In Wonka, il film di Natale 2023 più visto (ha superato anche Wish a marchio Walt Disney), ci sono le frasi da Bacio Perugina: “Tutte le cose belle a questo mondo sono cominciate con un sogno” (all’inizio) – “Il segreto non è il cioccolato ma le persone con cui lo condividi” (alla fine) e le brutalità della nostra società: una neonata abbandonata, la corruzione della Chiesa e della Polizia (i soldi che comprano tutto), il lobbismo (tre grandi aziende che si alleano per schiacciare la piccola imprenditoria) del capitalismo sfrenato, il riccone che non riesce a pronunciare la parola povertà tanto la disprezza, i monaci cioccolatizzati (peccatori e corrotti), un funerale interrotto da una telefonata, il cinismo (cit. “Una buona azione è un futile gesto di altruismo”).
Wonka, accreditato come prequel di “La fabbrica di cioccolato”, è però un film che soddisfa la voglia di sognare del pubblico in sala, garantendo due ore di pura evasione con la sua dimensione fiabesca, la leggerezza del musical e i buoni sentimenti che trionfano nel più classico dei lieto fine.
Una favola natalizia pop non solo per i più piccoli ma anche per i più grandi, valorizzata da scenografie d’impatto, fotografia luminosa e una colonna sonora degna dei migliori musical.
Al centro della storia c’è il sogno di Wonka (aprire un negozio di cioccolato), le persone che lo aiutano a realizzarlo (i compagni di avventura tra cui spicca Noodle, la cui amicizia costituisce il centro emotivo del film), quelle che vogliono distruggerlo ( su tutti i tre capi del cartello del cioccolato, Slugworth, Fickelgruber e Prodnose, che a tratti ricordano per cinismo il duo Mortimer e Rundolph Duke di “ Una Poltrona per Due”).
Il film è ambientato in una immaginaria città di stampo europeo del XX secolo, nella quale esiste l’agognata Galleria Gourmet (che ricorda molto la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano), dove appunto Wonka vuole aprire il suo negozio di cioccolato confidando semplicemente nella bontà del prodotto, non mettendo in conto la reazione da “mafiosi” dei tre potentissimi produttori locali.
Il ruolo principale (nel 1971 affidato al brillante Gene Wilder e nel 2005 al magnetico Johnny Deep) è interpretato dall’attore Timothée Chalamet, molto calato nella parte di questo giovane, povero e analfabeta, ma ricco di voglia di vivere e lungimirante, sempre allegro e ottimista.
A catalizzare l’attenzione, però, è la presenza nel cast, del personaggio buffo e colorato (Oompa Loompa) interpretato da un irresistibile Hugh Grant, che regala agli spettatori un balletto, presto diventato virale.
Da segnalare anche la presenza di due grandi caratteristi come Rowan Atkinson (Mr Bean) nei panni del prelato corrotto, impacciato e ingordo di cioccolato, e Jim Carters (l’indimenticabile maggiordomo Carson nella serie Downton Abbey) nei panni del saggio e carismatico contabile sodale di Wonka.
Considerazioni a margine: ho visto il film senza avere la pretesa di calarmi occasionalmente nei panni del Merenghetti (il critico cinematografico italiano più importante, ndc), al Multisala Casablanca di San Giorgio e la mia attenzione è stata catturata da tre ragazzine che per quasi tutta la durata del film hanno armeggiato con lo smartphone, arrivando contemporaneamente a tenere un occhio sul grande schermo ed uno sul piccolo, dove erano intente a cimentarsi con un video gioco. Non solo, una di loro si lamentava della durata eccessiva del film (due ore) a conferma che ormai le nuove generazioni, inondate da contenuti fast (30 secondi/1 minuto come i reel dei social), non riescono a restare incollate allo schermo come accadeva una volta. Una volta nemmeno tanto lontana; prima della pandemia, probabilmente, quando Tik Tok ad esempio non aveva preso il sopravvento.
