Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha finalmente pubblicato sul proprio sito istituzionale l’elenco delle aree presenti nella proposta di Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), che individua le zone dove realizzare in Italia il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco Tecnologico, al fine di permettere lo stoccaggio in via definitiva dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività. La Carta è stata elaborata dalla Sogin, sulla base delle osservazioni emerse a seguito della consultazione pubblica e del Seminario nazionale condotti dopo la pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), e approvata dall’Ispettorato nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (Isin). La Carta Nazionale delle aree idonee individua 51 zone i cui requisiti sono stati giudicati in linea con i parametri previsti dalla Guida tecnica Isin, che recepisce le normative internazionali per questo tipo di strutture. Tra queste vi è l’area tra Laterza e Matera, che riguarda anche la provincia di Taranto.

A seguito di questa pubblicazione e come indicato dal D.lgs. n.31/2010 e dalle modifiche introdotte dal D.L.n.181/2023, gli enti territoriali le cui aree non sono presenti nella proposta di CNAI, nonché il Ministero della difesa per le strutture militari interessate, possono entro trenta giorni dalla pubblicazione della Carta, presentare la propria autocandidatura a ospitare il Deposito nazionale e il Parco tecnologico e chiedere al MASE e alla Sogin di avviare una rivalutazione del territorio stesso, al fine di verificarne l’eventuale idoneità. Possono inoltre presentare la propria autocandidatura, entro lo stesso termine, anche gli enti territoriali le cui aree sono presenti nella proposta di CNAI.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/01/05/deposito-nucleare-anche-taranto-tra-aree-idonee/)

Un problema che attende una soluzione da decenni

Dunque, a quasi due anni da quel 5 gennaio 2021, quando il ministero dell’Ambiente e il ministero dello Sviluppo Economico dopo ben cinque anni rilasciarono il nulla osta alla Sogin (Società Gestione degli Impianti Nucleari) per la pubblicazione della CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, il progetto preliminare e tutti i documenti correlati alla realizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e del Parco Tecnologico, che di fatto dovrebbe scrivere la parola fine sui rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività. La pubblicazione della Cnapi dette il via alla fase di consultazione dei documenti, all’esito della quale seguì il seminario nazionale. Un dibattito pubblico vero e proprio durato diversi mesi, che ha visto la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere. In base alle osservazioni e alla discussione nel Seminario Nazionale, Sogin ha aggiornato nuovamente la Cnapi, che è stata nuovamente sottoposta ai pareri del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’ente di controllo Isin, del Ministero dell’Ambiente e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. In base a questi pareri, il Ministero dello Sviluppo Economico ha poi convalidato la versione definitiva della Carta, ovvero la Cnai, la Carta Nazionale delle Aree Idonee. La Cnai è quindi il risultato dell’aggiornamento della Cnapi sulla base dei contributi emersi durante la consultazione pubblica. La stessa Sogin ha inviato la proposta di CNAI al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) il 15 marzo 2022. Acquisito il parere tecnico dell’ente di controllo, l’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (ISIN), il 13 dicembre 2023 il MASE ha pubblicato sul proprio sito l’elenco delle aree presenti nella proposta di Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI).

Finalmente è stato messo un punto fermo su una vicenda che ha davanti a se ancora diversi anni prima di giungere ad una soluzione definitiva. Sono infatti decenni che l’Italia pianifica la realizzazione di un deposito nazionale temporaneo ad alta sicurezza in cui riunire i materiali radioattivi meno pericolosi che l’Italia continua a produrre ogni anno (per i materiali più pericolosi è molto probabile che si ricorrerà ad un deposito sotterraneo consortile fra più Paesi europei). Nel febbraio 2003, durante il governo Berlusconi 2, il colonnello Carlo Jean, presidente della SO.G.I.N. (2002-2006), venne nominato Commissario Delegato per la messa in sicurezza dei materiali nucleari, carica che ha ricoperto fine al dicembre 2006. Fu lui ad avviare la procedura per costruire un deposito sotterraneo, definitivo, geologico per rifiuti ad altissima radioattività la cui collocazione venne individuata nel sottosuolo salino della piana di Metaponto, in provincia di Matera, presso il comune di Scanzano Ionico, località Terzo Cavone. Come si ricorderà vi fu una sollevazione popolare per diverse settimane, una protesta (che precedette le più recenti in Val di Susa per la Tav e nel Salento per il gasdotto Tap) che spinse il governo di allora e molti altri ad accantonare il progetto di un deposito nazionale. Passarono altri sette anni: il 15 febbraio del 2010 venne emanato il Decreto legislativo n. 31 “Disciplina dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché benefici economici, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99”, che stabiliva l’avvio della procedura per la localizzazione, costruzione ed esercizio del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e Parco Tecnologico. In quel decreto, gli articoli 25, 26 e 27 individuavano la Sogin come il soggetto responsabile della localizzazione, realizzazione e dell’esercizio del Deposito Nazionale destinato allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi e del Parco Tecnologico. 

Dopo altri quattro anni, nel 2014vengono resi noti i 28 criteri previsti nella Guida Tecnica n. 29 dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) elaborati sulla base degli standard dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che definiva una proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico, proponendone contestualmente un ordine di idoneità sulla base di caratteristiche tecniche e socio-ambientali delle suddette aree, nonché un progetto preliminare per la realizzazione del Parco stesso. I criteri dell’ISPRA parlavano di luoghi poco abitati, con una sismicità modesta, senza la presenza vulcani né rischi di possibili frane e alluvioni. Non a quote troppo elevate (non oltre i 700 metri sul livello del mare) o su pendenze eccessive. Né troppo vicine al mare. Non adiacenti ad autostrade e ferrovie, ma abbastanza vicine alle stesse per poter essere raggiunte dai carichi di materiale da stoccarvi. Ma tra le maglie dei criteri, in particolare uno, il numero 11, rischia di ridurre al lumicino la possibilità di scelta finale: ovvero si consiglia di “valutare con attenzione le zone con produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico“. Che in Italia sono praticamente ovunque. Il 2 gennaio 2015 la Sogin consegnò la Cnapi in via ufficiale: ma subito dopo la questione scomparve dai radar. In anni e governi diversi sono stati tanti i ministri che ne annunciavano l’imminente pubblicazione senza però mai compiere il passo decisivo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2018/04/16/cnapi-ispra-deposita-relazione-dove-finiranno-i-rifiuti-nucleari/)

Che cos’è il Deposito Nazionale?

Sarà un’infrastruttura ambientale di superficie che permetterà di sistemare definitivamente in sicurezza i rifiuti radioattivi, oggi stoccati all’interno di decine di depositi temporanei presenti nel Paese, prodotti dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti nucleari e dalle quotidiane attività di medicina nucleare, industria e ricerca. Il Deposito Nazionale sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Insieme al Deposito Nazionale verrà realizzato il Parco Tecnologico, centro di ricerca applicata e di formazione nel campo del decommissioning nucleare, della gestione dei rifiuti radioattivi e della radioprotezione, oltre che della salvaguardia ambientale. Il Parco Tecnologico rappresenterà una reale integrazione con il sistema economico e di ricerca, contribuendo ulteriormente allo sviluppo sostenibile del territorio nel quale sorgerà. Il Deposito Nazionale secondo il progetto iniziale sarà integrato con il territorio, anche dal punto di vista paesaggistico. Infatti, una volta completato il riempimento, sarà ricoperto da una collina artificiale, realizzata con materiali impermeabili, che costituirà un’ulteriore protezione, prevenendo anche eventuali infiltrazioni d’acqua. Tale copertura dovrebbe armonizzare anche visivamente il Deposito con l’ambiente circostante, mediante un manto erboso. Il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico sarà costruito all’interno di un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al Deposito e 40 al Parco Tecnologico. Per un costo, calcolato anni addietro, di oltre 1,5 miliardi di euro.

Quali caratteristiche tecniche avrà?

Il Deposito Nazionale sarà costituito da una struttura con barriere ingegneristiche e barriere naturali poste in serie per il contenimento della radioattività, progettata sulla base delle migliori esperienze internazionali e secondo gli standard IAEA (International Atomic Energy Agency) e dell’ente di controllo ISIN (ex ISPRA). Le barriere ingegneristiche di protezione saranno realizzate con specifici conglomerati cementizi armati, garantiti per confinare la radioattività dei rifiuti per il tempo necessario al suo decadimento a livelli paragonabili agli intervalli di variazione della radioattività ambientale. Nel dettaglio, all’interno di 90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle, verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con i rifiuti radioattivi già condizionati, detti manufatti. Nelle celle verranno sistemati definitivamente circa 78.000 metri cubi di rifiuti a molto bassa e bassa attività. Una volta completato il riempimento, le celle saranno ricoperte da una collina artificiale di materiali inerti e impermeabili, che rappresenterà un’ulteriore protezione e permetterà un’armonizzazione dell’infrastruttura con l’ambiente circostante. In un’apposita area del deposito, sarà realizzato un complesso di edifici idoneo allo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività, che resteranno temporaneamente al Deposito, per poi essere sistemati definitivamente in un deposito geologico. Le barriere ingegneristiche del Deposito Nazionale e le caratteristiche del sito dove sarà realizzato dovranno garantire l’isolamento dei rifiuti radioattivi dall’ambiente per oltre 300 anni, fino al loro decadimento a livelli tali da risultare trascurabili per la salute dell’uomo e l’ambiente.

Quali i rifiuti da stoccare

Da dove arrivano i rifiuti radioattivi

Come detto, il deposito sarà destinato solo allo “smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività” (secondo quanto previsto dal d.lgs. 31 del 2010). Si tratta di reagenti farmaceutici, mezzi radiodiagnostici degli ospedali e terapie nucleari, radiografie industriali, guanti e le tute dei tecnici ospedalieri, controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche, il torio luminescentedei vecchi quadranti degli orologi. Ci sono anche i parafulmini e i rilevatori di fumo che lampeggiano sul soffitto di cabine di nave e camere d’albergo contengono americio radioattivo. In totale circa 78 mila metri cubi di rifiuti la cui radioattività decade a valori trascurabili nell’arco di 300 anni – 50mila dei quali arrivano dagli impianti nucleari italiani in via di smantellamento, e altri 28mila arrivano dall’attività di ricerca scientifica, dalla medicina nucleare(dalle lastre in su) e dall’industria. Sul totale di 78mila metri cubi circa 33mila sono già stati prodotti, mentre i restanti si stima verranno prodotti nei prossimi 50 anni. Inoltre, sempre secondo il progetto iniziale, il Deposito doveva essere operativo entro il 2025 (con l’avvio dei lavori previsto addirittura nel 2021), termine entro il quale l’Italia dovrà riprendersi i rifiuti stoccati in Francia: 235 tonnellate di combustibile nucleare utilizzato negli impianti nucleari italiani, di cui 64 elementi di combustibile presenti ancora oggi nel deposito Avogadro di Saluggia (Vc) della Deposito Avogadro spa. Spedizione che secondo gli accordi sottoscritti negli anni passati, sarebbe dovuta terminare entro il 2015. Ma il combustibile da inviare all’estero, quello non ancora processato e che dopo il trattamento diventa rifiuto radioattivo, è presente anche in altri siti: ci sono 1,7 tonnellate all’Itrec di Rotondella (Matera) e 0,7 tonnellate presso il centro di ricerca di Ispra (Varese).

Quali le aree individuate. E il no ribadito dalla Regione Puglia

La maggior parte dei siti si trova fra Lazio e Basilicata. Ben 21 sulle 51 totali, cioè il 41%, sono individuate nella provincia di Viterbo. In territorio lucano le aree potenzialmente idonee indicate nell’elenco sono invece 14, di cui 4 a cavallo tra Basilicata e Puglia (due tra Matera e Laterza e altre due tra Matera e Altamura). A seguire, la Sardegna con 8 siti tra le province di Sud Sardegna e Oristano, poi il Piemonte con 5 opzioni tutte nei pressi di Alessandria, la Sicilia con due siti in provincia di Trapani e infine la Puglia con un sito interamente nel suo territorio, a Gravina.

Inizialmente erano 67 i luoghi potenzialmente idonei (non tutti equivalenti tra di essi ma presentano differenti gradi di priorità a seconda delle caratteristiche). Ed erano il risultato di un complesso processo di selezione su scala nazionale svolto da Sogin in conformità ai criteri di localizzazione stabiliti dall’Isin (l’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, ovvero l’ex Dipartimento Nucleare dell’ISPRA), che aveva permesso di scartare le aree che non soddisfacevano determinati requisiti di sicurezza per l’uomo e l’ambiente. Ai criteri di esclusione erano seguiti quelli di approfondimento, attraverso indagini e valutazioni specifiche sulle aree risultate non escluse. La mappa del deposito da costruire, conteneva diversi colori: verde smeraldo (punteggio più alto), verde pisello (buono), celeste (isole) e giallo (zone possibili ma meno adeguate). Dovrà contenere rifiuti situati in oltre venti diverse zone in Italia. Ne emergeva una mappa di 23 zone verdi: due aree selezionate in provincia di Torino, 6 nella provincia di Alessandria, un’area a Siena e una a Grosseto. Molto interessata la provincia di Viterbo con 7 aree idonee; la zona a cavallo tra le Murge e la provincia di Matera è molto coinvolta:  un territorio in provincia di Bari, due vaste aree tra Bari e Matera, una nella provincia di Matera e altre due zone ampie fra Matera e Taranto. Delle 23 aree verdi 11 presentavano un gradimento meno alto di color verde pisello, ma 12 avevano avuto votazioni più alte e colore verde smeraldo:  due aree in provincia di Torino, 5 a Viterbo e 5 in provincia di Alessandria, dove 2 di queste hanno conseguito pieni voti con lode. Nella prima selezione di 67 aree idonee erano entrate, ma ottenendo una votazione molto bassa celeste o gialla, anche alcune zone in provincia di Potenza e nelle due grandi isole Sicilia (in provincia di Caltanissetta, Trapani e Palermo) e la Sardegna (4 aree idonee in provincia di Oristano e 10 nella provincia del Sulcis, tutte sulle ondulazioni che circondano il Campidano). La Sardegna non è ricompresa nella Cnapi.

L’assessore regionale all’Ambiente, Maraschio

“Il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato l’elenco delle aree idonee alla localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, una pubblicazione che serve ad avviare la procedura di auto candidatura di siti non rientranti nelle lista stilata dalla Sogin. Tale elenco presenta 51 siti di cui 5 ricadenti nel territorio pugliese. Una lista che, riguardo i siti pugliesi, si basa su dati non corretti e datati. Come abbiamo già espresso nella procedura di osservazioni alla Carta dei siti idone, la Puglia è categoricamente contraria a ospitare la sede del deposito nazionale di rifiuti radioattivi”. Sono le parole pronunciate ieri da Anna Grazia Maraschio, assessora all’ambiente della Regione Puglia, che prosegue: “Questa nostra posizione di contrarietà è stata già ufficializzata dal consiglio regionale e si fonda su studi tecnici e scientifici condotti insieme a università, enti di ricerca, enti locali, agenzie regionali, associazioni e ordini professionali, già portati a conoscenza della Sogin e del Governo.  Inoltre, nell’area fra Gravina in Puglia, Altamura e Laterza vengono prodotti nove alimenti e undici vini a denominazione controllata e protetta. Lavorano 600 produttori del biologico e 270 aziende zootecniche. È chiaramente impensabile che possa ospitare un deposito di rifiuti radioattivi”. Sempre nella giornata di ieri, l’assessora Maraschio ha promosso un incontro a cui hanno partecipato i Comuni di Altamura, Gravina in Puglia e Laterza (i cui territori sono interessati da questo elenco) il Presidente del parco nazionale dell’Alta Murgia e il consigliere Francesco Paolicelli, per analizzare la situazione e adottare una linea comune per contrastare un’ipotesi che non si coniuga con le caratteristiche geomorfologico, idrogeologiche e di sviluppo sostenibile del territorio murgiano. Tutti hanno manifestato la loro contrarietà alla conferma dei 5 siti pugliesi tra le 51 aree ritenute potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e hanno deciso di convocare a breve una conferenza stampa aperta ai consiglieri comunali dei tre Comuni, ai consiglieri regionali e ai parlamentari pugliesi.

La strategia alternativa del ‘brown field’

Qualora tutto questo non dovesse mai vedere la luce, c’è la possibilità che si scelga di seguire la strada indicata dalla così detta strategia del ‘brown field’, ovvero la trasformazione degli attuali siti in depositi di sé stessi, rispetto alla realizzazione di quello nazionale. Ciò significherebbe che le scorie resterebbero dove sono, ossia nelle quattro ex centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta) e negli impianti del combustibile di Saluggia (Vercelli), Bosco Marengo (Alessandria), Casaccia (Roma) e Rotondella (Matera). Certamente nella discussione con i territori, peserà non poco il fattore economico. Già oggi sono diversi i comuni italiani che ottengono ristori in virtù del fatto che ospitano le scorie delle vecchie centrali nucleari spente, dei reattoridismessi, delle istallazioni di materiali radioattivi. La ripartizione dei fondi viene decisa ogni anno dal CIPE (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che due anni fa ha cambiato il nome in CIPESS (perché è stata aggiunta la dicitura oramai di moda dello sviluppo sostenibile). Gli ultimi dati del censimento dell’ispettorato sulla sicurezza nucleare Isin in nostro possesso riguardano le delibere di ripartizione delle compensazioni atomiche per gli anni 2018 e 2019, per una settantina di comuni aventi diritto: 29,59 milioni tra l’annualità 2018 (14.978.103 euro) e il 2019 (14.620.313 euro). Le variazioni dipendono dalle quantità dei rifiuti nucleari che varia con il tempo (come detto una parte della radioattività decade nel tempoe) ma anche con gli spostamenti dei materiali contaminati e con i processi di ritrattamento.

Inoltre, i ritardi accumulati nella pubblicazione della Cnapi hanno portato la Corte di giustizia Ue, l’11 luglio 2019, ad accogliere il ricorso della Commissione europea contro l’Italia. Si tratta della procedura di infrazione aperta ad aprile 2016 dalla Commissione contro Italia, Austria e Croazia, che avevano trasmesso solo le bozze dei loro programmi, e non quelli definitivi, entro il termine previsto del 23 agosto 2015, indicato dalla direttiva 2011/70/Euratom del 2011. In seguito al parere motivato inviato dall’Italia a Bruxelles, la Commissione aveva fissato un nuovo termine a luglio 2017, anche questo disatteso. Da qui la decisione della Corte, che però non ha previsto sanzioni economiche. Cosa che però potrebbe accadere presto, in caso la Commissione europea deferisse ancora l’Italia. L’impressione è che ci vorranno ancora molti anni per scrivere la parola fine a tutta questa storia.

 

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