«Hai sciolto le catene che abbiamo stretto insieme/Per tenerci lontani». Questi due versi della prima strofa del brano “Ti muovi”, in gara per la 74^ Edizione del Festival di Sanremo, sarebbero sufficienti a rappresentare il sedimento poetico che scorre nelle vene di Diodato, cantautore tarantino, che negli ultimi anni pare stia solcando la strada del successo percorrendo l’antica strada della dedizione. Nell’epoca in cui Spotify decide le sorti del mercato della musica in base al numero di riproduzioni di una traccia, la qualità delle produzioni – specie quelle Pop – scarseggia sempre più. Per diventare i numeri uno, oggi più che mai, non serve definire la musica arricchendola con doviziose sfumature o disegnando i ghirigori alle parole per ammorbidirle ma, soprattutto, non sono utili i volti puliti e le persone che hanno studiato canto o musica. Il tritacarne dello streaming, anche a causa dell’immediatezza dei social network, privilegia fenomeni che fanno parlare di sé; appariscenti citazionisti carnascialeschi di un Novecento travisato da Marilyn Manson ai Cugini di Campagna. Interpreti maledetti (da loro stessi e dai relativi produttori) che, quindi, preferiscono ingollare auto-tune e stravaganze scandalistiche della vita privata, presentandosi incompresi, lesi e in rotta con l’universo, fondando la loro esistenza “artistica” su tematiche di rilevanza politica e sociale di cui non conoscono neppure l’indice.
E poi c’è Diodato. A guardarlo (e, soprattutto, ad ascoltarlo) durante le sue esibizioni sul palco dell’Ariston nel 2024, ci si domanda di cosa discuta con alcuni suoi colleghi dietro le quinte. Probabilmente della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel, specie con “La Favorita” di questo Festival: il trapper Geolier, che pare aver collaborato alla stesura del testo originale in tedesco del 1807. Filosofia a parte, Diodato si presenta in prima serata al Super Bowl italiano con il piglio di chi ormai sa di aver studiato bene per l’esame e di poter contare su degli eccellenti compagni d’avventura. Come in ogni industria che si rispetti, infatti, anche in quella musicale è il team work a segnare la differenza nei risultati. Il fatto che Diodato in questi anni abbia visibilmente continuato a studiare e a esplorare la sua vocalità, non è l’unico elemento che concorre a illustrare il neonato singolo “Ti muovi”, che ha tutte le caratteristiche per poter essere predicato di “coralità”. Se è vero che il cantautore ha raggiunto l’apice della sua carriera sino ad oggi con l’ultimo album “Così Speciale” del 2023, cui è seguito un partecipatissimo tour omonimo partito proprio da Taranto, è anche vero che i miracoli non esistono. Ma esistono le squadre vincenti e, come disse lo jugoslavo Boskov su di un prato di pallone: «Squadra che vince non si cambia».

Il sodalizio con il genio, l’estro e la competenza tecnica del produttore Tommaso Colliva sta tirando fuori il meglio dell’uomo Antonio Diodato, ancora troppo giovane per dirsi artista “fatto”, ma non abbastanza vecchio per potergli negare l’aggettivo di “riuscito”. Quel ragazzino “portato” che suonava con gli amici al Liceo Aristosseno di Viale Virgilio e che nel 2014 a Sanremo si fece apprezzare con “Babilonia”, entrando a pieno titolo nel cuore degli italiani, adesso s’è fatto grande. Ed è cresciuto anche perché a partire dall’album “Che vita meravigliosa” del 2020 (contenente il singolo “Fai Rumore”, che gli valse la statuetta di Sanremo dello stesso anno) sino alla sua ultima partecipazione sanremese, ha letteralmente scalato se stesso, ossequiando con assoluto rigore i suoi crismi e le peculiarità che lo contraddistinguono nel Pop italiano contemporaneo. L’intelligenza di Colliva, con lui dal 2020, sta nell’avallargli questa massima libertà espressiva con tratti d’innocenza, serrandola su di una ferrovia ad alta velocità con poche regole ben precise.
“Ti muovi”, infatti, è un pezzo che – concettualmente quanto tecnicamente – gode della scia di recentissimi singoli del Nostro come “Ci vorrebbe un miracolo” e “Occhiali da sole”, seguendo uno schema di scrittura già collaudato. Se si cerca la novità, nel brano portato a Sanremo 2024, essa non esiste. Ed è bene che sia così, perché Diodato sta riuscendo a incidere un sempreverde dietro l’altro, senza voler stupire o forzare le orecchie degli ascoltatori; privandosi di un bagno di vanagloria che fomenterebbe chiunque davanti a un ghiotto piatto di manicaretti e big likes. Ma poi?
La novità, piuttosto, è Diodato stesso. Il suo modo di muoversi sul palco, di guardare la platea, di trattare la kermesse dell’Ariston come la sala d’attesa di una stazione dove leggiucchiare una terza pagina di giornale a tratti spiegazzata con le gambe accavallate, sono elementi che iniziano a definire i contorni di qualcuno che prima non c’era e che sta comparendo da un po’ di tempo a questa parte. È la giovane maturità artistica di Diodato, cui si è più volte fatto cenno su questa testata, a risultare preponderante nell’odierno panorama cantautorale italiano, nonché in profondo anacronismo in ordine al tipo di successo cercato. “Ti muovi”, in effetti, è la tesi immaginifica di una canzone che prima di trasformarsi in ballo, offre la granitica immobilità del dissidio interiore; di un dialogo fra sé e sé che, in quanto ombrato dalle aspettative di un divenire sfuggente alle aspirazioni di lentezza capaci di ponderare l’animo umano, avverte il bisogno di scrostarsi di quella patina di vergogna sommersa dalla timidezza che, savio, bolla l’autore.
L’ampiezza degli archi riportata sui pochi accordi che costituiscono l’accompagnamento del brano, gioca alla narrazione sinfonica di alcuni passaggi testuali, in cui il cantautore ritrova la forza di muoversi, lasciandosi trasportare da questa gonfia-e-sgonfia melodia. È la mano (ma, innanzitutto, l’orecchio) di Rodrigo D’Erasmo, violinista e altro sodale di Diodato in studio e dal vivo, ad averci messo ancora una volta lo zampino, con esiti eccellenti nella direzione d’orchestra sanremese di “Ti muovi”, regalando ai telespettatori una versione molto più intensa di quella incisa in studio.
Ed è bello notare anche la linea di continuità coreografica nata dalla mente di Irma Di Paola, ancor più apprezzabile nel videoclip che sul palco, con la produzione esecutiva dello stesso Rodrigo D’Erasmo insieme a Verdiana Vitti e una regia di Giorgio Testi e Filippo Ferraresi perfettamente calata nei panni autoriali. L’uso irriverente di un piano sequenza che inizia con un’inquadratura pseudo-soggettiva di Diodato, per poi esplodere in altre tecniche nei secondi più intensi della canzone, richiama con spavalderia la sensazione di abulia in cui sprofonda l’essere umano, attraverso un macigno testuale che fa: «Davvero è questo quel che vuoi/Un sorso di veleno e poi/Un altro gioco di parole/Un’altra dose di dolore/Ma ormai sei già nella tempesta/Non puoi pensare a ciò che resta/E vuoi toccare il fondo, andare a fondo, fino in fondo». Ma, per fortuna «Forse un’ultima parte di me crede davvero che sia possibile» darsi una mossa, scuotersi, alzare le chiappe e reagire, riferisce Diodato a piè del ritornello. E i muri crollano nel video così come nell’animo malato dell’ascoltatore attento, per poi risalire da bravi farabutti che costringono a un impietoso bagno di disillusione.
Che Diodato vinca l’edizione 2024 del Festival è assai improbabile, considerando le ultimissime dinamiche discografiche italiane e internazionali (gioghi che farebbero accapponare la buonanima di Giulio Andreotti), ma – ancor di più – una sua statuetta sarebbe irrilevante in termini pratici, anche se a lui non dispiacerebbe affatto (e come dargli torto). In questo momento enormemente prolifico per la carriera del cantautore, in cui nessuno degli spettatori è rimasto indifferente rispetto alle sue performance televisive, il meglio che gli si può augurare è di trovare la forza per continuare a creare ogni giorno con la stessa passione e qualità, senza troppa pressione dall’esterno. Perché la canzone italiana è già bella così: meravigliosamente normale come il personaggio che Antonio ha il coraggio di portare in scena, in un’Italia sempre più distratta dagli eccessi. Tarde Nuèstre lo aspetta a braccia aperte con o senza trofeo: “Ti muovi” sta già chiedendo ad alta voce di essere suonata a tutto volume nella “piazza” più gremita della città.