Se riusciamo, come dovremmo riuscire, già questa settimana a profilare una svolta netta nella governance di Acciaierie d’Italia, anche la vostra azienda troverà un nuovo e diverso rilancio”. Queste le parole del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine dell’incontro con le Rsu e i dipendenti di Sanac a Cagliari. “Questa settimana – ha detto Urso – speriamo di portare sulla giusta via Acciaierie d’Italia e questo incoraggerà chi vuole rilanciare Sanac, perché il contesto in cui si inserisce sarà molto diverso da quello degli ultimi mesi. Su Sanac abbiamo chiesto ai commissari di procedere insieme ed evitare lo spacchettamento e sembra che si stia profilando una soluzione di alto profilo industriale con un gruppo capace di rilanciare gli stabiliment”», ha dichiarato il ministro. Gruppo industriale che, come confermato dalla stessa azienda, è la vicentina AFV Beltrame.

Ministro Urso che quest’oggi non ha partecipato al secondo ciclo di audizioni presso la Commissione Industria e agricoltura sul ddl n. 986 (d-l 4/2024 – Amministrazione straordinaria delle imprese di carattere strategico), a differenza di Invitalia, rappresentata per l’occasione dall’amministratore delegato Mattarella, che si è soltanto limitato all’analisi del decreto e ad aggiornare le ultime notizie provenienti dal tribunale di Milano. Audizioni che hanno visto invece protagonista il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. “Dopo l’amministrazione straordinaria di Ilva nel 2015 si torna a parlare di questa possibilità’ per Acciaierie d’Italia. A distanza di un decennio, la situazione che fronteggiamo oggi è per molti aspetti analoga a quella di allora – ha detto citando quanto detto da Confindustria in occasione dell’audizione di allora. “Confindustria – si legge in quel testo – predilige da sempre soluzioni di mercato, tuttavia non ha una posizione pregiudizialmente negativa rispetto a forme di intervento pubblico nel controllo e nella gestione di impresa, a condizione però che esse siano: inserite in un quadro chiaro di obiettivi di politica industriale tale da limitare gli interventi a situazioni di effettiva necessità; temporanee e con una precisa prospettiva degli esiti cui devono condurre; finalizzate a creare le condizioni economiche e ambientali tali da garantire il ripristino di una situazione di normalità, che consenta di restituire in tempi brevi al mercato le imprese interessate”, ha ricordato Bonomi. “In caso si procedesse per l’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia, la società che gestisce gli impianti ex Ilva, oltre a tutelare la produzione di acciaio si devono tutelare i crediti vantati dalle imprese dell’indotto – dichiarato ancora Bonomi -. La principale criticità dell’Amministrazione straordinaria è il sostanziale azzeramento dei crediti pregressi; dunque, il pesante impatto che avrebbe, come già nel 2015, sull’indotto. Riguardo a quest’ultimo, le stime di Confindustria Taranto sono di circa 80 milioni di euro di crediti pendenti; peraltro, ferma la forte composizione locale, i creditori di Ilva sono dislocati su tutto il territorio nazionale – ha ricordato -. E’ il motivo per cui crediamo che un sacrificio così importante alle ragioni delle tante imprese coinvolte, e dei rispettivi lavoratori, rendano necessarie e urgenti misure tempestive e incisive a supporto dei creditori di Acciaierie d’Italia: siamo consapevoli che, per le sue caratteristiche, l’accesso all’As comporta uno iato tra le petizioni di principio a favore dei creditori dell’indotto e le misure funzionali a tutelarli, la cui efficacia concreta rischia di essere assai limitata”. “Il primo profilo da evidenziare è la mancanza di dati pubblici attendibili sulla situazione di Ilva, sia per quanto concerne i livelli di produzione e lo stato di salute degli impianti, sia riguardo alla situazione finanziaria e, in particolare, ai crediti dell’indotto”, ha sottolineato Bonomi, parlando di totale “incertezza”. Rispetto a quanto previsto dal decreto per l’amministrazione straordinaria di imprese strategiche, Bonomi ha sollevato alcune criticità. In particolare, in relazione allo “strumento della prededuzione, come evidenzia l’esperienza della precedente amministrazione straordinaria, esso presenta alcune incognite, legate anzitutto all’effettiva consistenza dell’attivo residuo, nonché’ all’interpretazione che ne daranno prima i commissari e poi la magistratura”. Inoltre, ha continuato, “troviamo inaccettabile che la Relazione di accompagnamento al secondo decreto Ilva subordini il beneficio all’assenza di soluzione di continuità’ tra le forniture e l’accesso di Acciaierie d’Italia in As. Si tratterebbe di una distinzione tra creditori del tutto irragionevole, poiché’ tale da escludere imprese che, fino a qualche settimana o mese fa, hanno erogato beni o servizi ad AdI stessa, contribuendo a garantirne la continuità”. Per Bonomi, “è quindi necessario superare qualsiasi ambiguità’ sul punto, pena il rischio di un’ingiustificata penalizzazione per alcune categorie di imprese dell’indotto”. “Le nostre osservazioni sono per migliorarli ed evitare gli errori del passato, come per esempio questa volta è necessario perimetrare il più possibile l’ambito di intervento dei commissari”, ha continuato Bonomi, ricordando che “in passato e’ stato difficile perimetrare l’indotto Ilva, e ci sono stati ricorsi… dobbiamo mettere nelle condizioni commissari e magistratura di identificare bene il campo di gioco”. Ciò detto, Confindustria si augura che la soluzione per l’ex Ilva passi per un grande piano industriale, con un “sì convinto della politica, e per un ingresso solo ‘temporaneo’ dello Stato nella gestione. Se questo sarà il percorso che noi auspicabilmente speriamo sia seguito, ovvero un sì convinto da parte della politica e del governo a un grande piano industriale, ovvero una entrata temporanea dello Stato nella gestione dell’azienda che sia da ponte per poi transitarlo a soggetti idonei e competenti nella gestione, perchè è molto complicato gestire Taranto: ci si dovrà’ impegnare in maniera decisa anche in ambito europeo”. Perché’, ha aggiunto Bonomi, con le nuove normative Ue, si stima “che per ogni milione di tonnellata che viene prodotta ci saranno 100 milioni di euro in più di oneri aggiuntivi”. Quindi per Bonomi, è importante “non solo scrivere bene i decreti ma guardare al complesso dell’ambito in cui l’impianto di Taranto opera“.

“Ci muoviamo tutti in una situazione di completa incertezza dei numeri e dei dati ma riteniamo fondamentale Taranto perche’ da li’ parte tutta una filiera fondamentale per la manifattura italiana. Se perdessimo l’acciaio potremmo restare seconda manifattura europea?” si è poi chiesto ancora Bonomi. “L’industria italiana i compiti a casa li ha fatti, siamo i primi in Europa per produzione di acciaio da forno elettrico, da parte nostra non è in discussione il processo di decarbonizzazione. Noi non conosciamo lo stato di salute degli impianti. Io non vedo a Taranto una produzione per forno elettrico – su quella siamo già coperti – a noi serve la produzione e ciclo integrato a caldo e abbiamo visto che l’idrogeno è una soluzione difficilmente percorribile”. Bonomi ha ricordato che l’acciaio è alla base della produzione industriale, spiegando che “il principale utilizzo e’ proprio nelle costruzioni, con una quota pari al 36,5%, comprensivo sia delle opere pubbliche, sia delle costruzioni private, oltre alle attività di manutenzione. Tra gli altri utilizzatori si ritrovano: la meccanica con il 20,2%; i prodotti in metallo con il 18,7% e l’automotive con il 17,1%; gli elettrodomestici (3,2%); gli altri mezzi di trasporto (2,7%)’. Se davvero l’Italia punta a tornare a produrre 1 milione di veicoli l’anno, poter disporre dell’acciaio di Ilva è un fattore strategico. Serve, allora, un piano di politica industriale. Lo stabilimento dell’ex Ilva di Taranto è importante per l’industria manifatturiera italiana e deve tornare a produrre ai suoi livelli del passato. Lo stabilimento di Taranto ha un ruolo ancora cruciale”, ha detto Bonomi, ricordando in conclusione che se non si produce in Italia l’unica alternativa è importare, spiegando che i tre principali esportatori del tipo di acciaio prodotto a Taranto sono Taiwan, Cina e India, per questo “sarebbe curioso cacciare gli indiani per poi andare a comprare l’acciaio da loro”. Il riferimento è ovviamente al gruppo franco-indiano ArcelorMittal, socio privato di Acciaierie d’Italia, che si punta a estromettere dalla gestione.

Ma oltre al fattore economico-industriale, vi è anche quello, decisivo, che riguarda la tutela dell’ambiente e della salute. Ad affrontarlo il direttore generale di Arpa puglia, Vito Bruno, che ricorda come “bisogna partire questa volta dalla protezione dell’ambiente e della salute per fare degli investimenti a Taranto che consentano comunque di aumentare i livelli produttivi, ma in un clima di sicurezza”. “Come primo punto – ha dichiarato Vito Bruno – Arpa Puglia ha chiesto l’estensione della tutela prevista ai lavoratori chi si occupano di sicurezza anche per i lavoratori che si devono occupare della implementazione, della gestione e della manutenzione dei presidi ambientali; chiediamo di estendere tutele sul lavoro per garantire la continuità in sicurezza delle attività, qualora sia nominata una Amministrazione straordinaria, anche ai lavoratori che si devono occupare dei presidi ambientali, perché non ci si può limitare alla sicurezza degli impianti, ma si deve evitare qualsiasi eventuale rischio che si possa propagare all’esterno dell’azienda e quindi a tutta la cittadinanza”. Come secondo punto, “abbiamo ricostruito, con fonti ufficiali, cioè attraverso le varie sentenze (la sentenza della “Corte europea dei diritti dell’uomo”, la sentenza della Corte d’Assise di Taranto, le affermazioni degli Ispettori Onu che hanno dichiarato Taranto “zona di sacrificio”, ciò che dice il Tribunale speciale di Milano e ciò che dice l’Avvocato generale della Corte di Giustizia nelle sue conclusioni), il contesto attuale: abbiamo chiesto, alla luce di tutto ciò, di fare inserire la valutazione del danno sanitario, con funzione preventiva nei procedimenti autorizzativi o nel riesame dell’autorizzazione, affinché diventi un presupposto per garantire l’effettiva tutela dell’ambiente e della salute a Taranto, e dare anche certezza a coloro che poi devono concretamente operare, essendo consapevoli che i livelli di produzione debbano essere accettabili e compatibili con una seria, concreta ed efficace tutela della salute – ha sottolineato il dg di Arpa puglia -. Come terzo punto, abbiamo evidenziato come nonostante ci siano tante norme speciali e tanti crediti – 12, 13 – in favore di Ilva, e nonostante una legislazione schierata più a tutela della produzione che dell’ambiente e della salute, quindi non bilanciata, i livelli produttivi non sono affatto cresciuti, anzi. In questi ultimi due anni sono addirittura crollati e quest’anno addirittura i livelli di produzione si calcolano a meno di 3.000.000 di tonnellate di acciaio. Bisogna, quindi, cambiare il paradigma e cercare invece di partire questa volta dalla protezione dell’ambiente e della salute per fare degli investimenti che consentano comunque di aumentare i livelli produttivi, ma in un clima di sicurezza per l’ambiente e per la salute dei cittadini di Taranto. Come ultimo punto, – ha concluso – abbiamo sottolineato che nonostante il forte calo della produzione che rischia di portare l’impianto addirittura alla sua chiusura, siano cresciuti negli ultimi anni, dal 2019 per la precisione, i livelli di benzene, che è un cancerogeno tra i più aggressivi per la salute umana. È inaccettabile che questi livelli di benzene permangano sulla città di Taranto. Esistono quindi problematiche gestionali o gravi carenze impiantistiche che stanno determinando questo ulteriore rischio per i cittadini di Taranto, già pesantemente martoriati negli anni, nonostante ci sia un evidente calo della produzione”.

Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto, ha partecipato alla audizione in videoconferenza presso la 9ª Commissione del Senato. “Per Legambiente la continuità aziendale, finalità del decreto in esame espressamente richiamata dall’articolo 2 dello stesso, ed indicata nel testo come indispensabile a preservare la funzionalità produttiva degli impianti ed assicurare la salvaguardia dell’ambiente e la sicurezza dei luoghi di lavoro, da sola non assicura la salvaguardia nè dell’ambiente, né della salute, peraltro neppure menzionata nel decreto – ha dichiarato la rappresentante dell’associazione -. Siamo preoccupati per gli incidenti che si sono registrati nei mesi passati:  riteniamo necessario un check up completo degli impianti, sulla cui scorta si proceda rapidamente alle manutenzioni straordinarie necessarie ed al fermo di quelli che risultassero in condizioni non idonee al normale esercizio. Siamo allarmati dal costante incremento delle concentrazioni di benzene rilevate da Arpa Puglia nel quartiere Tamburi: i valori registrati dalla centralina di via Orsini risultano più che raddoppiati dal 2019 al 2022 e nei primi 7 mesi del 2023 risultano ancora superiori, con una media di oltre 4 microgrammi per metro cubo, ormai prossima al limite di 5, previsto dalla normativa”. Per Legambiente “è indifferibile che si proceda alla Valutazione dell’Impatto Sanitario delle emissioni dello stabilimento connesse alla attuale produzione, pari a circa 3 milioni di tonnellate annue, oltre che sulla quantità massima autorizzata, pari a 6 milioni di tonnellate. Gli interventi previsti dalla Autorizzazione Integrata Ambientale per le emissioni in atmosfera sono stati effettuati: è urgente sapere se sono efficaci e stabilire su basi scientifiche se, e quanto, gli impianti attualmente in uso possano produrre senza rischi inaccettabili per la salute di cittadini e lavoratori. Occorre avviare da subito la decarbonizzazione, non solo per i positivi effetti che ciò avrebbe sull’ambiente e sulla salute, ma anche per garantire in futuro occupazione diretta ed indiretta, magari ridotta, ma stabile. E’ questa la direzione che si sta percorrendo in Europa dove massicci investimenti sia pubblici che privati sono indirizzati su forni elettrici, impianti di preridotto, utilizzo dell’idrogeno. Tra poco anche la siderurgia dovrà pagare per le sue emissioni di anidride carbonica e questo incrementerà a dismisura il costo della produzione di acciaio fatta col ciclo integrale: sarebbe antistorico investire oggi su impianti che “vanno a carbone”, come le vecchie locomotive che fanno bella mostra di sé nei musei” ha concluso il presidente di Legambiente Taranto.

All’audizione al Senato di oggi ha partecipato anche l’associazione PeaceLink, che per l’occasione aveva commissionato una ricerca su tutte le misurazioni con le medie orarie del benzene nella centralina di via Machiavelli del quartiere Tamburi di Taranto. “La ricerca ha riguardato gli ultimi undici anni, dal 2013 al 2023 – ha dichiarato Alessandro Marescotti presidente di PeaceLink Taranto -. La ricerca era finalizzata a conteggiare tutti i picchi di benzene registrati da Arpa Puglia che superassero il valore significativo di 27 microgrammi a metro cubo, soglia considerata significativa nella letteratura scientifica ai fini degli effetti avversi sulla salute e che viene presa come riferimento nella normativa californiana”. Nelle slides di PeaceLink sono riportati i link a tale normativa e ai relativi riferimenti scientifici. La ricerca ha evidenziato come nel 2023 vi siano stati più picchi di benzene che nei dieci anni precedenti. I picchi del 2023 sono stati 32 contro i 31 dei dieci anni precedenti. Nell’audizione questi dati sono stati portati da PeaceLink all’attenzione dei senatori per valutare l’attuale situazione che presenta anomalie del tutto evidenti e che evidenzia la pericolosità a cui è giunto il benzene con picchi orari sempre più frequenti. “Il benzene è un leucemogeno certo e i’esposizione al benzene determina, come ha ricordato anche la ASL di Taranto, un aumentato rischio di leucemie infantili” ha poi concluso il presidente Marescotti..

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/02/02/ex-ilva-commissariamento-piu-vicino/)

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