanto le citazioni rumoriste in contrappunto alle registrazioni vocali di Morricone.
Nonostante l’altissimo livello del concerto, anche i Calibro 35 sembrano essere cascati in un tranello che sta affliggendo la musica contemporanea. L’Italia non è pronta per accettare in altrui vesti le timbriche di Mina, Mia Martini, Gino Paoli, Ornella Vanoni e altri superdotati delle corde vocali che hanno costruito la Leggera del Novecento. Ci è passato Tiziano Ferro, indiscutibilmente una gran voce, durante un Festival di Sanremo di qualche anno fa con “Almeno tu nell’universo”, pentendosene amaramente. E i canali radio avrebbero continuato a vivere in totale tranquillità senza l’interpretazione di Nek del brano “Se telefonando”, così come il concerto dei Calibro 35 sarebbe stato semplicemente “perfetto” senza l’impellenza di voler scavalcare a tutti i costi i cancelli dell’etereo. Quando Mina incise il guizzo artistico di Maurizio Costanzo, Ghigo De Chiara ed Ennio Morricone, aveva 26 anni ed era il 1966. E lei era già Mina. Le due canzoni testé menzionate insieme a brani come “Il cielo in una stanza” o “L’Appuntamento”, solo per fare due esempi afferenti agli artisti appena riportati, hanno bisogno di riposare ancora per una cinquantina d’anni prima di poter essere nuovamente metabolizzate dallo spirito italiano.

La musica italiana che ha fatto la storia del secolo scorso va trattata con la stessa delicatezza con cui si dovrebbe immaginare una “nuova musica classica”, al pari dei pentagrammi “di scena” inzaccherati dalle fatiche del Maestro, che se fosse nato un paio di centinaia di anni addietro, sarebbe stato arruolato come operista a pieno titolo. “Se telefonando” è un capolavoro e i capolavori non vanno toccati fin quando non richiedono di propria sponte interventi di restauro. La cantante dei Calibro 35, Serena Altavilla, si è fatta comunque apprezzare sui vocalizzi molto complessi che hanno prontamente arricchito e limato il sound degli strumentisti su diversi brani, in una serata che ha confermato l’alto tenore culturale del Cinzella Festival, nonostante l’incomprensibile lontananza dal sold out, registratasi con alta probabilità non per errori di regia quanto “di sceneggiatura”. Di certo, l’immagine di Enrico Gabrielli letteralmente fuso con la musica che interpretava, sino ad abbandonare le tastiere e i fiati per “dirigere” i Calibro 35 come una vera e propria orchestra, resterà affissa alle pareti del Fusco per l’eternità; per l’eternità che è una storia – una storia d’amore con la musica.
*“Carbocrema” è un neologismo ancora assente dal Vocabolario Treccani. Per fortuna.
**Per tutte le fotografie presenti nell’articolo si ringrazia Franzi Baroni

