A cura di Alessandro Epifani – Nella Roma di Giulio Cesare chi aveva contratto troppi debiti poteva dichiarare il proprio fallimento sedendosi per tre volte consecutive su una apposita lastra del selciato (chiamata “pietra dello scandalo”) posta all’ingresso del Campidoglio: urlando la frase “Cedo bona!” egli dichiarava la propria insolvenza e aveva salva la vita, diversamente da quanto accadeva nei secoli precedenti, quando al creditore spettava il diritto di decidere della vita o della morte dell’indebitato o, addirittura chiederne letteralmente un organo, come leggiamo nel celebre episodio della libbra di carne umana nel “Mercante di Venezia” di Shakespeare.
Al fallimento nelle sue diverse accezioni è dedicato l’ultimo studio di Costica Bradatan, professore di Filosofia all’Università di Queensland, già noto in Italia per il suo volume intitolato “Morire per le idee”, dedicato a figure come Ipazia e Giordano Bruno, capaci di morire per i propri ideali.
Lo studioso in questo testo non segue la linea che già nel 2011 aveva segnato con un omonimo libro Massimo Recalcati, parlando del fallimento esistenziale dell’individuo come tappa decisiva nella ri- costruzione del Sè, ossia come utile e dolorosa tappa nella crescita psicologica dell’uomo contemporaneo. Bradatan, al contrario traccia un percorso apparentemente più cupo nel quale il sostantivo “fallimento” non è ricondotto al suo etimo di “illusione” o di “inganno”, bensì alla parola “radice” e quindi alla costitutiva debolezza (fallibilità) dell’essere umano, corda tesa tra passato e futuro.
Se Gandhi aveva detto “posso imparare solo quando inciampo e cado”, riconducendo il fallimento in tutte le sue accezioni a tappa decisiva a livello esistenziale, in questo testo invece si indugia sulla incompletezza delle capacità umane, la quale si riverbera in esperienze di cattivo investimento e/o di disillusione sia sotto il profilo monetario che sotto il profilo affettivo e relazionale. A tale proposito l’autore traccia quattro profili esemplari, rifacendosi allo scrittore Mishima, al filosofo Cioran, a Simone Weil e allo stesso Gandhi, quali emblemi significativi di altrettante risposte al fallimento esistenziale. Mishima sceglie la strada del suicidio, Cioran quella del parossismo e della solitudine, Weil invece risolve la crisi in uno slancio ascetico sino a Gandhi, il quale accetta e patisce in attesa che si realizzi un sogno (l’India evoluta e democratica) che non vedrà realizzato.
Nel tempo contemporaneo la pietra angolare di ogni azione umana è la capacità di trarne un profitto, non necessariamente materiale: questo è il paradigma della società capitalistica, che mira al miglior risultato con il minor sforzo. Tuttavia, scrive Bradatan, non tutto è riducibile ad un utile, perché le pietre d’inciampo nel percorso esistenziale sono sia numerose che imprevedibili ed allora diventa quasi impossibile conciliarle con l’idea- invero un po’ ingenua- del cosiddetto homo hoeconomicus tutto orientato al profitto. Fallire, sbagliare, umiliarsi, rendersi ridicoli, dissipare tempo ed energie fa parte dell’esperienza umana e non è necessariamente occasione di rivincita o di rinascita: la strada intrapresa da un barbone in tal senso può essere interpretata sia come una resa che come una (per quanto non condivisibile) risposta alla società e alle ferite della vita.
Il libro di Bradatan è, per questo, assai prezioso in quanto non offre risposte né ricette consolatorie ma invita il lettore ad un amaro bilancio esistenziale, nel quale può tornare utile non la resa o l’accidia quanto la consapevole certezza che non tutto è controllabile.
“Elogio del fallimento. Quattro lezioni di umiltà”
di Costica Bradatan
Traduzione a cura di Olimpia Ellero
Il Saggiatore Editore- 2024
352 – Euro 24,00
Giudizio: 4 stelle su 5