Il governo ha iniziato a preparare il terreno per un’eventuale procedura di amministrazione straordinaria della società Acciaierie d’Italia. Lo si apprende da una stringata nota di Palazzo Chigi diramata al termine del Consiglio dei Ministri odierno, nella quale si legge che durante la riunione odierna “il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge che rafforza alcune misure già presenti nell’ordinamento, a tutela della continuità produttiva e occupazionale delle aziende in crisi, fra cui l’ex Ilva, e prevede garanzie di cassa integrazione straordinaria durante l’eventuale amministrazione straordinaria. Vengono esclusi dalla cassa integrazione i lavoratori impegnati nella sicurezza e nella manutenzione degli impianti, per consentire che restino operativi. Rimangono ferme le disposizioni, già inserite nell’ordinamento, a tutela delle piccole e medie imprese creditrici. L’incontro con le organizzazioni sindacali è fissato per giovedì 18 gennaio alle ore 15, per proseguire il confronto avviato da tempo sul futuro dell’acciaio in Italia”.

La posizione del governo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che l’idea di defenestrare il socio privato dalla società Acciaierie d’Italia non era affatto così semplice e scontato come abbiamo sempre riportato su queste colonne (nonostante il goliardico entusiasmo di una certa parte politica, sindacale e giornalistica). Una strategia, quella messa in piedi da parte del governo e da Invitalia, che qualora non venisse trovato un accordo nei prossimi giorni (Palazzo Chigi aveva indicato mercoledì 17 gennaio come termine ultimo delle trattative), riporterà l’ex Ilva in una situazione tutt’altro che favorevole rispetto ad una prospettiva di rilancio industriale. Una scelta, quella del governo, che dimostra una cosa tanto semplice quanto banale: che lo Stato non possiede né le risorse economiche per gestire un gruppo industriale di queste dimensioni, né quelle per addivenire ad un accordo economico con il socio privato ArcelorMittal.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/01/08/ex-ilva-la-trattativa-sara-lunga/)

Del resto già nel primo pomeriggio di oggi si erano intraviste le avvisaglie di un buco nell’acqua nella trattativa in corso tra i due partner. Quando fonti vicine ad ArcerloMittal avevano fatto trapelare la condizioni di totale stasi della stessa. L’ultima proposta di Invitalia proponeva una diluizione di ArcelorMittal al 34% del capitale sociale, attraverso un aumento di capitale di 320 milioni di euro e la conversione in capitale del finanziamento soci di 750 milioni euro. Conseguentemente a ciò, il socio privato avrebbe il controllo congiunto diventando un investitore di minoranza, con soli diritti di protezione di base. Proposte che in linea di principio potevano essere accettabili. Il problema è sorto sull’ulteriore richiesta di Invitalia, ovvero che ArcelorMittal, in qualità di azionista di minoranza senza alcuna partecipazione alla gestione, continuasse comunque a finanziare la società Acciaierie d’Italia anche in futuro. Una richiesta irricevibile per il socio privato che ha aperto soltanto alla possibilità di partecipare alle risorse finanziarie per l’acquisto degli impianti, per il quale si è detto disposto ad un contributo economico pari a 200 milioni di euro. Dal momento che il Governo ha però espresso la chiara volontà che ArcelorMittal esca dalla società, la multinazionale ha messo sul piatto la proposta di cedere le proprie azioni rimanenti direttamente ad Invitalia o ad un altro investitore privato gradito al Governo. Ma Invitalia si sarebbe detta non disposta ad acquisire la quota di ArcelorMittal.

Dal lato di Invitalia, ovviamente, sostengono la tesi opposta: ovvero che si è cercato in ogni modo di raggiungere un accordo con il socio privato compatibile con la normativa vigente, sia nazionale che comunitaria, ma che sarebbe stata ArcelorMittal a rifiutarsi di partecipare al sostegno del Piano industriale approvato in Assemblea anche con il proprio voto favorevole.

Stando così le cose, appare difficile (anche se non del tutto impossibile) che i due soci potranno addivenire ad un accordo nelle prossime ore. Da qui la decisione del governo di preparare il terreno all’exstrema ratio, il ricorso e il ritorno all’Amministrazione Straordinaria, che come tutti ben sanno è operazione dannosa sia per il business di Acciaierie d’Italia, sia per tutti i suoi stakeholder.

In questi ultimi giorni si era favoleggiato su una possibile ‘separazione consensuale’, terminologia che avevamo bollato sin da subito come l’ultima trovata retorica sull’infinita vicenda ex Ilva. Che si sarebbe dovuta attuare attraverso l’uscita concordata di Mittal attraverso un indennizzo, per evitare che le parti scivolassero in un lungo contenzioso giudiziario. Il risarcimento per l’addio della multinazionale indiana all’acciaio italiano si prospettava aggirarsi intorno ai 400 milioni. Questa cifra circolata nelle ultime ore, avrebbe dovuto consentire ad Invitalia di acquistare la quota del 40% che farà capo ad ArcelorMittal a valle della conversione in equity dei 680 milioni versati dallo Stato all’inizio del 2023. La base di riferimento sarebbe la valutazione della società fatta da Enrico Laghi e verificata da Kpmg alla fine del 2020, in occasione dell’ingresso di Invitalia. Allora il valore delle azioni era di 1,050 miliardi. A questa cifra il governo, oltre ai 400 milioni per la quota di AdI, avrebbe dovuto aggiungere altri 3-400 milioni da immettere nell’azienda per garantire la continuità produttiva, circa 950 milioni per ricomprare gli impianti considerando anche che 700 milioni dovrebbero tornare indietro, in quanto prestiti che il Mef aveva versato al primo commissariamento. Senza dimenticare gli oltre 4,2 miliardi di euro previsti dal piano industriale concordato con ArcelorMittal all’interno del memorandum sottoscritto lo scorso 11 settembre con il ministro Fitto, sul quale aleggia ancora oggi un alone di mistero che prima o poi solleveremo. Risorse che lo Stato non ha e non ha mai avuto, come dimostrano anche quelle che Invitalia non avrebbe versato rispetto agli accordi stabiliti nel 2020.

Sembra quindi tramontare anche la possibilità che vedrebbe Invitalia come socio unico per un periodo di tempo indefinito, una sorta di nazionalizzazione pilotata pro tempore per garantire la continuità produttiva e il mantenimento dei livelli occupazionali (tornando nuovamente a pesare interamente sulle casse del sistema bancario e dello Stato), ripassando nuovamente per la nomina di un commissario, per poi coinvolgere uno o più gruppi privati per un presunto e definitivo rilancio industriale dell’ex Ilva nel ‘meraviglio mondo dell’acciaio decarbonizzato e green’, che ancora oggi non abbiamo compreso esattamente cosa sia e in cosa consista. Ma la partita non è ancora chiusa, almeno non del tutto.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/01/14/leterno-ritorno-del-rebus-ilva/)

One Response

  1. Buongiorno
    Sig.ri lettori, Sig. Leone
    Stiamo assistendo all’ennesimo papocchio all’italiana.
    Come ho ribadito in altri miei interventi abbiamo un gruppo di politici che potrebbero fare solo i pasticcieri, naturalmente non di prima qualità.
    E naturalmente agli errori commessi da Calenda nel 2017, Conte e Di Maio del 2020, Draghi e Giorgetti del 2022, aggiungiamo gli errori che stanno commettendo Urso, Fitto e gli altri nel 2023-2024.
    Non c’e’ limite alla stupidità, alla presunzione ed alla incompetenza.
    Tutto verrà pagato dall’Italia e dagli italiani che si troverranno senza acciaio primario, con un contenzioso con Arcelor Mittal, con 20000 persone senza lavoro fra diretti, indotto e autotrasportatori, con siti produttivi che non produrranno più nulla, con le aziende italiane costrettere a comprare il ferro all’ estero con fuoriuscita ci capitali.
    Gli anarco-ambientalisti hanno fatto bingo e manco se ne siamo accorti.
    Ringrazio la redazione per la puntualità e la imparzialità nella vicenda Ilva.
    Resto completamente sfiduciato.
    Saluti
    Vecchione Giulio

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