A cura di Fabiola De Lorenzo  (archeologa) – Nelle didascalie dei musei non è insolito leggere le parole “falso” e “copia”. Cerchiamo allora di riassumere, davvero in breve un argomento che, per le varie sfaccettature che potrebbe assumere, risulta abbastanza complesso.

Secondo il dizionario della lingua italiana, per “falso” si intende tutto ciò che sostanzialmente non è vero, ma è creduto o si vuol far passare per veritiero. Infatti, la falsificazione o contraffazione è l’imitazione dolosa di opere d’arte e reperti archeologici, in questo caso, realizzati con la precisa intenzione di ingannare circa l’autore e l’epoca della sua esecuzione. Ovviamente, Il motivo principale di questo imbroglio è senza dubbio l’immissione sul mercato ai fini di lucro.

Solo le analisi archeometriche ad esempio, volte proprio ad accertare l’autenticità del ritrovamento, hanno permesso di individuare tra i reperti tarantini, una copia di età moderna di Epichysis apula (una sorta di brocca a collo alto), attribuita al pittore della bottega del Louvre.

Il concetto del falso d’arte coincide però spesso con quella delle copie e delle repliche. Ma né le copie né le repliche hanno finalità fraudolente. La copia, che può essere l’imitazione fedele di una determinata opera originale, potrebbe essere utilizzata come mezzo per far circolare opere originali apprezzate dal pubblico, oppure come una ripetizione del maestro o autore, che rappresenta un modello o prototipo.

Per esempio, buona parte delle opere della scultura greca, è andata perduta. Alla mancanza degli originali hanno supplito le copie romane, che hanno fornito una conoscenza sugli artisti maggiori dell’epoca. È questo un caso, fra tanti, della “testa di Eracle”, custodita nel museo archeologico  tarantino. La testa datata tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., unica parte conservata di una statua in marmo bianco, rappresenta un tipo di atleta maturo. La posizione della testa leggermente inclinata indica che la figura doveva verosimilmente essere seduta, e alcune tracce sotto il mento fanno ipotizzare che si posasse sulla mano chiusa a pugno. Lo stile e la posa della testa hanno fatto ipotizzare che si tratti di una copia della colossale statua raffigurante “Eracle seduto” di Lisippo, realizzato nel IV secolo a.C. per Taranto, città molto devota ad Eracle, e che venne presa dopo la conquista romana, come bottino di guerra da Quinto Fabio Massimo ed esposta in Campidoglio a Roma dopo il 209 a.C.

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