Antonio Fanelli e Valentina Pierro, presso il Sonora di Taranto, hanno dialogato con quel che hanno definito un protagonista e non un testimone della storia ”Peppino Impastato”. “Un testimone è qualcuno che guarda dal di fuori e che fa sue determinate circostanze. Giovanni quelle circostanze le ha vissute”, ha precisato Antonio Fanelli.

Giuseppe Impastato, noto per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra, fu assassinato il 9 maggio 1978. Del suo corpo furono ritrovate solo le mani. Questo è un dettaglio non trascurabile dal momento che le indagini sulla sua morte furono oggetto di depistaggi. Si cercò in quegli anni di insabbiare la sua morte millantando che Peppino fosse un “terrorista cretino” incapace di posizionare una bomba a tal punto da scoppiargli in mano. Tesi fantasiosa se si considera che le mani sono state appunto l’unico resto ritrovato integro.

Altra strada imboccata per depistare le indagini è stata quella di sostenere che Impastato fosse un suicida perché da ragazzino scrisse su un bigliettino che avrebbe voluto abbandonare la politica e la vita.

Ma chi era Peppino Impastato lo si evince dalle parole di suo fratello che lo ha definito un ecologista e un militante politico. Dopo aver acquisito una forte coscienza politica e ideologica dalle lotte e le esperienze degli anni ‘60, acquisì una forte coscienza critica nei confronti della mafia. Tutto questo nonostante i legami tra Cosa Nostra ed il padre Luigi e lo zio Cesare Manzella, uno dei capomafia nella Cinisi del dopoguerra che fu assassinato con un’autobomba nel 1963.

Due anni dopo Peppino fondò il giornale “L’Idea” che in maniera dirompente criticava la mafia e in cui scrisse il famoso articolo “La mafia è una montagna di merda”. Giovanni ha proseguito il suo racconto definendo il fratello un comunista antifascista impegnato seriamente partendo dal basso partecipando, ancor prima dell’uccisione dello zio, alle iniziative contro la guerra in Vietnam, prendendo quindi parte alle prime battaglie pacifiste. “Quando morì nostro zio noi eravamo nella tenuta e sentimmo tutto. Andammo sul luogo del delitto e la natura era stata offesa e calpestata, non si sentiva più l’odore della fioritura primaverile siciliana ma della dinamite. Eravamo una quindicina di ragazzi, io avevo dieci anni, Peppino quindici e successe che lui ci disse che se questa era mafia, lui per tutta la vita si sarebbe battuto contro. Ha mantenuto quella promessa”.

Il giorno in cui è stato assassinato Peppino fu lo stesso in cui venne ritrovato il cadavere dell’onorevole Aldo Moro. A questo proposito abbiamo chiesto a Giovanni Impastato se crede che i due eventi siano accaduti in concomitanza solo per mera coincidenza.

“Noi non abbiamo gli elementi per poter affermare che ci sono stati dei collegamenti o dei legami con l’omicidio Moro e l’omicidio di Peppino Impastato. Ci sono però dei sospetti, anche la figlia dell’onorevole pensa che ci sia qualche legame però pensare è un fatto e dire apertamente e ufficialmente che c’è un legame diretto è un altro fatto, perciò, ci dobbiamo fermare a quello che vediamo. Se questa è una coincidenza, chiaramente i mafiosi sono stati fortunati ma secondo me bisogna essere sicuri prima di affermare qualcosa altrimenti perde credibilità se non si riescono a dimostrare dei riscontri precisi”.

Durante il dialogo si è parlato di persone ed idee in quanto le prime, nella politica attuale, hanno surclassato le seconde. Si tratta di personalizzazione della politica dal momento che si considerano i volti e le loro storie ma non le idee come quelle che portava avanti Peppino Impastato da cui le nuove generazioni dovrebbero prendere esempio.

 

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